23/04/2010 - SI SMOBILITA AL FABBRICA DELLA MORTE
Thyssen in vendita
già quattro acquirenti

La sede della Thyssen Krupp
condividi X
FACEBOOK
GOOGLE
LIVE
YAHOO




Dieci milioni di euro per l'area
a destinazione industriale
NICCOLÒ ZANCAN
TORINO
Le foto dei sette operai morti sono trasfigurate dal
tempo. Ma ancora resistono sotto fiori secchi e nessuna cura, davanti
all’ingresso principale. Timbratrici, ruggine, foglie cadute. La Thyssen è
in vendita. Da ieri ufficialmente sul mercato immobiliare come una storia
normale, come uno stabilimento qualsiasi. Anche se la linea 5 - quella della
strage - resta sotto sequestro giudiziario.
Il primo annuncio è comparso sul Sole-24Ore: «Invito a manifestare interesse
all’acquisto del complesso immobiliare sito in Torino, corso Regina
Margherita 400, e delle aree ad esso annesse, di proprietà ThyssenKrupp
Acciai Speciali Terni». Segue la descrizione di tre parti distinte - anche
la sottostazione elettrica di via Pianezza e l’ex impianto idrico di zona
Stura - per un totale di 68.530 metri quadrati di fabbricato. Ci sarebbero
già quattro acquirenti. Si sono fatti avanti riservatamente nelle scorse
settimane. Hanno manifestato un interesse non vincolante: «Ma al fine di
offrire ad un più ampio pubblico di operatori la possibilità di partecipare
alla selezione dell’acquirente finale - si legge nella pubblicità - la
Divisione Corporate di Gabetti Spa invita i soggetti interessati a valutare
l’acquisto dei sopracitati assets a far pervenire entro il 10 maggio 2010 la
richiesta al seguente indirizzo...». Un quarto di pagina, accanto ad altri
annunci di case e palazzine: Mentone centro, Verona Est, Elba.
Alle undici di mattina ci sono nove auto posteggiate davanti ai cancelli
della Thyssen. Un agente della vigilanza privata alza la sbarra: «Non
possiamo dire nulla - spiega - siamo qui per seguire le ultime fasi della
bonifica». Anche i dirigenti della Thyssen non vogliono spiegare. Attraverso
l’avvocato Ezio Audisio, dicono soltanto: «È stato affidato l’incarico di
vendita alla Gabetti Corporate, come si evince dalla pubblicità».
Il rogo era scoppiato la notte del 6 dicembre 2007. Antonio Schiavone,
Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò
erano morti uno dopo l’altro, fra atroci sofferenze. Il processo in Corte
d’Assise è in corso. I giudici stanno ascoltando gli ultimi testimoni della
difesa. Per i sei imputati, anche l’amministratore delegato della Thyssen
Herald Espenhahn, l’accusa è di omicidio volontario con dolo eventuale e
omissioni dolose di norme antinfortunistiche.
Chiudere, sbaraccare e lasciare Torino era nei piani del colosso
dell’acciaio da tempo. Ancora prima che tutto succedesse. Per il procuratore
aggiunto Raffaele Guariniello, è stata proprio l’incuria nella fase finale
della produzione l’origine della tragedia. Avevano risparmiato anche
sull’impianto antincendio.
Ora lo stabilimento sta per passare di mano. Nessuno azzarda cifre, ma il
prezzo si aggirerebbe intorno ai 10 milioni di euro. All’inizio il Comune di
Torino si era detto interessato all’acquisto, i rapporti con Thyssen però si
sono interrotti bruscamente: «Volevano un’offerta, mentre noi chiedevano un
incontro per capire - spiega il vicesindaco Tom Dealessandri - anche perché
la qualità della bonifica, che è carico loro, è decisiva per poter fare una
valutazione».
Dei quattro potenziali acquirenti che si sono già fatti avanti, l’unico noto
è FinPiemonte, la finanziaria della Regione. Sull’area di corso Regina
Margherita c’è un vincolo di destinazione industriale. Ma il vicesindaco
Dealessandri su questo punto non è categorico: «Valuteremo i progetti,
affronteremo i problemi nel merito, ma non siamo disponibili a qualsiasi
soluzione». Cosa diventerà la Thyssen? «Per noi deve restare un’opportunità
di lavoro, questo è l’aspetto prioritario. Mentre dal punto di vista
urbanistico non riusciamo ad immaginare l’area della Thyssen disgiunta da
quella attigua dell’ex Ilva». Due acciaierie chiuse. Due carcasse
industriali. Centinaia di posti di lavoro perduti. Ma anche una tragedia che
non deve essere dimenticata: «Di questo ce ne occuperemo sicuramente -
spiega ancora Dealessandri - chiunque sarà il nuovo proprietario dovrà
prevedere uno spazio per un’opera d’arte in ricordo delle vittime». È in
vendita la fabbrica, non la memoria.
02/03/2010 - THYSSEN, RIPRENDE L'UDIENZA
Scena muta per gli ispettori Asl

Udienza processo Thyssenkrupp. Foto
d'archivio, operai stendono striscioni davanti al tribunale
+ Thyssen,
inchiesta sulle minacce agli ispettori dell’Asl
+ Thyssen,
Cafueri: "Non volevo indurre a testimoniare il falso"
+ Il
giallo dei verbali Thyssen spariti dagli archivi dell’Asl
Accusati di aver favorito
la multinazionale tedesca,
si sono avvalsi della facoltà
di non rispondere
TORINO
Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere tre dei
cinque ispettori dell’Asl 1 di Torino indagati, a vario titolo, nel processo
Thyssenkrupp.
Sono accusati di aver favorito la multinazionale tedesca, al centro
dell’inchiesta per il rogo in cui persero la vita sette operai nello
stabilimento torinese, con controlli annunciati e prescrizioni tardive. I
reati che l’accusa contesta loro sono quelli dell’abuso in atti d’ufficio e
del falso ideologico.
Tra i capi di imputazione nei loro confronti anche quello della lesione
personale colposa, in concorso con uno degli indagati per il rogo del
dicembre 2007. Quest’ultimo reato si riferisce ad un infortunio sul lavoro
verificatosi nel 2006, quindi prima dell’incidente mortale allo stabilimento
torinese. La tardiva prescrizione dell’Asl avrebbe, secondo l’accusa, in
qualche modo causato questo incidente.
Nel corso dell’udienza, come teste della difesa, è stato ascoltato come
testimone anche un dipendente della Thyssen che, all’epoca dei fatti
contestati, ricopriva il ruolo del responsabile del persone dell’acciaieria
torinese
11/12/2009 - PROCESSO
THYSSENKRUPP - il giorno delle ritrattazioni
"Thyssen, sventato il sistema
per plagiare i testimoni"

La pulsantiera d'emergenza riprodotta in
aula
+ Un
parco per le vittime della Thyssen
+ Il
medico della Thyssen: "Sempre rispettata la sicurezza"
+ Processo
Thyssen: il dirigente imputato istruiva i testimoni
+ Thyssen,
falsa testimonianza audizioni in procura
+ Thyssen:
tre indagati per falsa testimonianza
condividi
FACEBOOK
GOOGLE
LIVE
YAHOO
La procura: deposizioni gestite dai vertici. In tre ritrattano
alberto gaino
torino
Nel giorno delle ritrattazioni di tre dei falsi
testimoni della difesa ThyssenKrupp - chi ancora reticente, chi comico - la
procura parla in aula di «sistema di gestione dei testimoni». Chi e come
gestiva emerge dalle deposizioni. Luigi Veraldi, ex caporeparto del
trattamento e uno degli indagati di falsa testimonianza, rivela di aver
incontrato il giorno prima della convocazione di fronte alla Corte d’Assise
Andrea Cortazzi, ex responsabile della produzione e manutenzione e vice di
Salerno, direttore dello stabilimento TK di Torino: «Mi ha chiamato al
telefono: ”Ti fa piacere che ci vediamo?”. Non mi chiesi perché e in quel
momento non misi in relazione l’incontro con la deposizione del giorno dopo.
Il dubbio mi è venuto quando mi ha consegnato due pagine con 10-12 domande
che mi sarebbero state rivolte in aula. Non ne lessi che 2-3. Riposi in
tasca i fogli e a casa li strappai». In aula il presidente Maria Iannibelli
e il giudice a latere Paola Dezani lo reinterrogano sulle precedenti sue
risposte, il 10 novembre molto categoriche, ieri assai più «ragionate» sulla
sicurezza in fabbrica e in particolare se la pulizia delle linee spettava
agli operai (cavallo di battaglia della difesa unitamente alla risposta
ricorrente in certi testi della «scarsa motivazione» degli operai negli
ultimi mesi). Esilarante il passaggio sui pulsanti d’emergenza che l’ex
caporeparto, molto sicuro la volta scorsa, non sa più dire se fossero a
forma di fungo o piatti. Il presidente: «O erano a forma di fungo o piatti».
Veraldi sostiene di non avere avuto anche le risposte con le domande di
Cortazzi, come era accaduto per Carlo Griva, l’ex capoturno che si era
recato in procura mettendo in moto l’inchiesta parallela di Guariniello e
dei pm Laura Longo e Francesca Traverso. Un altro indagato per falsa
testimonianza che ha chiesto di ritrattare e si mostra subito molto incerto
- Marco Raso - rivela per primo della cena a una bocciofila di Settimo in
cui si parlò della denuncia di Griva. «Una rimpatriata, una volta eravamo
una famiglia» la definisce l’organizzatrice Vanda Rossetto (ex segretaria
del direttore).
Vi parteciparono 2 imputati (Cafueri e Salerno) e numerosi testi indicati
dalla difesa. Rossetto è quella che, alla domanda «esclude di aver ricevuto
o inviato una mail a un funzionario Asl per un’ispezione?», risponde «lo
escludo, le ispezioni erano tutte a sorpresa». Sarà indagata pure lei di
falsa testimonianza. Per la cronaca, Raso ricevette da Adalberto Delindati
(altro ex quadro TK) il piano di emergenza per conto di Cafueri «su cui
potevo prepararmi per la testimonianza». Michele Tosches teneva i contatti
da futuro testimone con Antonio Spallone (altro ex TK): «Mi ha detto di dire
la verità, nient’altro che la verità», ripete tre volte imperterrito il
falso teste che aveva chiesto di ritrattare.
Nelle telefonate intercettate gli istigatori ai futuri falsi testimoni
raccomandavano: «Non dire ciò che ascolti in tv, ma la nostra verità». Non è
ancora tutto: il giorno che arrivano ai primi gli inviti a comparire in
procura, Cafueri si reca da Cortazzi e questi, dopo, va a casa di Veraldi.
L’attività inquinatoria ora è finita? Siparietto finale: Rossetto esce
dall’aula e si ripresenta alla Corte: «La madre di una delle vittime, fuori,
mi ha detto “sei una stronza”».
Il medico della Thyssen:
"Sempre rispettata la sicurezza"

