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23/04/2010 - SI SMOBILITA AL FABBRICA DELLA MORTE

Thyssen in vendita
già quattro acquirenti

La sede
 della Thyssen Krupp

La sede della Thyssen Krupp

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Dieci milioni di euro per l'area
a destinazione industriale

NICCOLÒ ZANCAN

TORINO

Le foto dei sette operai morti sono trasfigurate dal tempo. Ma ancora resistono sotto fiori secchi e nessuna cura, davanti all’ingresso principale. Timbratrici, ruggine, foglie cadute. La Thyssen è in vendita. Da ieri ufficialmente sul mercato immobiliare come una storia normale, come uno stabilimento qualsiasi. Anche se la linea 5 - quella della strage - resta sotto sequestro giudiziario.

Il primo annuncio è comparso sul Sole-24Ore: «Invito a manifestare interesse all’acquisto del complesso immobiliare sito in Torino, corso Regina Margherita 400, e delle aree ad esso annesse, di proprietà ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni». Segue la descrizione di tre parti distinte - anche la sottostazione elettrica di via Pianezza e l’ex impianto idrico di zona Stura - per un totale di 68.530 metri quadrati di fabbricato. Ci sarebbero già quattro acquirenti. Si sono fatti avanti riservatamente nelle scorse settimane. Hanno manifestato un interesse non vincolante: «Ma al fine di offrire ad un più ampio pubblico di operatori la possibilità di partecipare alla selezione dell’acquirente finale - si legge nella pubblicità - la Divisione Corporate di Gabetti Spa invita i soggetti interessati a valutare l’acquisto dei sopracitati assets a far pervenire entro il 10 maggio 2010 la richiesta al seguente indirizzo...». Un quarto di pagina, accanto ad altri annunci di case e palazzine: Mentone centro, Verona Est, Elba.

Alle undici di mattina ci sono nove auto posteggiate davanti ai cancelli della Thyssen. Un agente della vigilanza privata alza la sbarra: «Non possiamo dire nulla - spiega - siamo qui per seguire le ultime fasi della bonifica». Anche i dirigenti della Thyssen non vogliono spiegare. Attraverso l’avvocato Ezio Audisio, dicono soltanto: «È stato affidato l’incarico di vendita alla Gabetti Corporate, come si evince dalla pubblicità».

Il rogo era scoppiato la notte del 6 dicembre 2007. Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò erano morti uno dopo l’altro, fra atroci sofferenze. Il processo in Corte d’Assise è in corso. I giudici stanno ascoltando gli ultimi testimoni della difesa. Per i sei imputati, anche l’amministratore delegato della Thyssen Herald Espenhahn, l’accusa è di omicidio volontario con dolo eventuale e omissioni dolose di norme antinfortunistiche.

Chiudere, sbaraccare e lasciare Torino era nei piani del colosso dell’acciaio da tempo. Ancora prima che tutto succedesse. Per il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, è stata proprio l’incuria nella fase finale della produzione l’origine della tragedia. Avevano risparmiato anche sull’impianto antincendio.

Ora lo stabilimento sta per passare di mano. Nessuno azzarda cifre, ma il prezzo si aggirerebbe intorno ai 10 milioni di euro. All’inizio il Comune di Torino si era detto interessato all’acquisto, i rapporti con Thyssen però si sono interrotti bruscamente: «Volevano un’offerta, mentre noi chiedevano un incontro per capire - spiega il vicesindaco Tom Dealessandri - anche perché la qualità della bonifica, che è carico loro, è decisiva per poter fare una valutazione».

Dei quattro potenziali acquirenti che si sono già fatti avanti, l’unico noto è FinPiemonte, la finanziaria della Regione. Sull’area di corso Regina Margherita c’è un vincolo di destinazione industriale. Ma il vicesindaco Dealessandri su questo punto non è categorico: «Valuteremo i progetti, affronteremo i problemi nel merito, ma non siamo disponibili a qualsiasi soluzione». Cosa diventerà la Thyssen? «Per noi deve restare un’opportunità di lavoro, questo è l’aspetto prioritario. Mentre dal punto di vista urbanistico non riusciamo ad immaginare l’area della Thyssen disgiunta da quella attigua dell’ex Ilva». Due acciaierie chiuse. Due carcasse industriali. Centinaia di posti di lavoro perduti. Ma anche una tragedia che non deve essere dimenticata: «Di questo ce ne occuperemo sicuramente - spiega ancora Dealessandri - chiunque sarà il nuovo proprietario dovrà prevedere uno spazio per un’opera d’arte in ricordo delle vittime». È in vendita la fabbrica, non la memoria.

 

 

 

02/03/2010 - THYSSEN, RIPRENDE L'UDIENZA

Scena muta per gli ispettori Asl

Udienza processo Thyssenkrupp. Foto d'archivio, operai stendono striscioni davanti al tribunale

+ Thyssen, inchiesta sulle minacce agli ispettori dell’Asl
+ Thyssen, Cafueri: "Non volevo indurre a testimoniare il falso"
+ Il giallo dei verbali Thyssen spariti dagli archivi dell’Asl

Accusati di aver favorito
la multinazionale tedesca,
si sono avvalsi della facoltà
di non rispondere

 

TORINO

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere tre dei cinque ispettori dell’Asl 1 di Torino indagati, a vario titolo, nel processo Thyssenkrupp.

Sono accusati di aver favorito la multinazionale tedesca, al centro dell’inchiesta per il rogo in cui persero la vita sette operai nello stabilimento torinese, con controlli annunciati e prescrizioni tardive. I reati che l’accusa contesta loro sono quelli dell’abuso in atti d’ufficio e del falso ideologico.

Tra i capi di imputazione nei loro confronti anche quello della lesione personale colposa, in concorso con uno degli indagati per il rogo del dicembre 2007. Quest’ultimo reato si riferisce ad un infortunio sul lavoro verificatosi nel 2006, quindi prima dell’incidente mortale allo stabilimento torinese. La tardiva prescrizione dell’Asl avrebbe, secondo l’accusa, in qualche modo causato questo incidente.

Nel corso dell’udienza, come teste della difesa, è stato ascoltato come testimone anche un dipendente della Thyssen che, all’epoca dei fatti contestati, ricopriva il ruolo del responsabile del persone dell’acciaieria torinese

 

 

 

11/12/2009 - PROCESSO THYSSENKRUPP - il giorno delle ritrattazioni

"Thyssen, sventato il sistema
per plagiare i testimoni"

La pulsantiera d'emergenza riprodotta in aula

+ Un parco per le vittime della Thyssen
+ Il medico della Thyssen: "Sempre rispettata la sicurezza"
+ Processo Thyssen: il dirigente imputato istruiva i testimoni
+ Thyssen, falsa testimonianza audizioni in procura
+ Thyssen: tre indagati per falsa testimonianza

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La procura: deposizioni gestite dai vertici. In tre ritrattano

alberto gaino

torino

Nel giorno delle ritrattazioni di tre dei falsi testimoni della difesa ThyssenKrupp - chi ancora reticente, chi comico - la procura parla in aula di «sistema di gestione dei testimoni». Chi e come gestiva emerge dalle deposizioni. Luigi Veraldi, ex caporeparto del trattamento e uno degli indagati di falsa testimonianza, rivela di aver incontrato il giorno prima della convocazione di fronte alla Corte d’Assise Andrea Cortazzi, ex responsabile della produzione e manutenzione e vice di Salerno, direttore dello stabilimento TK di Torino: «Mi ha chiamato al telefono: ”Ti fa piacere che ci vediamo?”. Non mi chiesi perché e in quel momento non misi in relazione l’incontro con la deposizione del giorno dopo.

Il dubbio mi è venuto quando mi ha consegnato due pagine con 10-12 domande che mi sarebbero state rivolte in aula. Non ne lessi che 2-3. Riposi in tasca i fogli e a casa li strappai». In aula il presidente Maria Iannibelli e il giudice a latere Paola Dezani lo reinterrogano sulle precedenti sue risposte, il 10 novembre molto categoriche, ieri assai più «ragionate» sulla sicurezza in fabbrica e in particolare se la pulizia delle linee spettava agli operai (cavallo di battaglia della difesa unitamente alla risposta ricorrente in certi testi della «scarsa motivazione» degli operai negli ultimi mesi). Esilarante il passaggio sui pulsanti d’emergenza che l’ex caporeparto, molto sicuro la volta scorsa, non sa più dire se fossero a forma di fungo o piatti. Il presidente: «O erano a forma di fungo o piatti».

Veraldi sostiene di non avere avuto anche le risposte con le domande di Cortazzi, come era accaduto per Carlo Griva, l’ex capoturno che si era recato in procura mettendo in moto l’inchiesta parallela di Guariniello e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso. Un altro indagato per falsa testimonianza che ha chiesto di ritrattare e si mostra subito molto incerto - Marco Raso - rivela per primo della cena a una bocciofila di Settimo in cui si parlò della denuncia di Griva. «Una rimpatriata, una volta eravamo una famiglia» la definisce l’organizzatrice Vanda Rossetto (ex segretaria del direttore).

