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CRONACA
01/07/2010 - PROCESSO
Il presidente del Tribunale Maria Iannibelli (a destra) e Paola Dezzani hanno ascoltato Vittorio Betta, prof. emerito di chimica industriale
ALBERTO GAINO
TORINO
Sono trascorsi 11
minuti dall’innesco del fuoco al momento in cui gli addetti della linea 5
sono intervenuti». La ricostruzione delle cause e delle responsabilità del
rogo che - la notte del 6 dicembre 2007 - avvolse 7 operai alla ThyssenKrupp
di Torino, porta la difesa degli imputati, attraverso i propri consulenti
tecnici, al punto di non ritorno: sono stati negligenti gli operai, quelli
avvolti dalle fiamme quella notte e morti uno dopo l’altro da quel momento.
«Mi limito a dire che abbiamo fornito uno scenario di verità. Ci sono
elementi per trarre tutte le deduzioni». Vittorio Betta, professore emerito
di chimica industriale all’Università di Napoli e consulente tecnico degli
imputati, sceglie i toni alti per rispondere alle domande sulla sua giornata
da protagonista nell’aula della Corte d’Assise. Fra le 9 e le 16.30, con
qualche pausa in mezzo, ha fornito la sua versione sulle modalità
dell’incendio e quegli «11 minuti» da lui individuati come tempo di reazione
degli addetti alla linea costituiscono il punto di partenza di una serie di
negligenze da addebitare ai morti senza nominarli.
Alla fine, Raffaele Guariniello, lo tenta: «Ritiene che vi sia stata una
violazione alla norme di sicurezza da parte degli operai?». E Betta: «Lei è
troppo intelligente per non aver inteso ciò che ho detto». Fuori dall’aula,
il magistrato ne deduce: «Dicono che è colpa degli operai morti senza
ammetterlo».
Betta, in aula, si era spinto a tirare in ballo Rocco Marzo senza tuttavia
nominarlo: «Il piano di emergenza prevedeva che il capoturno, che era
presente sulla linea, azionasse i dispositivi di emergenza chiamando sul
posto la squadra di pronto intervento». Non avrebbe dovuto far altro il
povero Marzo, avvolto dalle fiamme con i suoi operai nel tentativo di
affrontare generosamente il fuoco.
Betta si serve della tecnicità delle sue considerazioni per dire in realtà
molto di più: «In base al decreto 10 marzo ‘98 la linea 5 era classificabile
a medio rischio per via della presenza di un forno a metano. All’imbocco
degli aspi il rischio era limitato e causabile dal concorso di due anomalie:
lo sfregamento del rotolo di acciaio sulla carpenteria della macchina e
l’accumulo di carta sulla linea. L’analisi dei documenti relativi agli 8231
rotoli lavorati dal 1° ottobre al 5 dicembre 2007 dimostra la scarsissima
incidenza di questi eventi: il concorso delle due anomalie prese in
considerazione può verificarsi una volta ogni 15 anni. E sempre per
negligenza degli addetti.
Betta rileva che la linea, all’imbocco, ha un sistema di centraggio che, se
azionato «per tempo», avrebbe evitato lo sfregamento del rotolo d’acciaio
sulla carpenteria. Non vi sarebbero state scintille, di conseguenza, come
sorgente dell’innesco. Insieme alla carta finita sulla linea, che «doveva
essere rimossa dagli addetti. Sul pulpito (la zona di comando della linea,
ndr.) vi erano 6 telecamere per seguire e intervenire. Quella notte il
numero degli addetti era superiore al previsto».
La procura ritiene che il jet fire - letteralmente lanciafiamme - è
divampato a pochi minuti dall’innesco, che non vi sono dati oggettivi per
sostenere la tesi di uno sviluppo delle fiamme più lungo e che la causa del
tremendo rogo è da addebitarsi alla rottura di un flessibile che trasportava
olio alla pressione di 70 atmosfere. Il getto che ne è scaturito si è esteso
per oltre 10 metri di lunghezza. La versione dei pm: Marzo, nominato
capoturno dell’emergenza da due giorni e senza alcuna formazione, si è
trovato intrappolato con i suoi.
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richiedere nella sezione apposita di questo sito.
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