+ Processo
Thyssen: il dirigente imputato istruiva i testimoni
+ Thyssen,
falsa testimonianza audizioni in procura
+ Thyssen,
il silenzio del tedesco: "Scusate, non capisco l'italiano"
+ Processo
Thyssen, l'imputato: "Ci hanno accusato senza ragione"
+ Thyssen,
il responsabile sicurezza: "Non mi risultavano carenze"
«Nessuno mi aveva segnalato nulla
e io stesso non ho visto uno scadimento della pulizia o della manutenzione».
Boccuzzi: «Nonostante i protocolli si muore ancora»
torino
«I miglioramenti non sono
mai stati negati, sia da parte mia per quanto riguardava le questioni
sanitarie sia da parte dell’azienda». È quanto ha dichiarato, nel corso
dell’udienza odierna nel processo per il rogo della ThyssenKrupp, uno dei
medici dell’azienda, Nizai Mansour, di origine palestinese, sentito questa
mattina come testimone della difesa.
Il dottore ha spiegato che, dopo l’annuncio della chiusura dello
stabilimento «non risultavano situazioni alterate, anche la sala medica era
stata tenuta in piedi regolarmente e tutte le cose chieste venivano fatte».
Alla domanda del pm Laura Longo se avesse notato un peggioramento della
pulizia o della manutenzione o se qualcuno lo avesse segnalato il medico ha
risposto che «nessuno mi aveva segnalato nulla e io stesso quando giravo in
azienda non ho visto uno scadimento della pulizia o della manutenzione».
Il teste ha quindi aggiunto che «veniva fatto tutto quello che prevedevano
le leggi, le valutazioni di rischio ambientale erano costanti, su questo
l’azienda, sulla parte delle indagini ambientali, non ha mai risparmiato una
lira». Il medico ha infine spiegato che «alle visite periodiche che sono
state fatte fino alla fine non mi risultava nulla a livello di stress
psicologico da parte dei lavoratori» e a proposito della prevenzione
antincendio ha detto di non essersene mai occupato personalmente riferendo
che «le squadre di pronto soccorso antincendio erano addestrate e nessuno mi
ha mai parlato di anomalie».
Anche al testimone successivo, il manutentore Massimo B., è stato chiesto
conto dei rilievi mossi dall’Asl: le sue risposte non sono piaciute ai
familiari delle vittime e agli ex colleghi, che all’uscita dall’aula lo
hanno preso a male parole.
Boccuzzi: «Nonostante i protocolli si muore ancora»
Antonio Boccuzzi, parlamentare del Pd e operaio Thyssenkrupp
sopravvissuto al rogo del 6 dicembre 2007, presente durante il processo di
stamane, ha commentato così, alla fine dell’udienza di oggi, l’incidente
mortale avvenuto nella sede umbra della multinazionale dell’acciaio:
«Nonostante il protocollo di sicurezza a Terni si continua a morire».
«Sembrava - ha affermato - un buon protocollo, all’epoca
(2008 - ndr), ma evidentemente ancora non basta». «La cosa che mi ha
suggestionato più profondamente è stata che qui a Torino, mentre
testimoniava il responsabile della qualità del prodotto e si parlava di
pentole, tubi e lavatrici, a Terni qualcuno moriva». Fuori dall’aula non
sono mancati i commenti dei parenti delle vittime torinesi. «È la conferma -
ha detto una giovane donna - che i titolari se ne fregano degli operai.
Finchè muoiono i lavoratori le leggi non cambiano: dovrebbe morire un
dirigente, e allora sì...». «È un destino crudele - ha aggiunto una signora
- che arriva proprio a due anni di distanza dalla nostra tragedia. Adesso
un’altra madre piange».
I familiari delle vittime: «Oggi c'è un'altra madre che piange»
«Oggi usciamo dall’udienza più distrutti delle altre volte -hanno detto i
parenti degli operai morti a Torino - e siamo vicini ai famigliari del
ragazzo deceduto. Da oggi c’è un’altra madre che piange e intanto c’è chi
continua a venire in questo processo a testimoniare il falso e proprio a
pochi giorni dall’anniversario dell’incendio in cui hanno perso la vita i
nostri ragazzi».
"I fondi per la sicurezza di Torino Ho deciso io di dirottare quei
soldi"
Processo Thyssen, l´ammissione del numero uno tedesco
di Sarah Martineghi

Harald Espenhahn, numero uno della Thyssen Italia
Un interrogatorio lento, stentato per le difficoltà
incontrate dalla traduttrice, e spesso di difficile comprensione: chi si
aspettava di vedere il principale imputato della Thyssenkrupp difendersi con
le unghie e con i denti dall´accusa di omicidio volontario con dolo
eventuale per la morte dei sei operai, all´udienza di ieri è rimasto deluso.
Con tono pacato e mai acceso, senza fornire risposte «scarica barile», e
assumendo spesso la responsabilità delle decisioni adottate per lo
stabilimento di Torino, Harald Espenhahn ha risposto a tutte le domande
della procura e degli avvocati, mostrando un atteggiamento che nel complesso
ha soddisfatto sia l´accusa che la difesa.
Senza però entrare nel merito dell´incidente accaduto, senza fornire giudizi
di sorta sugli operai deceduti che conosceva «solo di vista» e sulla cui
condotta «è difficile rispondere». Se non per dire comunque che «a Torino
c´erano dei buoni lavoratori», e sottolineare la fiducia nel direttore dello
stabilimento Raffaele Salerno con cui si confrontava, avallando le sue
decisioni, e anche «facendo proprio» il documento di valutazione del rischio
in realtà redatto dall´ingegnere Moroni.
Solo sul documento sequestrato a sorpresa nella sua borsa la mattina del 10
gennaio, in cui si sosteneva che se gli operai fossero stati ognuno al
proprio posto e non in pausa l´incendio sarebbe stato spento subito (e si
esprimevano giudizi sulle indagini di Guariniello, e si definiva Torino
«culla delle brigate rosse»), Esphenhan è rimasto vago: «non so chi lo abbia
scritto, me l´aveva dato un dipendente dell´ufficio legale tedesco: la casa
madre aveva voluto raccogliere informazioni, ma io non ho nemmeno letto, se
non in seguito, in quanto mi è stato subito sequestrato».
E´ durato oltre tre ore l´interrogatorio all´amministratore delegato
dell´acciaieria. Elegante in un completo gessato blu, ha parlato nella sua
lingua madre senza mostrare imbarazzo e incertezze, ripercorrendo il
curriculum di studi come tecnico delle acciaierie. E con eleganza ha
ignorato i commenti di una madre e una sorella di una vittima, che gli hanno
urlato «assassino», «tanto finirai in galera anche se sei tedesco» al
termine dell´audizione. Il tema della sicurezza, e le delibere adottate per
la prevenzione dei rischi nello stabilimento, sono state le questioni
affrontate più nel dettaglio.
A cominciare dai fondi stanziati in seguito all´incendio tedesco nello
stabilimento di Krefeld (quando l´assicurazione Axa aveva intimato ai
vertici dell´azienda di mettersi in regola, e la casa madre aveva stabilito
investimenti anche a Torino): «A Torino era stato previsto uno stanziamento
antincendio di un milione e mezzo. Bisognava ottenere il certificato di
prevenzione incendi, ed era necessario fare interventi di struttura della
filiale, dalle gallerie alle porte tagliafuoco. Ma quando ho deciso di
chiudere la filiale, quei fondi sono stati dirottati sul finanziamento di un
secondo progetto, di due milioni e 300 mila, che riguardava anche gli
impianti trasferiti a Terni».
Il motivo della decisione di posticipare gli interventi era che «avrebbero
richiesto più di 12 mesi per la loro attuazione» e inoltre «la linea 5 era
l´unica dell´intero gruppo Thyssenkrupp dove c´era un sistema antincendio
nell´area della centralina idraulica interrata». «Nessun intervento sulla
linea 5 è stato posticipato - ha sottolineato il difensore Ezio Audisio».
La procura subito prima di interrogare l´ad e il membro del comitato
esecutivo Gerard Priegnitz, ha depositato un´attività integrativa di
indagine, documenti sugli interventi di sicurezza adottati a Terni dopo
l´incendio torinese: «si tratta di una serie di sistemi di rilevazione e
spegnimento automatico adottati in prossimità delle centraline idrauliche
con capacità superiore ai 400 litri. Guarda caso sono proprio queste le
indicazioni che l´Axa aveva impartito prima dell´incendio di Torino»
spiegano gli inquirenti.
E´ apparsa visibilmente in difficoltà, e più volte la sua traduzione è
apparsa incerta: la giovane interprete chiamata a tradurre gli interrogatori
dei due imputati tedeschi si è trovata di fronte ad ardui termini tecnici e
a domande complesse. Tanto che l´ad Harald Espenhahn (che in precedenza
aveva richiesto il suo aiuto nonostante l´accusa sostenesse che sapesse bene
l´italiano) l´ha corretta nelle sue traduzioni, persino sui numeri (un 81 è
stato confuso con un 18).
Un po´ di stupore in aula c´è stato anche quando l´ad ha dichiarato che una
risposta da lei riportata per una domanda a Gerald Priegnitz non era stata
tradotta bene e in maniera completa. E´ andata meglio quando l´interprete ha
dovuto tradurre le domande del pm Raffaele Guariniello, più brevi, semplici
e concise.
(05 novembre 2009)
06/10/2009 - PROCESSO - AULA GREMITA PER LE PRIME
DEPOSIZIONI DEGLI IMPUTATI
Thyssen, il responsabile sicurezza: "Non mi risultavano carenze"