Vi parteciparono 2 imputati (Cafueri e Salerno) e numerosi testi indicati dalla difesa. Rossetto è quella che, alla domanda «esclude di aver ricevuto o inviato una mail a un funzionario Asl per un’ispezione?», risponde «lo escludo, le ispezioni erano tutte a sorpresa». Sarà indagata pure lei di falsa testimonianza. Per la cronaca, Raso ricevette da Adalberto Delindati (altro ex quadro TK) il piano di emergenza per conto di Cafueri «su cui potevo prepararmi per la testimonianza». Michele Tosches teneva i contatti da futuro testimone con Antonio Spallone (altro ex TK): «Mi ha detto di dire la verità, nient’altro che la verità», ripete tre volte imperterrito il falso teste che aveva chiesto di ritrattare.

Nelle telefonate intercettate gli istigatori ai futuri falsi testimoni raccomandavano: «Non dire ciò che ascolti in tv, ma la nostra verità». Non è ancora tutto: il giorno che arrivano ai primi gli inviti a comparire in procura, Cafueri si reca da Cortazzi e questi, dopo, va a casa di Veraldi. L’attività inquinatoria ora è finita? Siparietto finale: Rossetto esce dall’aula e si ripresenta alla Corte: «La madre di una delle vittime, fuori, mi ha detto “sei una stronza”».

 

 

 

Il medico della Thyssen:
"Sempre rispettata la sicurezza"

+ Processo Thyssen: il dirigente imputato istruiva i testimoni
+ Thyssen, falsa testimonianza audizioni in procura
+ Thyssen, il silenzio del tedesco: "Scusate, non capisco l'italiano"
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+ Thyssen, il responsabile sicurezza: "Non mi risultavano carenze"

«Nessuno mi aveva segnalato nulla
e io stesso non ho visto uno scadimento della pulizia o della manutenzione». Boccuzzi: «Nonostante i protocolli si muore ancora»

 

torino

«I miglioramenti non sono mai stati negati, sia da parte mia per quanto riguardava le questioni sanitarie sia da parte dell’azienda». È quanto ha dichiarato, nel corso dell’udienza odierna nel processo per il rogo della ThyssenKrupp, uno dei medici dell’azienda, Nizai Mansour, di origine palestinese, sentito questa mattina come testimone della difesa.

Il dottore ha spiegato che, dopo l’annuncio della chiusura dello stabilimento «non risultavano situazioni alterate, anche la sala medica era stata tenuta in piedi regolarmente e tutte le cose chieste venivano fatte». Alla domanda del pm Laura Longo se avesse notato un peggioramento della pulizia o della manutenzione o se qualcuno lo avesse segnalato il medico ha risposto che «nessuno mi aveva segnalato nulla e io stesso quando giravo in azienda non ho visto uno scadimento della pulizia o della manutenzione».

Il teste ha quindi aggiunto che «veniva fatto tutto quello che prevedevano le leggi, le valutazioni di rischio ambientale erano costanti, su questo l’azienda, sulla parte delle indagini ambientali, non ha mai risparmiato una lira». Il medico ha infine spiegato che «alle visite periodiche che sono state fatte fino alla fine non mi risultava nulla a livello di stress psicologico da parte dei lavoratori» e a proposito della prevenzione antincendio ha detto di non essersene mai occupato personalmente riferendo che «le squadre di pronto soccorso antincendio erano addestrate e nessuno mi ha mai parlato di anomalie».

Anche al testimone successivo, il manutentore Massimo B., è stato chiesto conto dei rilievi mossi dall’Asl: le sue risposte non sono piaciute ai familiari delle vittime e agli ex colleghi, che all’uscita dall’aula lo hanno preso a male parole.

Boccuzzi: «Nonostante i protocolli si muore ancora»
Antonio Boccuzzi, parlamentare del Pd e operaio Thyssenkrupp sopravvissuto al rogo del 6 dicembre 2007, presente durante il processo di stamane, ha commentato così, alla fine dell’udienza di oggi, l’incidente mortale avvenuto nella sede umbra della multinazionale dell’acciaio: «Nonostante il protocollo di sicurezza a Terni si continua a morire».

«Sembrava - ha affermato - un buon protocollo, all’epoca (2008 - ndr), ma evidentemente ancora non basta». «La cosa che mi ha suggestionato più profondamente è stata che qui a Torino, mentre testimoniava il responsabile della qualità del prodotto e si parlava di pentole, tubi e lavatrici, a Terni qualcuno moriva». Fuori dall’aula non sono mancati i commenti dei parenti delle vittime torinesi. «È la conferma - ha detto una giovane donna - che i titolari se ne fregano degli operai. Finchè muoiono i lavoratori le leggi non cambiano: dovrebbe morire un dirigente, e allora sì...». «È un destino crudele - ha aggiunto una signora - che arriva proprio a due anni di distanza dalla nostra tragedia. Adesso un’altra madre piange».


I familiari delle vittime: «Oggi c'è un'altra madre che piange»

«Oggi usciamo dall’udienza più distrutti delle altre volte -hanno detto i parenti degli operai morti a Torino - e siamo vicini ai famigliari del ragazzo deceduto. Da oggi c’è un’altra madre che piange e intanto c’è chi continua a venire in questo processo a testimoniare il falso e proprio a pochi giorni dall’anniversario dell’incendio in cui hanno perso la vita i nostri ragazzi».

 

 

 

"I fondi per la sicurezza di Torino Ho deciso io di dirottare quei soldi"

Processo Thyssen, l´ammissione del numero uno tedesco

di Sarah Martineghi

Harald Espenhahn, numero uno della Thyssen Italia

Harald Espenhahn, numero uno della Thyssen Italia

Un interrogatorio lento, stentato per le difficoltà incontrate dalla traduttrice, e spesso di difficile comprensione: chi si aspettava di vedere il principale imputato della Thyssenkrupp difendersi con le unghie e con i denti dall´accusa di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte dei sei operai, all´udienza di ieri è rimasto deluso.

Con tono pacato e mai acceso, senza fornire risposte «scarica barile», e assumendo spesso la responsabilità delle decisioni adottate per lo stabilimento di Torino, Harald Espenhahn ha risposto a tutte le domande della procura e degli avvocati, mostrando un atteggiamento che nel complesso ha soddisfatto sia l´accusa che la difesa.

Senza però entrare nel merito dell´incidente accaduto, senza fornire giudizi di sorta sugli operai deceduti che conosceva «solo di vista» e sulla cui condotta «è difficile rispondere». Se non per dire comunque che «a Torino c´erano dei buoni lavoratori», e sottolineare la fiducia nel direttore dello stabilimento Raffaele Salerno con cui si confrontava, avallando le sue decisioni, e anche «facendo proprio» il documento di valutazione del rischio in realtà redatto dall´ingegnere Moroni.

Solo sul documento sequestrato a sorpresa nella sua borsa la mattina del 10 gennaio, in cui si sosteneva che se gli operai fossero stati ognuno al proprio posto e non in pausa l´incendio sarebbe stato spento subito (e si esprimevano giudizi sulle indagini di Guariniello, e si definiva Torino «culla delle brigate rosse»), Esphenhan è rimasto vago: «non so chi lo abbia scritto, me l´aveva dato un dipendente dell´ufficio legale tedesco: la casa madre aveva voluto raccogliere informazioni, ma io non ho nemmeno letto, se non in seguito, in quanto mi è stato subito sequestrato».

E´ durato oltre tre ore l´interrogatorio all´amministratore delegato dell´acciaieria. Elegante in un completo gessato blu, ha parlato nella sua lingua madre senza mostrare imbarazzo e incertezze, ripercorrendo il curriculum di studi come tecnico delle acciaierie. E con eleganza ha ignorato i commenti di una madre e una sorella di una vittima, che gli hanno urlato «assassino», «tanto finirai in galera anche se sei tedesco» al termine dell´audizione. Il tema della sicurezza, e le delibere adottate per la prevenzione dei rischi nello stabilimento, sono state le questioni affrontate più nel dettaglio.

 



A cominciare dai fondi stanziati in seguito all´incendio tedesco nello stabilimento di Krefeld (quando l´assicurazione Axa aveva intimato ai vertici dell´azienda di mettersi in regola, e la casa madre aveva stabilito investimenti anche a Torino): «A Torino era stato previsto uno stanziamento antincendio di un milione e mezzo. Bisognava ottenere il certificato di prevenzione incendi, ed era necessario fare interventi di struttura della filiale, dalle gallerie alle porte tagliafuoco. Ma quando ho deciso di chiudere la filiale, quei fondi sono stati dirottati sul finanziamento di un secondo progetto, di due milioni e 300 mila, che riguardava anche gli impianti trasferiti a Terni».

Il motivo della decisione di posticipare gli interventi era che «avrebbero richiesto più di 12 mesi per la loro attuazione» e inoltre «la linea 5 era l´unica dell´intero gruppo Thyssenkrupp dove c´era un sistema antincendio nell´area della centralina idraulica interrata». «Nessun intervento sulla linea 5 è stato posticipato - ha sottolineato il difensore Ezio Audisio».