FOTOGALLERY
ThyssenKrupp: le immagini del processo
Cosimo Cafueri si difende:
«Non ho nessuna responsabilità nella tragedia della ThyssenKrupp»
Torino
«Non ho nessuna responsabilità nel sistema dei controlli
nella vicenda dell’incendio della ThyssenKrupp» afferma Cosimo Cafueri,
responsabile del servizio prevenzione e protezione dell’acciaieria, durante
l'udienza del processo di questa mattina nel Palazzo di Giustizia a Torino.
«Non mi risultava assolutamente che vi fossero carenze nel sistema di
sicurezza dell'azienda e non ho fatto nulla per sollecitare lo spostamento e
non ho chiamato nessuno per modificare la situazione subito dopo l'incendio,
soprattutto quella degli estintori, - ha detto rispondendo a una domanda
del pm Laura Longo - Anzi, mi sono raccomandato di non toccare nulla che
fosse stato segnalato dai vigili del fuoco».
Per quanto riguarda i sistemi di sicurezza insufficienti o malfunzionanti e
l’assenza di personale specifico per la sicurezza, invece, ha risposto: «La
direzione del personale, a Terni, conosceva benissimo la situazione. Non
toccava a me informarli».
Nell’ultima parte dell'udienza Cafueri ha sottolineato, fra le altre cose,
che il pulsante d’emergenza, uno dei nodi centrali del processo, «in più
occasioni è stato utilizzato dove serviva e il personale sapeva benissimo
che doveva essere usato».
Rispondendo a una domanda del giudice Maria Iannibelli, secondo la quale,
nei giorni precedenti l'incendio, vi era scarsa pulizia e materiale cartaceo
all'interno dell'acciaieria, Cafueri ha poi ribadito: «era una anomalia il
fatto che la carta fosse lungo la linea».
Durante la testimonianza c'è anche stato un vivace botta e risposta con il
procuratore Raffaele Guariniello che ha chiesto all’imputato: «Lei ha detto
"mi sono trovato a gestire una situazione così";. Ma in questo caso - ha
aggiunto Guariniello- come avrebbe dovuto reagire un responsabile della
sicurezza? Accettarla o dimettersi?»
Rogo Thyssen, Chiamparino:
leso il fondamento morale della Città

condividi
FACEBOOK
GOOGLE
LIVE
YAHOO
«La nostra idea è di destinare
un eventuale riconoscimento
del danno a borse di studio per chi si dedica alla tematica della sicurezza»
Il sindaco di Torino oggi in aula Torino
«Ci tengo a dire che la ragione principale
della nostra costituzione di parte civile non è il danno materiale in sè e
neanche un semplice danno d’immagine, ma piuttosto quello che definirei un
danno morale perchè quello che riteniamo essere uno dei fondamenti della
costituzione morale della nostra città, ossia la sicurezza sul lavoro, è
stato leso da ciò che è avvenuto». Sono le parole del sindaco di Torino
Sergio Chiamparino sentito in Aula questa mattina al processo per il rogo
della Thyssen Krupp nel quale la Città si è costituita, così come gli altri
enti locali, parte civile.
Rispondendo alle domande dell’avvocato del Comune Donatella Spinelli, il
sindaco Chiamparino ha ricordato che «Torino è una città con una storia
industriale molto ampia e profonda, una città che fin dagli anni
dell’industrializzazione di massa, a differenza di altre città, ha fatto
della tutela della sicurezza sul posto di lavoro uno dei temi organicamente
inseriti ad esempio nella contrattazione».
Un tema, ha poi precisato Chiamparino, «che si è poi dilatato diventando
quasi uno dei fondamenti della costituzione materiale e culturale della
città, tant’è che quando ci siamo trovati ad affrontare l’impegno per le
olimpiadi abbiamo siglato un protocollo specifico per la sicurezza sui
luoghi di lavoro in cui abbiamo anche investito delle risorse e
successivamente, qualche mese prima dell’incendio alla Thyssen, abbiamo
siglato un altro protocollo d’intesa più generale finalizzato ad
approfondire il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro non solo nel
settore edile».
Dopo la tragedia della Thyssen il Consiglio comunale, ha ricordato il
sindaco, «dichiarò il 2008 anno della sicurezza sul lavoro e questo è stato
un prolungamento di quei protocolli di intesa, la risposta alla tragedia
appena accaduta per fare attività di diffusione su questa tema». Proprio per
questo motivo, ha detto ancora Chiamparino, «la nostra idea è di destinare
un eventuale
riconoscimento del danno a borse di studio
per chi si dedica a questa tematica. Ci sembra coerente -ha aggiunto- con la
storia di questa città e con gli atti già assunti investire su giovani che
facciano di questo l’elemento centrale della loro attività di studio».
Nella sua deposizione in aula il sindaco Chiamparino ha parlato anche dei
momenti dopo la tragedia, come il giro degli ospedali in cui erano
ricoverati gli operai feriti. «Ricordo - ha detto il primo cittadino -
alcune fra le scene più strazianti a cui io abbia mai assistito.
Immediatamente - ha aggiunto - cercammo di predisporre tutti gli interventi
necessari per dare un pò di conforto alle famiglie, facendoci carico dei
problemi che potevano sorgere, dall’organizzazione dei funerali, al lavoro
per alcune delle vedove».
Ricordando le manifestazioni di cordoglio arrivate da più parti, dai massimi
vertici istituzionali, a tanta gente comune «come un gruppo di lavoratori -
ha detto il sindaco - che mi mandarono i riferimenti per versare le loro
trecidesime alle famiglie delle vittime», Chiamparino ha poi ricordato che
la Città decise che «il sentimento di cordoglio generale richiedeva un
segnale anche simbolico forte e per questo sospendemmo i festeggiamenti per
il Capodanno».
Rispondendo poi alle domande degli avvocati di parte civile e della difesa a
proposito dell’impegno del Comune per la Thyssen Krupp, Chiamparino ha
sottolineato che «non abbiamo iniziato ad ocuparci del problema
dell’accompagnamento al lavoro dopo, ma molto prima».
Il sindaco ha quindi ripercorso le varie fasi di trattativa con l’azienda,
da un primo incontro nel 2002-2003, a cui partecipò anche l’ad Harald
Espenhan, «in cui ci fu una proposta alla Ccittà per riorganizzare e mantere
l’insediamento», a una seconda fase, «che seguì il vice sindaco in cui ci fu
una discussione anche su un’eventuale riorganizzazione e ridestinazione di
una parte dello stabiliemento torinese», fino alla decisione finale del
trasferimento dell’attività, quando «affrontammo il problema
dell’accompagnamento al lavoro su cui il Comune ha avuto e continua ad avere
un ruolo».
Rispondendo all’avvocato della difesa, Ezio Audisio, il sindaco ha detto che
in quegli incontri il tema della sicurezza sul lavoro non venne mai posto
direttamente, «ma il tema della sicurezza e del progressivo abbandono degli
impianti fu sollevato in modo generale nella terza fase, quella dopo
l’accordo». Infine, a chi gli chiedeva un’opinione su uno dei documenti agli
atti che venne trovato in una borsa dell’ad della multinazionale tedesca in
cui Torino veniva indicata come culla delle Brigate Rosse, Chiamparino ha
risposto di aver ricordato «l’altra faccia di ciò che è citato in quel
documento, la battaglia per la salute e la sicurezza sui luoghi i lavoro
come uno dei fondamenti morali della Costituzione della nostra città e chi
legge questo come la nascita delle Br ha una visione o interessata e
strumentale o molto strabica di quello che è successo».
Al termine dell’udienza il sindaco Chiamparino si è fermato con i parenti
delle vittime. «È vero, ci sono stati vicini -hanno detto alcuni familiari -
quello che non ci va giù è che si doveva fare qualcosa prima».
Salvatore Abisso, patrigno di Roberto Scola:
«Gli operai specializzati trovavano altri lavori, andavano via e venivano
sostituiti con dei ragazzini»