La procura subito prima di interrogare l´ad e il membro del comitato esecutivo Gerard Priegnitz, ha depositato un´attività integrativa di indagine, documenti sugli interventi di sicurezza adottati a Terni dopo l´incendio torinese: «si tratta di una serie di sistemi di rilevazione e spegnimento automatico adottati in prossimità delle centraline idrauliche con capacità superiore ai 400 litri. Guarda caso sono proprio queste le indicazioni che l´Axa aveva impartito prima dell´incendio di Torino» spiegano gli inquirenti.

E´ apparsa visibilmente in difficoltà, e più volte la sua traduzione è apparsa incerta: la giovane interprete chiamata a tradurre gli interrogatori dei due imputati tedeschi si è trovata di fronte ad ardui termini tecnici e a domande complesse. Tanto che l´ad Harald Espenhahn (che in precedenza aveva richiesto il suo aiuto nonostante l´accusa sostenesse che sapesse bene l´italiano) l´ha corretta nelle sue traduzioni, persino sui numeri (un 81 è stato confuso con un 18).

Un po´ di stupore in aula c´è stato anche quando l´ad ha dichiarato che una risposta da lei riportata per una domanda a Gerald Priegnitz non era stata tradotta bene e in maniera completa. E´ andata meglio quando l´interprete ha dovuto tradurre le domande del pm Raffaele Guariniello, più brevi, semplici e concise.

(05 novembre 2009)

 

 

 

 

06/10/2009 - PROCESSO - AULA GREMITA PER LE PRIME DEPOSIZIONI DEGLI IMPUTATI

Thyssen, il responsabile sicurezza: "Non mi risultavano carenze"

FOTOGALLERY

ThyssenKrupp: le immagini del processo

 

Cosimo Cafueri si difende:
«Non ho nessuna responsabilità nella tragedia della ThyssenKrupp»

Torino

«Non ho nessuna responsabilità nel sistema dei controlli nella vicenda dell’incendio della ThyssenKrupp» afferma Cosimo Cafueri, responsabile del servizio prevenzione e protezione dell’acciaieria, durante l'udienza del processo di questa mattina nel Palazzo di Giustizia a Torino. «Non mi risultava assolutamente che vi fossero carenze nel sistema di sicurezza dell'azienda e non ho fatto nulla per sollecitare lo spostamento e non ho chiamato nessuno per modificare la situazione subito dopo l'incendio, soprattutto quella degli estintori,  - ha detto rispondendo a una domanda del pm Laura Longo - Anzi, mi sono raccomandato di non toccare nulla che fosse stato segnalato dai vigili del fuoco».
Per quanto riguarda i sistemi di sicurezza insufficienti o malfunzionanti e l’assenza di personale specifico per la sicurezza, invece, ha risposto: «La direzione del personale, a Terni, conosceva benissimo la situazione. Non toccava a me informarli».
Nell’ultima parte dell'udienza Cafueri ha sottolineato, fra le altre cose, che il pulsante d’emergenza, uno dei nodi centrali del processo, «in più occasioni è stato utilizzato dove serviva e il personale sapeva benissimo che doveva essere usato».
Rispondendo a una domanda del giudice Maria Iannibelli, secondo la quale, nei giorni precedenti l'incendio, vi era scarsa pulizia e materiale cartaceo all'interno dell'acciaieria, Cafueri ha poi ribadito: «era una anomalia il fatto che la carta fosse lungo la linea».
Durante la testimonianza c'è anche stato un vivace botta e risposta con il procuratore Raffaele Guariniello che ha chiesto all’imputato: «Lei ha detto "mi sono trovato a gestire una situazione così";. Ma in questo caso - ha aggiunto Guariniello- come avrebbe dovuto reagire un responsabile della sicurezza? Accettarla o dimettersi?»

 

 

 

Rogo Thyssen, Chiamparino:
leso il fondamento morale della Città

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«La nostra idea è di destinare
un eventuale riconoscimento
del danno a borse di studio per chi si dedica alla tematica della sicurezza»

 

 Il sindaco di Torino oggi in aula Torino

«Ci tengo a dire che la ragione principale della nostra costituzione di parte civile non è il danno materiale in sè e neanche un semplice danno d’immagine, ma piuttosto quello che definirei un danno morale perchè quello che riteniamo essere uno dei fondamenti della costituzione morale della nostra città, ossia la sicurezza sul lavoro, è stato leso da ciò che è avvenuto». Sono le parole del sindaco di Torino Sergio Chiamparino sentito in Aula questa mattina al processo per il rogo della Thyssen Krupp nel quale la Città si è costituita, così come gli altri enti locali, parte civile.

Rispondendo alle domande dell’avvocato del Comune Donatella Spinelli, il sindaco Chiamparino ha ricordato che «Torino è una città con una storia industriale molto ampia e profonda, una città che fin dagli anni dell’industrializzazione di massa, a differenza di altre città, ha fatto della tutela della sicurezza sul posto di lavoro uno dei temi organicamente inseriti ad esempio nella contrattazione».

Un tema, ha poi precisato Chiamparino, «che si è poi dilatato diventando quasi uno dei fondamenti della costituzione materiale e culturale della città, tant’è che quando ci siamo trovati ad affrontare l’impegno per le olimpiadi abbiamo siglato un protocollo specifico per la sicurezza sui luoghi di lavoro in cui abbiamo anche investito delle risorse e successivamente, qualche mese prima dell’incendio alla Thyssen, abbiamo siglato un altro protocollo d’intesa più generale finalizzato ad approfondire il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro non solo nel settore edile».

Dopo la tragedia della Thyssen il Consiglio comunale, ha ricordato il sindaco, «dichiarò il 2008 anno della sicurezza sul lavoro e questo è stato un prolungamento di quei protocolli di intesa, la risposta alla tragedia appena accaduta per fare attività di diffusione su questa tema». Proprio per questo motivo, ha detto ancora Chiamparino, «la nostra idea è di destinare un eventuale

 

riconoscimento del danno a borse di studio per chi si dedica a questa tematica. Ci sembra coerente -ha aggiunto- con la storia di questa città e con gli atti già assunti investire su giovani che facciano di questo l’elemento centrale della loro attività di studio».

Nella sua deposizione in aula il sindaco Chiamparino ha parlato anche dei momenti dopo la tragedia, come il giro degli ospedali in cui erano ricoverati gli operai feriti. «Ricordo - ha detto il primo cittadino - alcune fra le scene più strazianti a cui io abbia mai assistito. Immediatamente - ha aggiunto - cercammo di predisporre tutti gli interventi necessari per dare un pò di conforto alle famiglie, facendoci carico dei problemi che potevano sorgere, dall’organizzazione dei funerali, al lavoro per alcune delle vedove».

Ricordando le manifestazioni di cordoglio arrivate da più parti, dai massimi vertici istituzionali, a tanta gente comune «come un gruppo di lavoratori - ha detto il sindaco - che mi mandarono i riferimenti per versare le loro trecidesime alle famiglie delle vittime», Chiamparino ha poi ricordato che la Città decise che «il sentimento di cordoglio generale richiedeva un segnale anche simbolico forte e per questo sospendemmo i festeggiamenti per il Capodanno».

Rispondendo poi alle domande degli avvocati di parte civile e della difesa a proposito dell’impegno del Comune per la Thyssen Krupp, Chiamparino ha sottolineato che «non abbiamo iniziato ad ocuparci del problema dell’accompagnamento al lavoro dopo, ma molto prima».

Il sindaco ha quindi ripercorso le varie fasi di trattativa con l’azienda, da un primo incontro nel 2002-2003, a cui partecipò anche l’ad Harald Espenhan, «in cui ci fu una proposta alla Ccittà per riorganizzare e mantere l’insediamento», a una seconda fase, «che seguì il vice sindaco in cui ci fu una discussione anche su un’eventuale riorganizzazione e ridestinazione di una parte dello stabiliemento torinese», fino alla decisione finale del trasferimento dell’attività, quando «affrontammo il problema dell’accompagnamento al lavoro su cui il Comune ha avuto e continua ad avere un ruolo».

Rispondendo all’avvocato della difesa, Ezio Audisio, il sindaco ha detto che in quegli incontri il tema della sicurezza sul lavoro non venne mai posto direttamente, «ma il tema della sicurezza e del progressivo abbandono degli impianti fu sollevato in modo generale nella terza fase, quella dopo l’accordo». Infine, a chi gli chiedeva un’opinione su uno dei documenti agli atti che venne trovato in una borsa dell’ad della multinazionale tedesca in cui Torino veniva indicata come culla delle Brigate Rosse, Chiamparino ha risposto di aver ricordato «l’altra faccia di ciò che è citato in quel documento, la battaglia per la salute e la sicurezza sui luoghi i lavoro come uno dei fondamenti morali della Costituzione della nostra città e chi legge questo come la nascita delle Br ha una visione o interessata e strumentale o molto strabica di quello che è successo».

Al termine dell’udienza il sindaco Chiamparino si è fermato con i parenti delle vittime. «È vero, ci sono stati vicini -hanno detto alcuni familiari - quello che non ci va giù è che si doveva fare qualcosa prima».

 

 

 

Salvatore Abisso, patrigno di Roberto Scola:

«Gli operai specializzati trovavano altri lavori, andavano via e venivano sostituiti con dei ragazzini»

 

 

 

 

 

 

 

«Nell’ultimo anno alla ThyssenKrupp era un’anarchia: era calata la manutenzione, si spostavano i lavoratori di continuo, e quando qualcuno andava via lo rimpiazzavano con un ragazzino che non sapeva dove mettere le mani». Lo ha detto questa mattina l’ex capoturno Salvatore Abisso, il primo dei testimoni presentati dalle parti civili al processo per l’incendio che il 6 dicembre del 2007 uccise sette operai.

Abisso, dopo aver sottolineato che nonostante lui sollevasse i problemi nessuno lo ascoltava, ha raccontato come venne addestrato il suo successore, Rocco Marzo, destinato a diventare una delle vittime: «Quando lasciai l’azienda, il giorno prima Rocco venne da me. Lui era un maestro, ma nel suo reparto. E chiese a me di spiegargli in poco tempo come funzionava l’impianto. Così la cosa non poteva andare bene».

Quella di oggi è la 29esima udienza del processo. Finora, senza contare i consulenti tecnici, sono stati ascoltati 74 testimoni, tutti presentati dalla pubblica accusa.

. La commozione è stata insostenibile per alcuni che sono anche usciti dall'aula allorchè è stata chiamata a testimoniare Annarita Menonna, la fidanzata di Rosario Rodinò,uno dei ragazzi uccisi dalle fiamme, e ha raccontato del rapporto tra il ragazzo e la famiglia, in particolare con la sorella che era incinta di due gemelli. Prima di lei, aveva testimoniato in aula Ciro Argentino, Rsu alla ThyssenKrupp, che ha riferito delle carenze già illustrate da molti testimoni nello stabilimento di Torino, sia in materia di manutenzione che per quanto riguarda le misure di sicurezza.

"Eravamo lasciati allo sbaraglio", ha detto Argentino, secondo il quale la notte dell'incidente soltanto due degli operai di turno erano stati formati per operare alla linea 5 (dove si sviluppò l'incendio): Antonio Schiavone e Rosario Rodinò e, solo in parte, aveva una formazione anche Roberto Scola. Tutti quanti hanno perso la vita nell'incendio. Alla domanda di un avvocato "Lei ha un rimpianto?", Argentino ha risposto: "Uno? Ne ho diversi. Il primo - ha detto in riferimento all'annunciata chiusura dello stabilimento che aveva prodotto un'emorragia di operai specializzati, con doppi turni per chi era rimasto a lavorare e smistamenti di personale spesso non formato per le mansioni a cui veniva adibilito - è non essere riuscito a capire, nel mio piccolo, che la chiusura di uno stabilimento non può avvenire in quel modo". Il processo riprenderà giovedì, per l'ultima udienza prima della pausa estiva.

 

 

 

Manifestazione degli ex dipendenti: «I tedeschi vogliono che restiamo disoccupati»

Le “altre” vittime della Thyssen
«Siamo senza lavoro da 2 anni»

TORINO 03/07/2009 - Cassintegrati fino al prossimo marzo, praticamente disoccupati a tempo indeterminato. Una ventina di ex operai Thyssenkrupp, aderenti all’associazione “Legami d’acciaio” costituita a seguito della tragedia del dicembre 2007, si sono armati di scopettoni e pettorine per ramazzare simbolicamente le strade davanti al tribunale e piazza Palazzo di Città. Lo stesso lavoro di alcuni ex compagni in acciaieria.

«Quelli che non si sono costituiti parte civile al processo contro l’azienda» spiega il portavoce della Onlus “Legami d’acciaio”, il delegato sindacale Ciro Argentino, associazione nata dopo la strage del dicembre 2007 che, ieri, ha portato in piazza ancora una volta le istanze di quelle famiglie «dimenticate e senza lavoro», mentre in aula iniziava l’ennesima udienza del processo al colosso tedesco dell’acciaio. Sarebbero loro, secondo i manifestanti, a muovere ancora diverse pedine, a decidere chi possa o debba lavorare.

«Non escludendo nemmeno l’uso capestro che è stato fatto dell’accordo di buona uscita, quello fatto firmare agli operai prima della tragedia dove chi firmava rinunciava di fatto ad ogni possibilità di rivalsa nei confronti dell’azienda - continua Argentino -. Incolpiamo il Comune di quanto non è stato fatto per garantire a tutti un posto di lavoro: solo venti, venticinque colleghi al massimo, hanno trovato un’occupazione, alcuni all’Amiat, altri all’Alenia. Favoriti dell’azienda e colleghi che non sono mai entrati in tribunale per chiedere giustizia». Non una coincidenza, dunque. «No, siamo certi che ci sia lo zampino della Thyssen - spiega Mirko Pusceddu, 35 anni -, volevano chiudere e hanno chiuso, non per loro scelta però».

Davanti al tribunale anche il parlamentare Antonio Boccuzzi (Pd). «Sarebbe scandalosa una cosa simile - dice -, se qualcosa può essere fatto che si faccia». La manifestazione è continuata, fino a tarda mattinata, sotto le finestre del sindaco. «Nessuno ci ha ricevuti, nessuno è sceso a manifestare solidarietà. Meritano soltanto fischi - aggiunge sconsolato Luigi Gerardi -. Noi siamo ormai su una lista di proscrizione vera e propria, fino a marzo ci sarà la cassa integrazione. Poi si vedrà».


         

 

 

Rogo Thyssen, lavoratori parti civili manifestano davanti a Tribunale

ultimo aggiornamento: 02 luglio, ore 14:04

Torino, 2 lug. - (Adnkronos) - Per richiamare l'attenzione su quella che viene definita "la discriminazione subita rispetto a quei dipendenti della acciaieria che non si sono costituiti nel processo e che sono gia' stati ricollocati in alcune realta' produttive del territorio, tra cui ex municipalizzate"

Torino, 2 lug. - (Adnkronos) - Pettorine catarifrangenti e scope di saggina. Cosi' i lavoratori della ThyssenKrupp costituitisi parte civile nel processo in corso a Torino hanno presidiato oggi l'ingresso del tribunale dove e' in corso una nuova udienza. La manifestazione e' stata promossa dall'associazione 'Legami d'acciaio' per richiamare l'attenzione su quella che viene definita "la discriminazione subita rispetto a quei dipendenti della acciaieria che non si sono costituiti nel processo e che sono gia' stati ricollocati in alcune realta' produttive del territorio, tra cui ex municipalizzate".

"Vogliamo sapere -spiega Ciro Argentino, tra i promotori dell'iniziativa- con quale criterio sono stati ricollocati proprio quei lavoratori che non si sono costituiti mentre gli altri, circa una trentina, sono tutti in cassa integrazione straordinaria (il biennio scade a marzo 2010). Ci pare -prosegue Argentino- di aver subito un trattamento di sfavore nei confronti di quei lavoratori ricollocati direttamente dalla ThyssenKrupp e dall'Unione industriale in diverse aziende del territorio e in ex municipalizzate, in particolare l'Amiat, senza che si sia tenuto conto dei fattori sociali di una teorica lista delle priorita' creando cosi' discriminazione tra i lavoratori stessi a cui veniva dato un lavoro solo in funzione del fatto che non si costituivano nel processo".

In particolare, per quanto riguarda le assunzioni all'Amiat, Argentino aggiunge: "Crediamo che in quest'ultimo caso il comune che pure ha compiuto atti meritori nei confronti dei famigliari delle sette vittime e dei lavoratori, abbia in qualche modo favorito le indicazioni venute dall'azienda. Per questo chiediamo un intervento immediato di chi ha la responsabilita' nella vicenda perche' venga applicato l'accordo siglato il 23 luglio 2007 che prevedeva la chiusura del sito e la ricollocaizone di tutti i lavoratori, senza discriminare chi si e' costituito offrendogli lavori precari di pochi mesi". I manifestanti dopo palazzo di Giustizia si sono recati davanti al palazzo Civico.

 

 

 

 

 

 

Sicurezza, a Taranto manifestazione contro le morti sul lavoro

 
di Danilo Giannese Galleria fotografica  

TARANTO - Al grido di “Non si può morire per il lavoro”, ieri nella città dell’Ilva c’è stata la manifestazione nazionale per la sicurezza dei lavoratori. Presenti familiari delle vittime e operai provenienti da tutta Italia, anche dalla ThyssenKrupp di Torino. Nel corteo che ha sfilato per le strade del capoluogo jonico, uno striscione con su scritto: “Associazione 12 giugno – Familiari vittime del lavoro – Taranto”.