«Nell’ultimo anno alla ThyssenKrupp era un’anarchia: era
calata la manutenzione, si spostavano i lavoratori di continuo, e quando
qualcuno andava via lo rimpiazzavano con un ragazzino che non sapeva dove
mettere le mani». Lo ha detto questa mattina l’ex capoturno Salvatore Abisso, il
primo dei testimoni presentati dalle parti civili al processo per l’incendio che
il 6 dicembre del 2007 uccise sette operai.
Abisso, dopo aver sottolineato che nonostante lui sollevasse i problemi nessuno
lo ascoltava, ha raccontato come venne addestrato il suo successore, Rocco
Marzo, destinato a diventare una delle vittime: «Quando lasciai l’azienda, il
giorno prima Rocco venne da me. Lui era un maestro, ma nel suo reparto. E chiese
a me di spiegargli in poco tempo come funzionava l’impianto. Così la cosa non
poteva andare bene».
Quella di oggi è la 29esima udienza del processo. Finora, senza contare i
consulenti tecnici, sono stati ascoltati 74 testimoni, tutti presentati dalla
pubblica accusa.
. La commozione è stata insostenibile per alcuni che sono
anche usciti dall'aula allorchè è stata chiamata a testimoniare Annarita Menonna,
la fidanzata di Rosario Rodinò,uno dei ragazzi uccisi dalle fiamme, e ha
raccontato del rapporto tra il ragazzo e la famiglia, in particolare con la
sorella che era incinta di due gemelli. Prima di lei, aveva testimoniato in aula
Ciro Argentino, Rsu alla ThyssenKrupp, che ha riferito delle carenze già
illustrate da molti testimoni nello stabilimento di Torino, sia in materia di
manutenzione che per quanto riguarda le misure di sicurezza.
"Eravamo lasciati allo sbaraglio", ha detto Argentino, secondo il quale la notte
dell'incidente soltanto due degli operai di turno erano stati formati per
operare alla linea 5 (dove si sviluppò l'incendio): Antonio Schiavone e Rosario
Rodinò e, solo in parte, aveva una formazione anche Roberto Scola. Tutti quanti
hanno perso la vita nell'incendio. Alla domanda di un avvocato "Lei ha un
rimpianto?", Argentino ha risposto: "Uno? Ne ho diversi. Il primo - ha detto in
riferimento all'annunciata chiusura dello stabilimento che aveva prodotto
un'emorragia di operai specializzati, con doppi turni per chi era rimasto a
lavorare e smistamenti di personale spesso non formato per le mansioni a cui
veniva adibilito - è non essere riuscito a capire, nel mio piccolo, che la
chiusura di uno stabilimento non può avvenire in quel modo". Il processo
riprenderà giovedì, per l'ultima udienza prima della pausa estiva.
Manifestazione degli ex dipendenti: «I tedeschi vogliono che restiamo
disoccupati»
Le “altre” vittime della Thyssen
«Siamo senza lavoro da 2 anni»
TORINO
03/07/2009 - Cassintegrati fino al prossimo marzo,
praticamente disoccupati a tempo indeterminato. Una ventina di ex operai
Thyssenkrupp, aderenti all’associazione “Legami d’acciaio” costituita a seguito
della tragedia del dicembre 2007, si sono armati di scopettoni e pettorine per
ramazzare simbolicamente le strade davanti al tribunale e piazza Palazzo di
Città. Lo stesso lavoro di alcuni ex compagni in acciaieria.
«Quelli che non si sono costituiti parte civile al processo contro l’azienda»
spiega il portavoce della Onlus “Legami d’acciaio”, il delegato sindacale Ciro
Argentino, associazione nata dopo la strage del dicembre 2007 che, ieri, ha
portato in piazza ancora una volta le istanze di quelle famiglie «dimenticate e
senza lavoro», mentre in aula iniziava l’ennesima udienza del processo al
colosso tedesco dell’acciaio. Sarebbero loro, secondo i manifestanti, a muovere
ancora diverse pedine, a decidere chi possa o debba lavorare.
«Non escludendo nemmeno l’uso capestro che è stato fatto dell’accordo di buona
uscita, quello fatto firmare agli operai prima della tragedia dove chi firmava
rinunciava di fatto ad ogni possibilità di rivalsa nei confronti dell’azienda -
continua Argentino -. Incolpiamo il Comune di quanto non è stato fatto per
garantire a tutti un posto di lavoro: solo venti, venticinque colleghi al
massimo, hanno trovato un’occupazione, alcuni all’Amiat, altri all’Alenia.
Favoriti dell’azienda e colleghi che non sono mai entrati in tribunale per
chiedere giustizia». Non una coincidenza, dunque. «No, siamo certi che ci sia lo
zampino della Thyssen - spiega Mirko Pusceddu, 35 anni -, volevano chiudere e
hanno chiuso, non per loro scelta però».
Davanti al tribunale anche il parlamentare Antonio Boccuzzi (Pd). «Sarebbe
scandalosa una cosa simile - dice -, se qualcosa può essere fatto che si
faccia». La manifestazione è continuata, fino a tarda mattinata, sotto le
finestre del sindaco. «Nessuno ci ha ricevuti, nessuno è sceso a manifestare
solidarietà. Meritano soltanto fischi - aggiunge sconsolato Luigi Gerardi -. Noi
siamo ormai su una lista di proscrizione vera e propria, fino a marzo ci sarà la
cassa integrazione. Poi si vedrà».

Rogo Thyssen, lavoratori parti civili manifestano
davanti a Tribunale

ultimo aggiornamento: 02 luglio, ore 14:04
Torino, 2 lug. - (Adnkronos) - Per richiamare l'attenzione
su quella che viene definita "la discriminazione subita rispetto a quei
dipendenti della acciaieria che non si sono costituiti nel processo e che sono
gia' stati ricollocati in alcune realta' produttive del territorio, tra cui ex
municipalizzate"
Torino, 2 lug. - (Adnkronos) - Pettorine catarifrangenti e
scope di saggina. Cosi' i lavoratori della ThyssenKrupp costituitisi parte
civile nel processo in corso a Torino hanno presidiato oggi l'ingresso del
tribunale dove e' in corso una nuova udienza. La manifestazione e' stata
promossa dall'associazione 'Legami d'acciaio' per richiamare l'attenzione su
quella che viene definita "la discriminazione subita rispetto a quei dipendenti
della acciaieria che non si sono costituiti nel processo e che sono gia' stati
ricollocati in alcune realta' produttive del territorio, tra cui ex
municipalizzate".
"Vogliamo sapere -spiega Ciro Argentino, tra i promotori
dell'iniziativa- con quale criterio sono stati ricollocati proprio quei
lavoratori che non si sono costituiti mentre gli altri, circa una trentina, sono
tutti in cassa integrazione straordinaria (il biennio scade a marzo 2010). Ci
pare -prosegue Argentino- di aver subito un trattamento di sfavore nei confronti
di quei lavoratori ricollocati direttamente dalla ThyssenKrupp e dall'Unione
industriale in diverse aziende del territorio e in ex municipalizzate, in
particolare l'Amiat, senza che si sia tenuto conto dei fattori sociali di una
teorica lista delle priorita' creando cosi' discriminazione tra i lavoratori
stessi a cui veniva dato un lavoro solo in funzione del fatto che non si
costituivano nel processo".
In particolare, per quanto riguarda le assunzioni all'Amiat,
Argentino aggiunge: "Crediamo che in quest'ultimo caso il comune che pure ha
compiuto atti meritori nei confronti dei famigliari delle sette vittime e dei
lavoratori, abbia in qualche modo favorito le indicazioni venute dall'azienda.
Per questo chiediamo un intervento immediato di chi ha la responsabilita' nella
vicenda perche' venga applicato l'accordo siglato il 23 luglio 2007 che
prevedeva la chiusura del sito e la ricollocaizone di tutti i lavoratori, senza
discriminare chi si e' costituito offrendogli lavori precari di pochi mesi". I
manifestanti dopo palazzo di Giustizia si sono recati davanti al palazzo Civico.
Domenica 19 Aprile 2009 10:23
di Danilo Giannese
Galleria fotografica
TARANTO - Al grido di “Non si può morire per il lavoro”, ieri
nella città dell’Ilva c’è stata la manifestazione nazionale per
la sicurezza dei lavoratori. Presenti familiari delle vittime e
operai provenienti da tutta Italia, anche dalla ThyssenKrupp di
Torino. Nel corteo che ha sfilato per le strade del capoluogo
jonico, uno striscione con su scritto: “Associazione 12 giugno –
Familiari vittime del lavoro – Taranto”.
A reggerlo Angelo Franco, padre di Paolo, un ragazzo di 24
anni morto il 12 giugno 2003, schiacciato da un braccio di
una gru che si è spezzato piombandogli addosso da 50 metri
di altezza. Paolo lavorava all’Ilva di Taranto ed è una
delle tante morti bianche avvenute all’interno della più
grande industria siderurgica d’Europa.
Il padre Angelo non ha accettato il risarcimento proposto
dall’Ilva per convincerlo a non aprire la causa. Nel
frattempo ha vinto il processo di primo grado – che si è
concluso con la condanna di due dirigenti Ilva e tre della
ditta che si occupava della manutenzione del cantiere – e
ora, fiducioso, attende un esito positivo anche in appello.
Quella dell’operaio Paolo e di suo padre è solo una delle
tante storie presenti ieri tra la gente scesa in strada a
Taranto per alzare la voce contro le morti sui posti di
lavoro. Al corteo, organizzato dalla Rete nazionale per la
sicurezza sul lavoro (il secondo, dopo quello del 6 dicembre
scorso a Torino in occasione dell’anniversario della strage
alla Thyssen) hanno aderito i Cobas e lavoratori organizzati
provenienti da tutta Italia. Assenti, invece, con grande
rammarico da parte degli organizzatori, i sindacati
confederali.
È stata scelta la città di Taranto per una manifestazione
nazionale sul tema del lavoro perché, come si legge in un
comunicato della stessa Rete, <<l'lILVA è la fabbrica con
più morti sul lavoro d'Italia, perchè è la città simbolo con
più infortuni, malattie professionali tumori, inquinamento e
devastazione dell'ambiente>>.
In riva allo Jonio, gli operai sono arrivati dal Piemonte e
da Milano, da Roma e dalla Sicilia, dal Veneto e dalla
Toscana. Salvatore Abisso è un parente di Roberto Scola, una
delle sette vittime dell’incendio alla fabbrica ThyssenKrupp
di Torino. Si è sobbarcato 14 ore di viaggio in pullman
soltanto per dare il suo <<contributo>> alla lotta contro le
morti bianche. Della Thyssen erano presenti un’altra
trentina di persone, tutte appartenenti all’associazione
“Legami d’acciaio”, nata proprio in seguito all’incendio
mortale nella fabbrica. Tra i familiari delle vittime anche
i genitori di Luca Vertullo, operaio ventideuenne morto tre
anni fa mentre lavorava al porto di Ravenna. <<Da quel
giorno la nostra vita non è più la stessa – ci ha detto la
madre di Luca – Speriamo che manifestazioni come queste
accendano sempre più i riflettori su questa strage continua
nel nostro Paese>>.
Una strage, appunto. E di vera e propria strage parlano i
numeri snocciolati dagli organizzatori del corteo tarantino.
Dall’inizio dell’anno hanno perso la vita, infatti, 309
lavoratori; più di 309 mila, invece, gli infortuni, mentre
7727 sono le persone rimaste invalide. <<E’ una vergogna
nazionale>>, ha commentato l’europarlamentare dei Comunisti
italiani Marco Rizzo, sceso ieri in riva allo Jonio per dare
solidarietà a operai e familiari delle vittime. <<Ci sono
precise responsabilità per tutte le morti bianche che
avvengono nel nostro Paese – ha detto Rizzo – Responsabilità
da parte delle imprese, dei sindacati, che non si fanno
sentire come dovrebbero, e anche della politica, che fa solo
presenza ma non le leggi giuste per migliorare la
situazione>>.
A finire sotto la luce dei riflettori, in particolare, è il
Testo unico sulla sicurezza sul lavoro che, secondo gli
organizzatori della manifestazione, starebbe subendo <<un
pesante attacco>> da parte dell’attuale governo. <<Con il
decreto cosiddetto "Milleproroghe" - è la loro denuncia -
sono state rinviate di mesi misure importanti come la
valutazione dello stress sul lavoro, l´obbligo di assicurare
una data certa al documento sulla valutazione dei rischi (e
relative sanzioni), il divieto di effettuare visite mediche
preventive prima di assumere un lavoratore e l´obbligo di
comunicazione all´Inail degli infortuni di durata superiore
a un giorno>>.
http://www.tgr.rai.it/SITOTG/TGR_popupvideo/1,8506,tgr%5Epuglia,00.html
7/4/2009 (15:13) -
IL PROCESSO
Thyssen, consulenti della difesa:
"Premuto il pulsante sbagliato"
Malumori in aula da parte dei familiari
TORINO
«Non si è premuto il pulsante di emergenza che avrebbe bloccato
l’afflusso di olio e evitato la tragedia». A sostenerlo in aula è stato
Vittorio Betta, uno dei consulenti della difesa della Thyssen, nel
processo che è ripreso questa mattina a Torino. «C’è stata una
demonizzazione del concetto di "fermata" dell’impianto - ha detto Betta
(il riferimento sono le molte testimonianze di operai che sostenevano
che nello stabilimento di Torino si evitava il più possibile di bloccare
i macchinari, anche in caso di malfunzionamenti, per non interrompere il
lavoro) - giustificando con ciò il fatto che non si è premuto il
pulsante di emergenza. La fermata non era un evento straordinario - ha
aggiunto Betta - e il 5 dicembre 2007, il giorno prima dell’incidente,
ci furono quattro fermate. Non risulta che sia mai stata sanzionata
dall’azienda una fermata volontaria dell’impianto».
Alcuni testimoni avevano riferito nelle udienze scorse, che nello
stabilimento di Torino non si premeva il pulsante di emergenza per non
rovinare i nastri in lavorazione, ma oggi Betta in aula ha spiegato che
«una fermata crea un danno alla lamiera del 5, 6 al massimo 7 per
cento». La relazione del consulente ha determinato ulteriori malumori
nei parenti delle vittime presenti in aula.
Processo Thyssen, un teste
"Degrado dopo annuncio chiusura"
E' ripreso stamane il processo per l'incendio che
il 6 dicembre 2007 uccise sette operai. Massimiliano Bianco, capoturno
della manutenzione e del pronto intervento fino alle dimissioni,
rassegnate nel giugno del 2007, ha affermato in udienza che le
condizioni dello stabilimento torinese, dopo l'annuncio della chiusura,
attraversava uno stato di "degrado"