 

A reggerlo Angelo Franco, padre di Paolo, un ragazzo di 24 anni morto il 12 giugno 2003, schiacciato da un braccio di una gru che si è spezzato piombandogli addosso da 50 metri di altezza. Paolo lavorava all’Ilva di Taranto ed è una delle tante morti bianche avvenute all’interno della più grande industria siderurgica d’Europa.

Il padre Angelo non ha accettato il risarcimento proposto dall’Ilva per convincerlo a non aprire la causa. Nel frattempo ha vinto il processo di primo grado – che si è concluso con la condanna di due dirigenti Ilva e tre della ditta che si occupava della manutenzione del cantiere – e ora, fiducioso, attende un esito positivo anche in appello.
Quella dell’operaio Paolo e di suo padre è solo una delle tante storie presenti ieri tra la gente scesa in strada a Taranto per alzare la voce contro le morti sui posti di lavoro. Al corteo, organizzato dalla Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro (il secondo, dopo quello del 6 dicembre scorso a Torino in occasione dell’anniversario della strage alla Thyssen) hanno aderito i Cobas e lavoratori organizzati provenienti da tutta Italia. Assenti, invece, con grande rammarico da parte degli organizzatori, i sindacati confederali.
È stata scelta la città di Taranto per una manifestazione nazionale sul tema del lavoro perché, come si legge in un comunicato della stessa Rete, <<l'lILVA è la fabbrica con più morti sul lavoro d'Italia, perchè è la città simbolo con più infortuni, malattie professionali tumori, inquinamento e devastazione dell'ambiente>>.

In riva allo Jonio, gli operai sono arrivati dal Piemonte e da Milano, da Roma e dalla Sicilia, dal Veneto e dalla Toscana. Salvatore Abisso è un parente di Roberto Scola, una delle sette vittime dell’incendio alla fabbrica ThyssenKrupp di Torino. Si è sobbarcato 14 ore di viaggio in pullman soltanto per dare il suo <<contributo>> alla lotta contro le morti bianche. Della Thyssen erano presenti un’altra trentina di persone, tutte appartenenti all’associazione “Legami d’acciaio”, nata proprio in seguito all’incendio mortale nella fabbrica. Tra i familiari delle vittime anche i genitori di Luca Vertullo, operaio ventideuenne morto tre anni fa mentre lavorava al porto di Ravenna. <<Da quel giorno la nostra vita non è più la stessa – ci ha detto la madre di Luca – Speriamo che manifestazioni come queste accendano sempre più i riflettori su questa strage continua nel nostro Paese>>.

Una strage, appunto. E di vera e propria strage parlano i numeri snocciolati dagli organizzatori del corteo tarantino. Dall’inizio dell’anno hanno perso la vita, infatti, 309 lavoratori; più di 309 mila, invece, gli infortuni, mentre 7727 sono le persone rimaste invalide. <<E’ una vergogna nazionale>>, ha commentato l’europarlamentare dei Comunisti italiani Marco Rizzo, sceso ieri in riva allo Jonio per dare solidarietà a operai e familiari delle vittime. <<Ci sono precise responsabilità per tutte le morti bianche che avvengono nel nostro Paese – ha detto Rizzo – Responsabilità da parte delle imprese, dei sindacati, che non si fanno sentire come dovrebbero, e anche della politica, che fa solo presenza ma non le leggi giuste per migliorare la situazione>>.

A finire sotto la luce dei riflettori, in particolare, è il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro che, secondo gli organizzatori della manifestazione, starebbe subendo <<un pesante attacco>> da parte dell’attuale governo. <<Con il decreto cosiddetto "Milleproroghe"  - è la loro denuncia - sono state rinviate di mesi misure importanti come la valutazione dello stress sul lavoro, l´obbligo di assicurare una data certa al documento sulla valutazione dei rischi (e relative sanzioni), il divieto di effettuare visite mediche preventive prima di assumere un lavoratore e l´obbligo di comunicazione all´Inail degli infortuni di durata superiore a un giorno>>.
 
Fonte: http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=4314:sicurezza-a-taranto-manifestazione-contro-le-morti-sul-lavoro&catid=54:lavoro&Itemid=172
 
                          http://www.tgr.rai.it/SITOTG/TGR_popupvideo/1,8506,tgr%5Epuglia,00.html

 

 

 

7/4/2009 (15:13) - IL PROCESSO

Thyssen, consulenti della difesa:
"Premuto il pulsante sbagliato"

+ Rogo Thyssen: Torino dedica alle vittime parte del parco della Pellerina

 

Malumori in aula da parte dei familiari

TORINO
«Non si è premuto il pulsante di emergenza che avrebbe bloccato l’afflusso di olio e evitato la tragedia». A sostenerlo in aula è stato Vittorio Betta, uno dei consulenti della difesa della Thyssen, nel processo che è ripreso questa mattina a Torino. «C’è stata una demonizzazione del concetto di "fermata" dell’impianto - ha detto Betta (il riferimento sono le molte testimonianze di operai che sostenevano che nello stabilimento di Torino si evitava il più possibile di bloccare i macchinari, anche in caso di malfunzionamenti, per non interrompere il lavoro) - giustificando con ciò il fatto che non si è premuto il pulsante di emergenza. La fermata non era un evento straordinario - ha aggiunto Betta - e il 5 dicembre 2007, il giorno prima dell’incidente, ci furono quattro fermate. Non risulta che sia mai stata sanzionata dall’azienda una fermata volontaria dell’impianto».

Alcuni testimoni avevano riferito nelle udienze scorse, che nello stabilimento di Torino non si premeva il pulsante di emergenza per non rovinare i nastri in lavorazione, ma oggi Betta in aula ha spiegato che «una fermata crea un danno alla lamiera del 5, 6 al massimo 7 per cento». La relazione del consulente ha determinato ulteriori malumori nei parenti delle vittime presenti in aula.

 

 

 

 

Processo Thyssen, un teste
"Degrado dopo annuncio chiusura"

E' ripreso stamane il processo per l'incendio che il 6 dicembre 2007 uccise sette operai. Massimiliano Bianco, capoturno della manutenzione e del pronto intervento fino alle dimissioni, rassegnate nel giugno del 2007, ha affermato in udienza che le condizioni dello stabilimento torinese, dopo l'annuncio della chiusura, attraversava uno stato di "degrado"

Thyssen

Thyssen

Dopo l'annuncio della chiusura dello stabilimento di Torino della Thyssenkrupp "ci fu un rilassamento generale: il degrado cominciò nel mio ultimo mese di lavoro in azienda": ad affermarlo, all'udienza di oggi del processo per l'incendio che il 6 dicembre 2007 uccise sette operai, è stato Massimiliano Bianco, capoturno della manutenzione e del pronto intervento fino alle dimissioni, rassegnate nel giugno del 2007. "Anche i miei ragazzi - ha aggiunto - avevano meno grinta nell'affrontare i problemi". Bianco, rispondendo alle domande dei pm, si è soffermato sulle procedure di intervento in caso di guasti o di incendi, e ha raccontato che Cosimo Cafueri, dirigente dello stabilimento torinese della multinazionale dell'acciaio, "non voleva eroi". Cafueri è uno dei sei imputati: è sotto accusa per non aver segnalato ai vertici la necessità di migliorare le condizioni di sicurezza.


Drammatica la seconda testimonianza ascoltata al processo: "Ebbi un incidente sul lavoro e fui trasferito per dispetto: 'ti fai male in continuazione', mi dissero": a raccontarlo è stato l' operaio Antonio Aprile, che per anni è stato ispettore di manutenzione della linea (la numero 5) che il 6 dicembre 2007 andò a fuoco uccidendo sette operai.
Aprile ha spiegato che nel dicembre del 2006, durante un intervento per risolvere un problema sulla linea, un collega cadde in una vasca d'acqua bollente: lui cercò di soccorrerlo ma si ustionò, cadde a sua volta e ruzzolò anche un terzo collega. "Al mio posto di ispettore - ha detto - misero un ragazzo che fino al giorno prima preparava i cilindri per i laminatoi".
L'operaio, che già nel 1998 era rimasto ferito a un occhio per un incidente, ha riferito che si era lamentato più volte con i suoi capi per problemi di sicurezza. Ha anche detto che due o tre giorni prima delle ispezioni di Asl e Arpa lui e i colleghi venivano avvertiti in modo che "sistemassero la linea 5". A volte "si dava pure una tinteggiatura a pareti e ringhiere per rendere il posto più bello", soprattutto se veniva l'ad Herald Espenhahn (ora imputato di omicidio volontario).   



Con l'audizione del teste Giuseppe Perseo, ex capoturno manutenzione alla Thyssen, si è conclusa l'udienza odierna. Il processo riprenderà il 25 marzo, quando in aula sarà proiettato un video realizzato da due consulenti della Procura di Torino, in cui viene ricostruito l'incendio che divampò alla linea 5. Il filmato è stato realizzato proprio perchè la presidente della Corte d'Assise, Maria Iannibelli, già nelle scorse udienze, aveva richiesto delucidazioni in merito al funzionamento della linea e dei numerosi termini tecnici usati dai testimoni ascoltati. 