Thyssen
Dopo l'annuncio della chiusura dello stabilimento
di Torino della Thyssenkrupp "ci fu un rilassamento generale: il degrado
cominciò nel mio ultimo mese di lavoro in azienda": ad affermarlo,
all'udienza di oggi del processo per l'incendio che il 6 dicembre 2007
uccise sette operai, è stato Massimiliano Bianco, capoturno della
manutenzione e del pronto intervento fino alle dimissioni, rassegnate
nel giugno del 2007. "Anche i miei ragazzi - ha aggiunto - avevano meno
grinta nell'affrontare i problemi". Bianco, rispondendo alle domande dei
pm, si è soffermato sulle procedure di intervento in caso di guasti o di
incendi, e ha raccontato che Cosimo Cafueri, dirigente dello
stabilimento torinese della multinazionale dell'acciaio, "non voleva
eroi". Cafueri è uno dei sei imputati: è sotto accusa per non aver
segnalato ai vertici la necessità di migliorare le condizioni di
sicurezza.
Drammatica la seconda testimonianza ascoltata al processo: "Ebbi un
incidente sul lavoro e fui trasferito per dispetto: 'ti fai male in
continuazione', mi dissero": a raccontarlo è stato l' operaio Antonio
Aprile, che per anni è stato ispettore di manutenzione della linea (la
numero 5) che il 6 dicembre 2007 andò a fuoco uccidendo sette operai.
Aprile ha spiegato che nel dicembre del 2006, durante un intervento per
risolvere un problema sulla linea, un collega cadde in una vasca d'acqua
bollente: lui cercò di soccorrerlo ma si ustionò, cadde a sua volta e
ruzzolò anche un terzo collega. "Al mio posto di ispettore - ha detto -
misero un ragazzo che fino al giorno prima preparava i cilindri per i
laminatoi".
L'operaio, che già nel 1998 era rimasto ferito a un occhio per un
incidente, ha riferito che si era lamentato più volte con i suoi capi
per problemi di sicurezza. Ha anche detto che due o tre giorni prima
delle ispezioni di Asl e Arpa lui e i colleghi venivano avvertiti in
modo che "sistemassero la linea 5". A volte "si dava pure una
tinteggiatura a pareti e ringhiere per rendere il posto più bello",
soprattutto se veniva l'ad Herald Espenhahn (ora imputato di omicidio
volontario).
Con l'audizione del teste Giuseppe Perseo, ex capoturno manutenzione
alla Thyssen, si è conclusa l'udienza odierna. Il processo riprenderà il
25 marzo, quando in aula sarà proiettato un video realizzato da due
consulenti della Procura di Torino, in cui viene ricostruito l'incendio
che divampò alla linea 5. Il filmato è stato realizzato proprio perchè
la presidente della Corte d'Assise, Maria Iannibelli, già nelle scorse
udienze, aveva richiesto delucidazioni in merito al funzionamento della
linea e dei numerosi termini tecnici usati dai testimoni ascoltati.

(19 marzo 2009)
2/3/2009 (12:58) - SVOLTA NELLE INDAGINI NEL MIRINO I CONTROLLI DEGLI
ISPETTORI NELLA FABBRICA DELLA MORTE
Thyssen, Guariniello
manda la Finanza all’Asl
|

|
|
Dasinistra Raffaele Salerno e Cosimo
Cafueri responsabili della Thyssen |
In aula un operaio scoppia in lacrime: «I morti mi
aspettano sotto casa tutte le sere»
ALBERTO GAINO
TORINO
La Guardia di Finanza è stata per tutto il giorno nella sede dello
Spresal, il servizio dell’Asl 1 che ha condotto negli ultimi anni le
ispezioni alla ThyssenKrupp, quelle stesse per cui l’azienda veniva
avvertita tre giorni prima e la direzione disponeva che l’intera
fabbrica venisse tirata a lucido. Se n’è parlato anche nell’udienza di
ieri: otto ore di deposizioni, con punte di autentica drammaticità e
altri momenti di forte tensione. Ripartiamo dalle «fiamme gialle»
all’Asl.
A pomeriggio inoltrato il dirigente Spresal, Gianni Buratti, conferma:
«Ci han chiesto documenti fra cui quelli relativi a una nostra indagine
su un infortunio alla Thyssen. Sono ancora qui a controllare il
protocollo, che è tutto informatizzato». E’ il segno di una svolta
nell’inchiesta-bis, sui controlli nella fabbrica del rogo che si è
portato via sette lavoratori: bruciati vivi. Fin dove porti non è ancora
chiaro. Guariniello imita il burocratese dei vecchi inquirenti: «Sono a
sconoscenza».
In aula esce di scena Giovanni Pignalosa che ha raccontato come Rosario
Rodinò in fin di vita si preoccupasse che venissero soccorsi i colleghi:
«Stanno peggio di me». E di quanto fosse complesso far capire ai più
giovani i problemi della sicurezza. «Avevano contratti semestrali
rinnovati da anni. Erano sottoposti a pressioni psicologiche».
Salvatore Pappalardo non è un rappresentante sindacale come il compagno.
Le sue parole sono semplici e il suo caso è diventato particolare: dalla
notte dell’incendio sta molto male, ha dovuto rinunciare al corso di
formazione per reinventarsi tornitore, lui che alla Thyssen aveva la
fascia di operaio leader: scendere in officina per le prove pratiche
l’ha fatto precipitare nel panico, ambulanza, ospedale, mutua. E
certificato del medico consegnato all’azienda. Che ha ritenuto di fargli
revocare la cassa integrazione.
L’ultima busta paga dell’ex operaio leader è stata di 26 euro. «Ho tre
figlie e non so come arrivare alla fine del mese». Singhiozza nel
ricordare quella notte: «Bruno sbucò dal fumo, era nudo e mi venne
incontro a braccia aperte. Tutti i giorni lo rivedo così. Mi aspetta sul
pianerottolo di casa. Mi guarda senza dir nulla e mi abbraccia».
Le allucinazioni lo hanno costretto al ricovero in psichiatria: Bruno
Santino passa in auto e lo saluta, «Rocco Marzo è vestito di nero e sta
pure lui in auto, un’auto nera. Mi avvicino ed è un carro funebre».
Un avvocato della difesa, con l’imputato Cosimo Cafueri che gli
suggerisce le domande, insiste nel chiedergli «precisazioni». Cortese ma
incurante delle condizioni emotive del teste. Pappalardo ha avuto il
torto di rammentare i colloqui con i colleghi tedeschi quando rimase per
un mese nello stabilimento della casa madre in Germania? «Venne su anche
il nostro direttore, Salerno, e mi disse: “Hai visto che roba qui?”. Una
volta la settimana si pulivano le macchine da cima a fondo, anche per la
qualità della produzione. E la sicurezza era una realtà. Chiesi a
Salerno se non si poteva fare così anche da noi. Non mi rispose».
A fine udienza l’avvocato Ezio Audisio, difensore di Espenhanhn,
sottolinea «l’importante deposizione che ha restituito tutt’altra
immagine all’azienda». Quella dell’ex capoturno della manutenzione di
pronto intervento Giuseppe Caravelli. Uno che ha cambiato completamente
il suo racconto sulle condizioni di sicurezza della fabbrica. E il pm
Francesca Traverso vuole per questo risentirlo martedì prossimo: «La
testimonianza è molto distante da quelle rese nei mesi scorsi ai vigili
del fuoco e dopo a me».
5/3/2009 (14:58) - PROCESSO PER IL ROGO - BOCCUZZI RISPONDE ALLA DIFESA
Thyssen, mimose e rose in aula
Stamattina alla ripresa del processo una donna che
14 anni fa perse il figlio 21enne in un infortunio sul lavoro ha
consegnato fiori per ciascuna delle 7 vittime
TORINO
Una rosa rossa e una mimosa: questo l’omaggio che una mamma di Udine ha
portato oggi in aula a Torino per commemorare gli operai morti nel rogo
della ThyssenKrupp. I fiori sono stati collocati sui banchi dell’aula
accanto alle foto delle vittime e di alcune magliette con l’immagine dei
loro volti: a portare questo piccolo dono è stata una mamma di Udine che
quattordici anni fa ha perso un figlio di 21 anni, morto sul lavoro.
Il processo è ricominciato poi con la seconda testimonianza di Antonio
Boccuzzi, parlamentare del Pd ed ex operaio della ThyssenKrupp
sopravvissuto al rogo. Boccuzzi ha risposto alle domande dei difensori,
a cominciare da quelle dell’avvocato Maurizio Anglesio, legale dell'ex
responsabile della sicurezza dell’impianto Cosimo Cafueri. «Con Cafueri
-ha detto Boccuzzi- ho avuto modo di confrontarmi spesso su varie
problematiche che lui, nel limite delle sue possibilità e dei fondi
disponibili, risolveva immediatamente. Ho parlato molto spesso con lui e
quando aveva la possibilità di farlo -ha ripetuto Boccuzzi- ha sempre
tentato di risolvere i problemi ma era visibilmente preoccupato quando
fu annunciata la chiusura forse perchè vedeva difficoltà per la
sicurezza. Diceva che la cosa più importante per noi era non farsi male,
me lo disse fin dal mio primo giorno di lavoro».
Boccuzzi in aula: «Le pulizie si facevano solo in occasione dei
controlli»
A proposito delle visite di controllo annunciate in anticipo l’ex
operaio ha spiegato, confermando quanto era stato già emerso nelle
deposizioni di altri operai, che normalmente ad avvisare delle ispezioni
era proprio il responsabile della sicurezza. «In genere ci veniva detto
da Cafueri -ha spiegato Boccuzzi- anche se non c’era una comunicazione
regolare, e lo diceva quando lo incontravi oppure lo sapevamo anche dai
capiturno che poi ci dicevano che doveva essere tutto pulito e allora
veniva fatta una vera e propria pulizia». Il parlamentare democratico ha
poi parlato delle riunioni sulla sicurezza che, ha spiegato, «prima
dell’annuncio della chiusura venivano fatte regolarmente, fuori turno e
fatte bene. Poi, dopo l’annuncio, a mio avviso venivano fatte in modo
non idoneo, durante il turno e quindi non tutti avevano la possibilità
di parteciparvi».
Di Fiore: «Dalle fiamme sentivo Schiavone urlare: "Aiutatemi, non
voglio morire"»
«Sentimmo dell’incedio tramite la ricetrasmittente, ma a noi
direttamente non era arrivato alcun allarme - ha detto Di Fiore, operaio
nel reparto smaltimento acidi e membro della squadra di emergenza
interna allo stabilimento -. Quando mi sono recato alla linea cinque non
era possibile entrare con l’auto perchè la fotocellula non funzionava e
il portone non si apriva. Entrai allora a piedi e mi trovai in un punto
dove c’era molto fumo e un odore acre, ma dove regnava la pace più
assoluta. Pensai che fossero tutti riusciti a scappare avvicinandomi
alla linea cinque, però, sentivo gente che urlava "sono tutti morti".
Non volevo crederci finchè non ho visto due corpi a terra
irriconoscibili che fumavano ancora e gridavano "portateci via da questo
inferno". Gli attimi sembravano eterni, sentivamo arrivare dalle fiamme
la voce di Antonio Schiavone che urlava "portatemi via da qui, non
voglio morire"».
3/3/2009 (14:13) - PROCESSO THYSSEN - PARLA BOCCUZZI
"La mano di fuoco
inghiottì i miei amici"
|

|
|
Antonio Boccuzzi, l'unico sopravvissuto
oggi parlamentare Pd |
«Roberto Scola mi chiamava, quando cadde a terra
aveva indosso solo brandelli di vestiti e gli erano rimasti pochi
capelli». In aula volano insulti, la presidente della corte: «Il
processo sia sereno»
TORINO
È ripreso all’insegna di nuove schermaglie giudiziarie il processo per
il rogo alla ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007. Il primo testimone
chiamato in aula, è stato l'ingegner Diego Cavallero che, dopo aver
supervisionato alcune traduzioni su incarico della procura in fase di
indagine preliminare, ha prodotto, oggi, due nuove traduzioni. Proprio
su queste, l’avvocato della difesa, ha sollevato alcune obiezioni, che
hanno portato alla sospensione dell’udienza per circa mezz’ora.
La testimonianza del superstite
Alla ripresa è stato chiamato a testimoniare Antonio Boccuzzi, unico
superstite del rogo alla Thyssenkrupp di Torino e oggi parlamentare del
Pd. Secondo la testimonianza di Boccuzzi l’incendio era partito come un
piccolo focolaio che poi diventò un vero e proprio rogo nell’arco di
pochissimo tempo: «Ricordo che all’inizio - racconta Boccuzzi - si
trattava di un incendio molto piccolo che si sviluppava proprio sotto la
macchina spianatrice, sul pavimento che, come accadeva normalmente, era
intriso di olio che perdevano i rotoli di acciaio nel passaggio. Provai
a usare il mio estintore che risultò essere praticamente vuoto. A questo
punto - continua - l’incendio raggiunse la carpenteria e io andai con
Angelo Laurino e Bruno Santino a recuperare una manichetta per spegnere
il fuoco. Tirai su la testa e in quel momento ci fu un’esplosione sorda,
un boato non molto forte che mi fece venire in mente il rumore che fa
una caldaia a gas quando si accende. Le fiamme a qual punto diventarono
enormi: sembravano una grossa mano di fuoco, un’onda anomala che ricadde
sui ragazzi e li inghiottì».
La voce di Boccuzzi è rotta per l’emozione nel ricordare quei terribili
momenti nel tentativo disperato di salvare i suoi compagni: «Il calore
era insopportabile e il mio orecchio stava cominciando a "sciogliersi".
Corsi al pulpito per chiamare i soccorsi ma il telefono non funzionò. Fu
a quel punto - racconta Boccuzzi - che vidi Roberto Scola uscire dalle
fiamme, lo riconobbi soltanto dal modo in cui si muoveva: lui mi
chiamava, io gli gridai di buttarsi per terra. Quando cadde aveva
indosso solo brandelli di vestiti e gli erano rimasti pochi capelli.
Ricordo che cercando di spegnere le fiamme sul suo corpo non riuscii a
spegnerle sulle scarpe che erano intrise di olio. Ricordo nitidamente le
piaghe sul suo corpo». A quel punto Boccuzzi andò a cercare aiuto nella
vicina linea 4: prese la bicicletta e pedalò urlando perchè qualcuno lo
sentisse, gridando che erano tutti morti, perchè tutti si accorgessero
subito che quello che era accaduto era molto grave, una tragedia.
Insulti e malori in aula
Uno degli imputati, Raffaele Salerno, che già in aula era stato
apostrofato dalla madre di una delle vittime, mentre stava raggiungendo
il bar è stato insultato da un ragazzo. Alla ripresa del processo
l’avvocato difensore, Ezio Audisio, ha preso la parola per denunciare
l’accaduto: «È l’ennesimo episodio. È successo anche contro di noi
avvocati: noi lo possiamo sopportare ma per gli imputati è
inaccettabile, loro non possono difendersi con questo clima». L’autore
delle ingiurie, un giovane, si è scusato in aula: «È stato un momento di
rabbia». La presidente della Corte, Maria Iannibelli, ha invitato «a
evitare queste situazioni» perchè «il mio compito è garantire un
processo sereno».
Poco più tardi Sergio Bonetto, uno degli avvocati di parte civile, è
stato colto da un malore durante una pausa dell’udienza. L’avvocato,
mentre si trovava al bar del Palazzo di Giustizia, ha infatti perso i
sensi e si è accasciato a terra. Nonostante la ripresa quasi immediata
si sono rese necessarie delle cure mediche e per questo motivo il
dibattimento è stato rinviato al 5 marzo.
Processo Thyssen, tocca ai parenti
Una madre: "Ridatemi mio figlio"
Drammatica la sesta udienza del processo per la
morte dei sette operai. Ad essere chiamati come testi i parenti delle
vittime. La prima ad essere sentita la madre di Rosario Rodinò:
"Ridatemi mio figlio. Lui diceva che in caso d'incidente non si sarebbe
salvato nessuno". La sorella Concetta: "Mi hanno tolto la gioia di
essere mamma"
di Davide Banfo e Sarah Martinenghi