(19 marzo 2009)

 

 

 

2/3/2009 (12:58) - SVOLTA NELLE INDAGINI NEL MIRINO I CONTROLLI DEGLI ISPETTORI NELLA FABBRICA DELLA MORTE

Thyssen, Guariniello
manda la Finanza all’Asl

Dasinistra Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri responsabili della Thyssen

 

In aula un operaio scoppia in lacrime: «I morti mi aspettano sotto casa tutte le sere»

ALBERTO GAINO

TORINO
La Guardia di Finanza è stata per tutto il giorno nella sede dello Spresal, il servizio dell’Asl 1 che ha condotto negli ultimi anni le ispezioni alla ThyssenKrupp, quelle stesse per cui l’azienda veniva avvertita tre giorni prima e la direzione disponeva che l’intera fabbrica venisse tirata a lucido. Se n’è parlato anche nell’udienza di ieri: otto ore di deposizioni, con punte di autentica drammaticità e altri momenti di forte tensione. Ripartiamo dalle «fiamme gialle» all’Asl.
A pomeriggio inoltrato il dirigente Spresal, Gianni Buratti, conferma: «Ci han chiesto documenti fra cui quelli relativi a una nostra indagine su un infortunio alla Thyssen. Sono ancora qui a controllare il protocollo, che è tutto informatizzato». E’ il segno di una svolta nell’inchiesta-bis, sui controlli nella fabbrica del rogo che si è portato via sette lavoratori: bruciati vivi. Fin dove porti non è ancora chiaro. Guariniello imita il burocratese dei vecchi inquirenti: «Sono a sconoscenza».

In aula esce di scena Giovanni Pignalosa che ha raccontato come Rosario Rodinò in fin di vita si preoccupasse che venissero soccorsi i colleghi: «Stanno peggio di me». E di quanto fosse complesso far capire ai più giovani i problemi della sicurezza. «Avevano contratti semestrali rinnovati da anni. Erano sottoposti a pressioni psicologiche».

Salvatore Pappalardo non è un rappresentante sindacale come il compagno. Le sue parole sono semplici e il suo caso è diventato particolare: dalla notte dell’incendio sta molto male, ha dovuto rinunciare al corso di formazione per reinventarsi tornitore, lui che alla Thyssen aveva la fascia di operaio leader: scendere in officina per le prove pratiche l’ha fatto precipitare nel panico, ambulanza, ospedale, mutua. E certificato del medico consegnato all’azienda. Che ha ritenuto di fargli revocare la cassa integrazione.

L’ultima busta paga dell’ex operaio leader è stata di 26 euro. «Ho tre figlie e non so come arrivare alla fine del mese». Singhiozza nel ricordare quella notte: «Bruno sbucò dal fumo, era nudo e mi venne incontro a braccia aperte. Tutti i giorni lo rivedo così. Mi aspetta sul pianerottolo di casa. Mi guarda senza dir nulla e mi abbraccia».

Le allucinazioni lo hanno costretto al ricovero in psichiatria: Bruno Santino passa in auto e lo saluta, «Rocco Marzo è vestito di nero e sta pure lui in auto, un’auto nera. Mi avvicino ed è un carro funebre».

Un avvocato della difesa, con l’imputato Cosimo Cafueri che gli suggerisce le domande, insiste nel chiedergli «precisazioni». Cortese ma incurante delle condizioni emotive del teste. Pappalardo ha avuto il torto di rammentare i colloqui con i colleghi tedeschi quando rimase per un mese nello stabilimento della casa madre in Germania? «Venne su anche il nostro direttore, Salerno, e mi disse: “Hai visto che roba qui?”. Una volta la settimana si pulivano le macchine da cima a fondo, anche per la qualità della produzione. E la sicurezza era una realtà. Chiesi a Salerno se non si poteva fare così anche da noi. Non mi rispose».

A fine udienza l’avvocato Ezio Audisio, difensore di Espenhanhn, sottolinea «l’importante deposizione che ha restituito tutt’altra immagine all’azienda». Quella dell’ex capoturno della manutenzione di pronto intervento Giuseppe Caravelli. Uno che ha cambiato completamente il suo racconto sulle condizioni di sicurezza della fabbrica. E il pm Francesca Traverso vuole per questo risentirlo martedì prossimo: «La testimonianza è molto distante da quelle rese nei mesi scorsi ai vigili del fuoco e dopo a me».

 

 

 

 

5/3/2009 (14:58) - PROCESSO PER IL ROGO - BOCCUZZI RISPONDE ALLA DIFESA

Thyssen, mimose e rose in aula

Alla ripresa del processo una donna ha consegnato fiori

+ "La mano di fuoco inghiottì i miei amici"

 

Stamattina alla ripresa del processo una donna che 14 anni fa perse il figlio 21enne in un infortunio sul lavoro ha consegnato fiori per ciascuna delle 7 vittime

TORINO
Una rosa rossa e una mimosa: questo l’omaggio che una mamma di Udine ha portato oggi in aula a Torino per commemorare gli operai morti nel rogo della ThyssenKrupp. I fiori sono stati collocati sui banchi dell’aula accanto alle foto delle vittime e di alcune magliette con l’immagine dei loro volti: a portare questo piccolo dono è stata una mamma di Udine che quattordici anni fa ha perso un figlio di 21 anni, morto sul lavoro.

Il processo è ricominciato poi con la seconda testimonianza di Antonio Boccuzzi, parlamentare del Pd ed ex operaio della ThyssenKrupp sopravvissuto al rogo. Boccuzzi ha risposto alle domande dei difensori, a cominciare da quelle dell’avvocato Maurizio Anglesio, legale dell'ex responsabile della sicurezza dell’impianto Cosimo Cafueri. «Con Cafueri -ha detto Boccuzzi- ho avuto modo di confrontarmi spesso su varie problematiche che lui, nel limite delle sue possibilità e dei fondi disponibili, risolveva immediatamente. Ho parlato molto spesso con lui e quando aveva la possibilità di farlo -ha ripetuto Boccuzzi- ha sempre tentato di risolvere i problemi ma era visibilmente preoccupato quando fu annunciata la chiusura forse perchè vedeva difficoltà per la sicurezza. Diceva che la cosa più importante per noi era non farsi male, me lo disse fin dal mio primo giorno di lavoro».

Boccuzzi in aula: «Le pulizie si facevano solo in occasione dei controlli»
A proposito delle visite di controllo annunciate in anticipo l’ex operaio ha spiegato, confermando quanto era stato già emerso nelle deposizioni di altri operai, che normalmente ad avvisare delle ispezioni era proprio il responsabile della sicurezza. «In genere ci veniva detto da Cafueri -ha spiegato Boccuzzi- anche se non c’era una comunicazione regolare, e lo diceva quando lo incontravi oppure lo sapevamo anche dai capiturno che poi ci dicevano che doveva essere tutto pulito e allora veniva fatta una vera e propria pulizia». Il parlamentare democratico ha poi parlato delle riunioni sulla sicurezza che, ha spiegato, «prima dell’annuncio della chiusura venivano fatte regolarmente, fuori turno e fatte bene. Poi, dopo l’annuncio, a mio avviso venivano fatte in modo non idoneo, durante il turno e quindi non tutti avevano la possibilità di parteciparvi».

Di Fiore: «Dalle fiamme sentivo Schiavone urlare: "Aiutatemi, non voglio morire"»
«Sentimmo dell’incedio tramite la ricetrasmittente, ma a noi direttamente non era arrivato alcun allarme - ha detto Di Fiore, operaio nel reparto smaltimento acidi e membro della squadra di emergenza interna allo stabilimento -. Quando mi sono recato alla linea cinque non era possibile entrare con l’auto perchè la fotocellula non funzionava e il portone non si apriva. Entrai allora a piedi e mi trovai in un punto dove c’era molto fumo e un odore acre, ma dove regnava la pace più assoluta. Pensai che fossero tutti riusciti a scappare avvicinandomi alla linea cinque, però, sentivo gente che urlava "sono tutti morti". Non volevo crederci finchè non ho visto due corpi a terra irriconoscibili che fumavano ancora e gridavano "portateci via da questo inferno". Gli attimi sembravano eterni, sentivamo arrivare dalle fiamme la voce di Antonio Schiavone che urlava "portatemi via da qui, non voglio morire"».

 

 

3/3/2009 (14:13) - PROCESSO THYSSEN - PARLA BOCCUZZI

"La mano di fuoco
inghiottì i miei amici"

Antonio Boccuzzi, l'unico sopravvissuto oggi parlamentare Pd

 

«Roberto Scola mi chiamava, quando cadde a terra aveva indosso solo brandelli di vestiti e gli erano rimasti pochi capelli». In aula volano insulti, la presidente della corte: «Il processo sia sereno»

TORINO
È ripreso all’insegna di nuove schermaglie giudiziarie il processo per il rogo alla ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007. Il primo testimone chiamato in aula, è stato l'ingegner Diego Cavallero che, dopo aver supervisionato alcune traduzioni su incarico della procura in fase di indagine preliminare, ha prodotto, oggi, due nuove traduzioni. Proprio su queste, l’avvocato della difesa, ha sollevato alcune obiezioni, che hanno portato alla sospensione dell’udienza per circa mezz’ora.