Nuova drammatica udienza al processo Thyssen. Ad
essere sentiti come testi nel processo per il rogo che causò la morte di
sette operai saranno i familiari delle vittime. La prima ad essere
ascoltata è stata la madre di Rosario Rodinò. Toccante
la sua testimonianza: "Voglio sapere perché mio figlio è morto. Ho
firmato l'accordo con l'azienda ma rivoglio indietro vivo mio figlio".
"Eravamo orgogliosi - ha poi aggiunto Grazia Cascino - che nostro figlio
fosse andato a lavorare in quella fabbrica, in cui mio marito ha
lavorato per 40 anni. Dal giorno della tragedia invece ci sentiamo in
colpa e non ci sopportiamo nemmeno più tra noi". "Voglio sapere perchè
mio figlio è morto - ha ribadito più volte Grazia Cascino con la voce
rotta dal pianto, rispondendo alle domande degli avvocati compreso
quello delle difesa che le chiedeva se fosse stata risarcita - L'unica
cosa che voglio è che mi ridiate mio figlio indietro. Sono sempre lì a
casa che aspetto di sentire che con le chiavi apra la porta ed entri".
La presidente della Corte, Maria Iannibelli, le ha rivolto la parola in
questo modo: "Signora, se avessimo questo potere...". "Nell'ultima
settimana - ha continuato Grazia Cascino - Rosario diceva che se fosse
scoppiato qualcosa non si sarebbe salvato nessuno. E lui non si è
salvato". La donna ha anche mostrato ai giudici una foto del figlio:
"Guardate, era con le cugine nel settembre del 2007. Questi momenti non
ci saranno più".
Toccante anche il ricordo di Laura Rodinò, sorella
di Rosario. "Quando è successa la tragedia ero all'ottavo mese di
gravidanza, aspettavo due gemelle e quando sono entrata in sala parto mi
sono imposta di non soffrire, di non gridare perchè mio fratello aveva
sofferto molto di più. Mi hanno tolto la gioia del diventare mamma". Con
disprezzo e rabbia Laura ha inoltre mostrato agli avvocati della difesa
la maglietta con una vecchia foto di una gita al mare in famiglia in cui
c'è anche suo fratello. Breve l'intervento dell'altra sorella,

Concetta: "Questo Natale come l'hanno passato quelli
che hanno causato la morte di mio fratello? Noi al cimitero".
Entrambe le sorelle hanno detto che dopo la tragedia i rapporti in
famiglia sono cambiati. "Sono cambiati i rapporti anche con i miei figli
-dice Concetta- e con mio marito bisticcio di continuo", mentre Laura
dice che "la tragedia ha influenzato anche i rapporti con mio marito,
prima facevamo di tutto, ci divertivamo tutti insieme, adesso non ho più
voglia di fare nulla. Lui cerca di starmi vicino -prosegue- ma io sono
scontrosa, arrabbiata, cattiva, ma non mi sento più cattiva degli
assassini di mio fratello che per me era come un figlio e per colpa loro
ci ritroviamo così".
Entrambe le ragazze hanno risposto con un certo nervosismo alla domanda
dell'avvocato della difesa che chiedeva se loro, o i loro famigliari,
avessero ricevuto un risarcimento dall'azienda per la morte del
congiunto "era il minimo che potessero fare", hanno replicato. Poche le
parole di Luigi Santino, fratello di Bruno Santino:
"Nulla è più come prima. negli ultimi tempi diceva che non c'era più
sicurezza. Eravamo sempre insieme"
Dopo i parenti, la Corte ha chiamato a testimoniare Fabio Simonetta, uno
degli operai presenti quella notte in fabbrica. Simonetta era impegnato
sulla linea 4, quella accanto a quella del rogo. La decisione della
Corte di ascoltare subito i parenti arriva dopo le polemiche della
scorsa udienza quando per un problema procedurale i familiari iscritti
come testi erano stati costretti ad uscire. Nessun teste può infatti
restare in aula e ascoltare testimonianze prima del suo turno. La
presidente della Corte Maria Iannibelli ha previsto un
fitto calendario di udienze sino a giugno. Nelle prime cinque udienze
erano stati risolti alcuni problemi procedurali e affrontate diverse
eccezioni come quella presentata dalla difesa dei manager tedeschi della
multinazionale che sosteneva che due dirigenti non conoscessero
l'italiano.
(17 febbraio 2009)
Processo ThyssenKrupp: gli imputati
conoscono l’italiano?
06-02-2009
Harald
Espenhahn e Gerald Priegnitz, due dei sei dirigenti della ThyssenKrupp
imputati nel processo per il disastro all’acciaieria torinese, conoscono
e conoscevano la lingua italiana? Questo è l’interrogativo emerso lo
scorso 4 febbraio, durante la terza udienza del processo in Corte
d’Assise contro la multinazionale tedesca e alcuni dei suoi manager. La
difesa degli imputati, nella persona dell’avvocato Enzo Audisio,
sostiene di no e ha quindi chiesto di annullare tutti gli atti
notificati in italiano ad Espenhahn e a Priegnitz. Una richiesta che, se
accolta, “riporterebbe indietro il processo di un anno”, ha
dichiarato il pubblico ministero Laura Longo. A testimonianza del fatto
che i due manager tedeschi conoscessero l’italiano, l’accusa ha prodotto
e proiettato in aula una serie di documenti. Tra questi, numerose
e-mail, comunicazioni interne e ordini di servizio ricevuti e trasmessi
dai due imputati in italiano e l’attestazione della frequenza di un
corso di italiano da parte di Priegnitz “almeno dal febbraio 2006”.
Particolare emozione, tra familiari delle vittime e operai presenti
all’udienza, ha suscitato il filmato dell’intervista rilasciata alla Rai
pochi giorni dopo il tragico rogo dallo stesso Esphahn in un fluente
italiano. Il PM ha quindi sostenuto che le eccezioni di nullità
sollevate siano “pretestuose e strumentali”, fatte soltanto
“tentando di ingannare i giudici. Un’affermazione che ha fatto
infuriare gli avvocati della difesa. “Non siamo qui per essere
insultati” – è sbottato l’avvocato Paolo Sommella, attirandosi
commenti pochi lusinghieri da alcuni degli operai presenti. Dal canto
suo, la presidente della corte, Maria Iannibelli, ha dichiarato “Riteniamo
di essere in grado di non essere ingannati”, ottenendo un applauso
dal pubblico.
La decisione sulla questione linguistica sarà decisa nella prossima
udienza, martedì 10 febbraio. Verrà anche data risposta all’altra
richiesta avanzata dall’accusa: tradurre tutti i documenti del processo
dal tedesco all’italiano. Un’impresa che, se valutata necessaria,
potrebbe rivelarsi titanica e richiedere mesi di tempo: sono 142 i
faldoni depositati in procura, contenenti migliaia di pagine in tedesco.
Anche i costi potrebbero essere rilevanti: sinora sono stati impiegati
già 19 interpreti.
Nell’udienza del 4 febbraio, la corte ha accettato la domanda di
costituzione di parte civile di tutti gli enti che l’avevano presentata:
Regione Piemonte, Provincia di Torino, Comune di Torino, sindacati e
associazione onlus Medicina Democratica. Accolta invece neanche la metà
delle richieste avanzate dai 103 operai. Sono stati esclusi coloro che
avevano firmato un verbale di conciliazione con l’azienda.
Nella foto: Il 4 febbraio nella maxi aula 1 del Palagiustizia di
Torino si è svolta la terza udienza del processo in Corte d’Assise sul
rogo del 6 dicembre 2007 alla ThyssenKrupp. Il PM ha presentato
documenti e filmati che riguardano la conoscenza della lingua italiana
da parte di due dei sei imputati: i manager tedeschi in Italia Harald
Espenhahn e Gerald Priegnitz
Massimiliano Quirico Cittagorà
ThyssenKrupp, al processo la
discussione sulla costituzione delle parti civili
23-01-2009
Si è svolta il 22 gennaio 2009 a Torino la seconda udienza del
processo in Corte d’Assise contro la multinazionale tedesca
ThyssenKrupp e sei dei suoi manager per i fatti relativi
all’incendio del 6 dicembre 2007 in cui morirono sette operai.
Sempre presenti tutte le famiglie delle vittime e decine di operai
dello stabilimento, riuniti nell’associazione onlus Legami
d’Acciaio. Non è comparso invece nessuno degli imputati (all’udienza
precedente erano intervenuti il direttore dell’impianto torinese
Giuseppe Salerno e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri).
Ammessi per la prima volta in aula, in seguito a un’ordinanza della
Corte, fotografi e televisioni, mentre il pubblico appariva meno
numeroso.
In apertura della seduta, gli avvocati della ThyssenKrupp hanno
chiesto di escludere la costituzione di parte civile di tutti i
sindacati, del Comune di Torino, della Provincia di Torino,
dell’associazione onlus Medicina Democratica e di quasi tutti gli
operai che ne avevano fatto richiesta (103 in totale). L’avvocato
Ezio Audisio ha infatti chiesto di escludere dal procedimento
praticamente tutti gli operai: una novantina, compresi gli addetti
della Linea 4, contigua alla 5 dove è scoppiato il rogo, intervenuti
per soccorrere i loro compagni avvolti dalle fiamme (accettata
dall’azienda solo la costituzione di Giovanni Pignalosa,
rimasto ferito quella notte). La difesa della ThyssenKrupp sostiene
che gli operai (tranne i sette rimasti uccisi e un’altra decina di
persone) non fossero esposti ad alcun rischio e che molti di loro
avevano firmato un verbale di conciliazione con l’azienda,
rinunciando quindi a ogni eventuale pretesa o diritto connesso con
il rapporto di lavoro.
Di parere nettamente contrario il pubblico ministero e i legali
dell’accusa, secondo i quali non è possibile individuare a priori,
prima dell’inizio del dibattimento, un’area di sicurezza all’interno
della fabbrica quando è scoppiato l’incendio e nei due anni
precedenti (periodo in cui secondo l’accusa sono state omesse le
necessarie cautele antinfortunistiche). Inoltre, ha sostenuto
l’avvocato Sergio Bonetto, molti addetti erano costretti a operare
in posizioni lavorative che non conoscevano ed erano frequenti
spostamenti da una linea di lavorazione all’altra. Inoltre, secondo
l’avvocato Elena Poli, gli accordi di conciliazione firmati dagli
operai erano troppo generici e non consentivano una consapevolezza
precisa dei diritti ai quali rinunciavano i firmatari e comunque non
potevano disporre di diritti futuri (in particolare per quanto
riguarda gli accordi siglati prima del disastro del 6 dicembre).
Hanno sostenuto con forza le ragioni della propria costituzione di
parte civile l’avvocato Alberto Mittone della Provincia di Torino (a
cui si è associata l’avvocata Donatella Spinelli del Comune di
Torino) e i legali degli altri enti coinvolti, che hanno lamentato
un danno alla salute dei cittadini e all’immagine di istituzioni e
organizzazioni.
La prossima udienza verrà celebrata al Palagiustizia mercoledì 4
febbraio alle ore 9.00. In quell’occasione verranno comunicate le
decisioni del Tribunale sull’ammissione delle costituzioni di parte
civile e verranno affrontate altre questioni preliminari.
Nelle foto: Il 22 gennaio nella maxi aula 1 del Palagiustizia di
Torino si è svolta la seconda udienza del processo in Corte d’Assise
sul rogo del 6 dicembre alla ThyssenKrupp
Massimiliano Quirico - Cittagorà
Torino, giovedì 15 gennaio 2009: per la prima volta in Italia si è
riunita la Corte d'Assise di un tribunale per celebrare un processo in cui
un imputato è accusato di omicidio volontario (pur con dolo eventuale) per
la morte di lavoratori.
L'imputato è Harald Espenhahn, amministratore delegato in Italia della
ThyssenKrupp, la multinazionale tedesca nel cui stabilimento di Torino
morirono bruciati sette operai, il 6 dicembre 2007. Insieme a lui, sono
imputati per la morte dei lavoratori torinesi altri cinque dirigenti
dell'Acciaieria, accusati di omicidio colposo con colpa cosciente: Cosimo
Cafueri, Daniele Moroni, Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno.
Tutti e sei sono inoltre accusati di omissione dolosa di cautele
infortunistiche. Espenhahn rischia fino a 21 anni di carcere, gli altri fino
a 15.
C'era grande attesa quindi in città, ma anche nel resto d'Italia, per questo
processo che, comunque vada, segnerà una tappa importante nel mondo del
lavoro. L'udienza, prevista alle ore 9, è iniziata con due ore e mezza di
ritardo per permettere la sostituzione di alcuni giudici popolari, tre dei
quali avevano chiesto di astenersi in seguito alla loro intervista
pubblicata da un giornale torinese. Con la giuria popolare al completo
(composta, nota curiosa, da 5 donne e un solo uomo), la presidente Maria
Iannibelli ha dato inizio all'udienza, accogliendo le nuove domande di
costituzione di parte civile. Oltre a Regione Piemonte, Provincia di Torino,
Comune di Torino, sindacati, associazione Medicina Democratica e una
quarantina di persone già ammesse dal giudice dell'udienza preliminare, sono
state presentate in aula più di cinquanta altre richieste di costituzione di
parte civile di operai della ThyssenKrupp di Torino, molti dei quali
iscritti all'associazione onlus Legami d'acciaio. Nelle udienze successive,
si saprà se saranno accolte. Nel frattempo, a seguito delle richieste di
Pubblico Ministero, di tutti gli avvocati dell'accusa e di numerose
emittenti italiane e straniere (tra cui la tedesca ZDF), la Corte ha deciso
di ammettere fotografi e televisioni, a partire dalla prossima udienza (che
si svolgerà giovedì 22 gennaio alle ore 9), "date le oggettive
caratteristiche di rilevanza sociale del processo".
La decisione è stata presa nonostante il parere contrario espresso dagli
avvocati degli imputati. Questi ultimi, comunque, avendo negato il consenso,
non verranno ripresi dalle telecamere.
Si ipotizza che il processo possa concludersi entro un anno. L'auspicio dei
familiari delle vittime (tutti presenti in aula) e dei molti operai
intervenuti, tra i quali l'onorevole
Antonio Boccuzzi - audio - unico sopravvissuto al
disastro, è che i tempi della giustizia siano rapidi e che si possa avere la
sentaza il prima possibile, magari per il prossimo 6 dicembre, anniversario
del terribile rogo.
Il calendario delle udienze verrà fissato il prossimo 22 gennaio: si
prevedono numerose sedute, dato anche l'elevato numero di testimoni chiamati
in aula dalle parti. Tra le decine di persone chiamate a testimoniare dagli
avvocati della ThyssenKrupp, figurano anche l'onorevole Pierluigi Bersani,
già ministro dell'economia, l'onorevole Gianfranco Borghini, il sindaco di
Terni Paolo Raffaelli, il vicesindaco di Torino Tom Dealessandri e
sindacalisti (sia di Torino che di Terni), protagonisti dell'accordo che
prevedeva la chiusura dell'acciaieria torinese e il trasferimento degli
impianti in Umbria. Accordo siglato prima che scoppiasse l'incendio che
uccise Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino,
Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi.
Intanto, l'attenzione di media e cittadini rimane alta in città, anche se
dalla fabbrica di corso Regina Margherita 400 sembra essere scomparso ogni
riferimento all'azienda tedesca. La scritta "ThyssenKrupp Acciai Speciali
Terni" è stata smantellata da mesi dalla dirigenza, il logo posizionato su
un'aiuola all'ingresso è attualmente coperto da un alto cumulo di neve e il
lampione che dovrebbe illuminare l'albero divenuto una sorta di monumento ai
sette caduti è spento, unica luce non funzionante su tutto il viale di
accesso all'ex acciaieria.
Nelle foto: Al via lo scorso 15 gennaio il processo in Corte d'Assise
relativo alla morte di sette operai alla ThyssenKrupp di Torino. In aula
numerosi familiari delle vittime e operai dell'acciaieria
di Davide Banfo, Andrea Magrini, Sarah Martinenghi e
Paolo Griseri
Il presidente della Corte Iannibelli ha dichiarato contumaci quattro dei dei
imputati, tra cui l'amministratore delegato della ThyssenKrupp Italia Harald
Espenhahn. Gli unici due imputati presenti Raffaele Salerno, direttore dello
stabilimento di Corso Regina Margherita, e Cosimo Cafueri, dirigente con
funzioni di responsabile dell'Area sicurezza, hanno invece dichiarato le proprie
identità.
11.56 Si decide se autorizzare le televisioni e i
fotografi in aula
La Corte d'Assise sta decidento se autorizzare le riprese
televisive e fotografiche all'interno dell'aula. Tutti i cameramen e i fotografi
sono usciti e sono stati radunati in un'aula vicina, utilizzata come sala
stampa. I carabinieri controllano che nessun operatore riprenda i monitor di
servizio. Sono intanto saliti a 54 gli operai che hanno chiesto di costituirsi
parte civile contro la ThyssenKrupp.
11.49
Trentuno operai dello stabilmento Thyssen chiedono di costituirsi parte civile
All'inizio della seduta 31 operai dello stabilmento Thyssen Krupp di
Torino hanno chiesto di costituirsi parte civile. L'acciaieria della
multinazionale tedesca è chiusa dal giorno del rogo. Parte della fabbrica è
stata smontata ed alcune linee di produzione sono state spostate a Terni,
l'altro polo produttivo del gruppo.
11.43 La Corte è cambiata:
I giudici popolari sono cinque donne e un uomo
La composizione della Corte è cambiata. I giudici popolari sono cinque
donne e un uomo. Accanto a loro ci sono le tre riserve, due uomini e una donna.
Al centro ci sono i due giudici togati, la presidente Maria Iannibelli e il
giudice a latere Paola Dezani
11.39 Il
presidente della Corte Maria Iannibelli: "I tre giudici per
spirito di servizio hanno chiesto di astenersi".
All'inizio dell'udienza il presidente della Corte Maria Iannibelli ha
spiegato brevemente che i tre giudici popolari hanno "letto con sorpresa" un
articolo che li riguardava e "hanno spiegato di non avere espresso nè giudizi nè
pareri sul processo". "Ma per spirito di servizio - ha spiegato la presidente -
hanno chiesto di astenersi per non creare intralci processuali".
11.33 Il presidente della Corte fa l'appello delle parti
Il presidente della Corte Maria Iannitelli sta facendo l'appello
delle parti. In aula la tensione è molto forte.
11.31 I tre guidici popolari: "Nessuna dichiarazione sul
processo ai giornali"
I tre giudici popolari sostituiti hanno reso una breve
dichiarazione. "Non abbiamo fatto alcuna dichiarazione nel merito del processo
ai giornali, ma ci asteniamo per motivi di convenienza".
11.25 Cominica il processo, sostituiti i tre giudici
poopolari
Il processo è cominciato. I tre giudici popolari sono stati
sostituiti
11.03 Secondo indiscrezioni la Corte cercherebbe
i sostituti dei tre giudici
Secondo alcxuni voci raccolte tra i legali in aula la Corte starebbe
cercando i sostituiti dei tre giudici che lascerebbero il loro incarico su
invito della presidente. Va però sottolineato che si tratta di un'indiscrezione
e che nessun avvocato si avvicinato alle stanze in cui è riunito il collegio
giudicante.
10.53 I
difensori degli imputati non ritengono opportuno ricusare i giudici
Al momento i difensori degli imputati non ritengono opportuno ricusare i
giudici, ma è evidente che possono utilizzare l'episodio per mettere in dubbio
le future decisioni della corte. Nel caso in cui non si giungesse alla
sostituzione dei giudici, potrebbero dunque essere le stesse parti civili a
chiedere un cambio dei componenti del collegio giudicante per evitare di dare un
vantaggio alla difesa.
10.27 Si discute sulla sostituzione dei giudici
popolari
Si prolunga più del previsto la discussione all'interno della
Corte d'assise sulla sostituzione dei giudici popolari che nei giorni scorsi
hanno rotto il silenzio imposto dalla legge con alcuni commenti sulla
legislazione del lavoro in Italia, commenti pubblicati su un giornale.
9.59 Silenzio in aula, si attende la Corte
I cancellieri hanno avvisato che l'udienza potrebbe cominciare
tra pochi minuti. Nella maxiaula è calato un silenzio drammatico. Si attende
l'ingresso della Corte.
Questa mattina è ripresa l’udienza preliminare. L’avvocato
difensore: «Nessuno ha mai detto che l’incidente sia stato responsabilità degli
operai. Questo si appurerà in dibattimento».
In aula come sempre, molti familiari delle vittime. Alcuni
di loro durante la ricostruzione sono usciti dall’aula: «Non ce la facciamo ad
ascoltare il modo in cui sono morti i nostri cari»
Terminata l'udienza preliminare, la prossima il 23 luglio. Il giudice si
riserva di decidere sulle costituzioni di parte civile. Una mamma:
«Qui per guardare gli imputati negli occhi»