La testimonianza del superstite
Alla ripresa è stato chiamato a testimoniare Antonio Boccuzzi, unico superstite del rogo alla Thyssenkrupp di Torino e oggi parlamentare del Pd. Secondo la testimonianza di Boccuzzi l’incendio era partito come un piccolo focolaio che poi diventò un vero e proprio rogo nell’arco di pochissimo tempo: «Ricordo che all’inizio - racconta Boccuzzi - si trattava di un incendio molto piccolo che si sviluppava proprio sotto la macchina spianatrice, sul pavimento che, come accadeva normalmente, era intriso di olio che perdevano i rotoli di acciaio nel passaggio. Provai a usare il mio estintore che risultò essere praticamente vuoto. A questo punto - continua - l’incendio raggiunse la carpenteria e io andai con Angelo Laurino e Bruno Santino a recuperare una manichetta per spegnere il fuoco. Tirai su la testa e in quel momento ci fu un’esplosione sorda, un boato non molto forte che mi fece venire in mente il rumore che fa una caldaia a gas quando si accende. Le fiamme a qual punto diventarono enormi: sembravano una grossa mano di fuoco, un’onda anomala che ricadde sui ragazzi e li inghiottì».

La voce di Boccuzzi è rotta per l’emozione nel ricordare quei terribili momenti nel tentativo disperato di salvare i suoi compagni: «Il calore era insopportabile e il mio orecchio stava cominciando a "sciogliersi". Corsi al pulpito per chiamare i soccorsi ma il telefono non funzionò. Fu a quel punto - racconta Boccuzzi - che vidi Roberto Scola uscire dalle fiamme, lo riconobbi soltanto dal modo in cui si muoveva: lui mi chiamava, io gli gridai di buttarsi per terra. Quando cadde aveva indosso solo brandelli di vestiti e gli erano rimasti pochi capelli. Ricordo che cercando di spegnere le fiamme sul suo corpo non riuscii a spegnerle sulle scarpe che erano intrise di olio. Ricordo nitidamente le piaghe sul suo corpo». A quel punto Boccuzzi andò a cercare aiuto nella vicina linea 4: prese la bicicletta e pedalò urlando perchè qualcuno lo sentisse, gridando che erano tutti morti, perchè tutti si accorgessero subito che quello che era accaduto era molto grave, una tragedia.

Insulti e malori in aula
Uno degli imputati, Raffaele Salerno, che già in aula era stato apostrofato dalla madre di una delle vittime, mentre stava raggiungendo il bar è stato insultato da un ragazzo. Alla ripresa del processo l’avvocato difensore, Ezio Audisio, ha preso la parola per denunciare l’accaduto: «È l’ennesimo episodio. È successo anche contro di noi avvocati: noi lo possiamo sopportare ma per gli imputati è inaccettabile, loro non possono difendersi con questo clima». L’autore delle ingiurie, un giovane, si è scusato in aula: «È stato un momento di rabbia». La presidente della Corte, Maria Iannibelli, ha invitato «a evitare queste situazioni» perchè «il mio compito è garantire un processo sereno».

Poco più tardi Sergio Bonetto, uno degli avvocati di parte civile, è stato colto da un malore durante una pausa dell’udienza. L’avvocato, mentre si trovava al bar del Palazzo di Giustizia, ha infatti perso i sensi e si è accasciato a terra. Nonostante la ripresa quasi immediata si sono rese necessarie delle cure mediche e per questo motivo il dibattimento è stato rinviato al 5 marzo.

 

 

Processo Thyssen, tocca ai parenti
Una madre: "Ridatemi mio figlio"

Drammatica la sesta udienza del processo per la morte dei sette operai. Ad essere chiamati come testi i parenti delle vittime. La prima ad essere sentita la madre di Rosario Rodinò: "Ridatemi mio figlio. Lui diceva che in caso d'incidente non si sarebbe salvato nessuno". La sorella Concetta: "Mi hanno tolto la gioia di essere mamma"  

di Davide Banfo e Sarah Martinenghi

Nuova drammatica udienza al processo Thyssen. Ad essere sentiti come testi nel processo per il rogo che causò la morte di sette operai saranno i familiari delle vittime. La prima ad essere ascoltata è stata la madre di Rosario Rodinò. Toccante la sua testimonianza: "Voglio sapere perché mio figlio è morto. Ho firmato l'accordo con l'azienda ma rivoglio indietro vivo mio figlio".
"Eravamo orgogliosi - ha poi aggiunto Grazia Cascino - che nostro figlio fosse andato a lavorare in quella fabbrica, in cui mio marito ha lavorato per 40 anni. Dal giorno della tragedia invece ci sentiamo in colpa e non ci sopportiamo nemmeno più tra noi". "Voglio sapere perchè mio figlio è morto - ha ribadito più volte Grazia Cascino con la voce rotta dal pianto, rispondendo alle domande degli avvocati compreso quello delle difesa che le chiedeva se fosse stata risarcita - L'unica cosa che voglio è che mi ridiate mio figlio indietro. Sono sempre lì a casa che aspetto di sentire che con le chiavi apra la porta ed entri". La presidente della Corte, Maria Iannibelli, le ha rivolto la parola in questo modo: "Signora, se avessimo questo potere...". "Nell'ultima settimana - ha continuato Grazia Cascino - Rosario diceva che se fosse scoppiato qualcosa non si sarebbe salvato nessuno. E lui non si è salvato". La donna ha anche mostrato ai giudici una foto del figlio: "Guardate, era con le cugine nel settembre del 2007. Questi momenti non ci saranno più".

Toccante anche il ricordo di Laura Rodinò, sorella di Rosario. "Quando è successa la tragedia ero all'ottavo mese di gravidanza, aspettavo due gemelle e quando sono entrata in sala parto mi sono imposta di non soffrire, di non gridare perchè mio fratello aveva sofferto molto di più. Mi hanno tolto la gioia del diventare mamma". Con disprezzo e rabbia Laura ha inoltre mostrato agli avvocati della difesa la maglietta con una vecchia foto di una gita al mare in famiglia in cui c'è anche suo fratello. Breve l'intervento dell'altra sorella,

Concetta: "Questo Natale come l'hanno passato quelli che hanno causato la morte di mio fratello? Noi al cimitero".

Entrambe le sorelle hanno detto che dopo la tragedia i rapporti in famiglia sono cambiati. "Sono cambiati i rapporti anche con i miei figli -dice Concetta- e con mio marito bisticcio di continuo", mentre Laura dice che "la tragedia ha influenzato anche i rapporti con mio marito, prima facevamo di tutto, ci divertivamo tutti insieme, adesso non ho più voglia di fare nulla. Lui cerca di starmi vicino -prosegue- ma io sono scontrosa, arrabbiata, cattiva, ma non mi sento più cattiva degli assassini di mio fratello che per me era come un figlio e per colpa loro ci ritroviamo così".


Entrambe le ragazze hanno risposto con un certo nervosismo alla domanda dell'avvocato della difesa che chiedeva se loro, o i loro famigliari, avessero ricevuto un risarcimento dall'azienda per la morte del congiunto "era il minimo che potessero fare", hanno replicato. Poche le parole di Luigi Santino, fratello di Bruno Santino: "Nulla è più come prima. negli ultimi tempi diceva che non c'era più sicurezza. Eravamo sempre insieme" 

Dopo i parenti, la Corte ha chiamato a testimoniare Fabio Simonetta, uno degli operai presenti quella notte in fabbrica. Simonetta era impegnato sulla linea 4, quella accanto a quella del rogo. La decisione della Corte di ascoltare subito i parenti arriva dopo le polemiche della scorsa udienza quando per un problema procedurale i familiari iscritti come testi erano stati costretti ad uscire. Nessun teste può infatti restare in aula e ascoltare testimonianze prima del suo turno. La presidente della Corte Maria Iannibelli ha previsto un fitto calendario di udienze sino a giugno. Nelle prime cinque udienze erano stati risolti alcuni problemi procedurali e affrontate diverse eccezioni come quella presentata dalla difesa dei manager tedeschi della multinazionale che sosteneva che due dirigenti non conoscessero l'italiano.




 

(17 febbraio 2009)

 

 

Processo ThyssenKrupp: gli imputati conoscono l’italiano?

06-02-2009

Processo ThyssenKrupp udienza 4 febbraio 2009Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, due dei sei dirigenti della ThyssenKrupp imputati nel processo per il disastro all’acciaieria torinese, conoscono e conoscevano la lingua italiana? Questo è l’interrogativo emerso lo scorso 4 febbraio, durante la terza udienza del processo in Corte d’Assise contro la multinazionale tedesca e alcuni dei suoi manager. La difesa degli imputati, nella persona dell’avvocato Enzo Audisio, sostiene di no e ha quindi chiesto di annullare tutti gli atti notificati in italiano ad Espenhahn e a Priegnitz. Una richiesta che, se accolta, “riporterebbe indietro il processo di un anno”, ha dichiarato il pubblico ministero Laura Longo. A testimonianza del fatto che i due manager tedeschi conoscessero l’italiano, l’accusa ha prodotto e proiettato in aula una serie di documenti. Tra questi, numerose e-mail, comunicazioni interne e ordini di servizio ricevuti e trasmessi dai due imputati in italiano e l’attestazione della frequenza di un corso di italiano da parte di Priegnitz “almeno dal febbraio 2006”. Particolare emozione, tra familiari delle vittime e operai presenti all’udienza, ha suscitato il filmato dell’intervista rilasciata alla Rai pochi giorni dopo il tragico rogo dallo stesso Esphahn in un fluente italiano. Il PM ha quindi sostenuto che le eccezioni di nullità sollevate siano “pretestuose e strumentali”, fatte soltanto “tentando di ingannare i giudici. Un’affermazione che ha fatto infuriare gli avvocati della difesa. “Non siamo qui per essere insultati” – è sbottato l’avvocato Paolo Sommella, attirandosi commenti pochi lusinghieri da alcuni degli operai presenti. Dal canto suo, la presidente della corte, Maria Iannibelli, ha dichiarato “Riteniamo di essere in grado di non essere ingannati”, ottenendo un applauso dal pubblico.
La decisione sulla questione linguistica sarà decisa nella prossima udienza, martedì 10 febbraio. Verrà anche data risposta all’altra richiesta avanzata dall’accusa: tradurre tutti i documenti del processo dal tedesco all’italiano. Un’impresa che, se valutata necessaria, potrebbe rivelarsi titanica e richiedere mesi di tempo: sono 142 i faldoni depositati in procura, contenenti migliaia di pagine in tedesco. Anche i costi potrebbero essere rilevanti: sinora sono stati impiegati già 19 interpreti.
Nell’udienza del 4 febbraio, la corte ha accettato la domanda di costituzione di parte civile di tutti gli enti che l’avevano presentata: Regione Piemonte, Provincia di Torino, Comune di Torino, sindacati e associazione onlus Medicina Democratica. Accolta invece neanche la metà delle richieste avanzate dai 103 operai. Sono stati esclusi coloro che avevano firmato un verbale di conciliazione con l’azienda.

Nella foto: Il 4 febbraio nella maxi aula 1 del Palagiustizia di Torino si è svolta la terza udienza del processo in Corte d’Assise sul rogo del 6 dicembre 2007 alla ThyssenKrupp. Il PM ha presentato documenti e filmati che riguardano la conoscenza della lingua italiana da parte di due dei sei imputati: i manager tedeschi in Italia Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz

Massimiliano Quirico Cittagorà

 

 

 

ThyssenKrupp, al processo la discussione sulla costituzione delle parti civili

23-01-2009
 

Si è svolta il 22 gennaio 2009 a Torino la seconda udienza del processo in Corte d’Assise contro la multinazionale tedesca ThyssenKrupp e sei dei suoi manager per i fatti relativi all’incendio del 6 dicembre 2007 in cui morirono sette operai.
Sempre presenti tutte le famiglie delle vittime e decine di operai dello stabilimento, riuniti nell’associazione onlus Legami d’Acciaio. Non è comparso invece nessuno degli imputati (all’udienza precedente erano intervenuti il direttore dell’impianto torinese Giuseppe Salerno e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri). Ammessi per la prima volta in aula, in seguito a un’ordinanza della Corte, fotografi e televisioni, mentre il pubblico appariva meno numeroso.
In apertura della seduta, gli avvocati della ThyssenKrupp hanno chiesto di escludere la costituzione di parte civile di tutti i sindacati, del Comune di Torino, della Provincia di Torino, dell’associazione onlus Medicina Democratica e di quasi tutti gli operai che ne avevano fatto richiesta (103 in totale). L’avvocato Ezio Audisio ha infatti chiesto di escludere dal procedimento praticamente tutti gli operai: una novantina, compresi gli addetti della Linea 4, contigua alla 5 dove è scoppiato il rogo, intervenuti per soccorrere i loro compagni avvolti dalle fiamme (accettata dall’azienda solo la costituzione di Giovanni Pignalosa, udienza rimasto ferito quella notte). La difesa della ThyssenKrupp sostiene che gli operai (tranne i sette rimasti uccisi e un’altra decina di persone) non fossero esposti ad alcun rischio e che molti di loro avevano firmato un verbale di conciliazione con l’azienda, rinunciando quindi a ogni eventuale pretesa o diritto connesso con il rapporto di lavoro.
Di parere nettamente contrario il pubblico ministero e i legali dell’accusa, secondo i quali non è possibile individuare a priori, prima dell’inizio del dibattimento, un’area di sicurezza all’interno della fabbrica quando è scoppiato l’incendio e nei due anni precedenti (periodo in cui secondo l’accusa sono state omesse le necessarie cautele antinfortunistiche). Inoltre, ha sostenuto l’avvocato Sergio Bonetto, molti addetti erano costretti a operare in posizioni lavorative che non conoscevano ed erano frequenti spostamenti da una linea di lavorazione all’altra. Inoltre, secondo l’avvocato Elena Poli, gli accordi di conciliazione firmati dagli operai erano troppo generici e non consentivano una consapevolezza precisa dei diritti ai quali rinunciavano i firmatari e comunque non potevano disporre di diritti futuri (in particolare per quanto riguarda gli accordi siglati prima del disastro del 6 dicembre).
Hanno sostenuto con forza le ragioni della propria costituzione di parte civile l’avvocato Alberto Mittone della Provincia di Torino (a cui si è associata l’avvocata Donatella Spinelli del Comune di Torino) e i legali degli altri enti coinvolti, che hanno lamentato un danno alla salute dei cittadini e all’immagine di istituzioni e organizzazioni.
La prossima udienza verrà celebrata al Palagiustizia mercoledì 4 febbraio alle ore 9.00. In quell’occasione verranno comunicate le decisioni del Tribunale sull’ammissione delle costituzioni di parte civile e verranno affrontate altre questioni preliminari.

Nelle foto: Il 22 gennaio nella maxi aula 1 del Palagiustizia di Torino si è svolta la seconda udienza del processo in Corte d’Assise sul rogo del 6 dicembre alla ThyssenKrupp

Massimiliano Quirico - Cittagorà

 

 

 

 

Nel processo alla ThyssenKrupp vince la TV

16-01-2009
 

Torino, giovedì 15 gennaio 2009: per la prima volta in Italia si è riunita la Corte d'Assise di un tribunale per celebrare un processo in cui un imputato è accusato di omicidio volontario (pur con dolo eventuale) per la morte di lavoratori. I parenti L'imputato è Harald Espenhahn, amministratore delegato in Italia della ThyssenKrupp, la multinazionale tedesca nel cui stabilimento di Torino morirono bruciati sette operai, il 6 dicembre 2007. Insieme a lui, sono imputati per la morte dei lavoratori torinesi altri cinque dirigenti dell'Acciaieria, accusati di omicidio colposo con colpa cosciente: Cosimo Cafueri, Daniele Moroni, Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno. Tutti e sei sono inoltre accusati di omissione dolosa di cautele infortunistiche. Espenhahn rischia fino a 21 anni di carcere, gli altri fino a 15.
C'era grande attesa quindi in città, ma anche nel resto d'Italia, per questo processo che, comunque vada, segnerà una tappa importante nel mondo del lavoro. L'udienza, prevista alle ore 9, è iniziata con due ore e mezza di ritardo per permettere la sostituzione di alcuni giudici popolari, tre dei quali avevano chiesto di astenersi in seguito alla loro intervista pubblicata da un giornale torinese. Con la giuria popolare al completo (composta, nota curiosa, da 5 donne e un solo uomo), la presidente Maria Iannibelli ha dato inizio all'udienza, accogliendo le nuove domande di costituzione di parte civile. Oltre a Regione Piemonte, Provincia di Torino, Comune di Torino, sindacati, associazione Medicina Democratica e una quarantina di persone già ammesse dal giudice dell'udienza preliminare, sono state presentate in aula più di cinquanta altre richieste di costituzione di parte civile di operai della ThyssenKrupp di Torino, molti dei quali iscritti all'associazione onlus Legami d'acciaio. Nelle udienze successive, si saprà se saranno accolte. Nel frattempo, a seguito delle richieste di Pubblico Ministero, di tutti gli avvocati dell'accusa e di numerose emittenti italiane e straniere (tra cui la tedesca ZDF), la Corte ha deciso di ammettere fotografi e televisioni, a partire dalla prossima udienza (che si svolgerà giovedì 22 gennaio alle ore 9), "date le oggettive caratteristiche di rilevanza sociale del processo". Davanti al Palazzo di Giustizia La decisione è stata presa nonostante il parere contrario espresso dagli avvocati degli imputati. Questi ultimi, comunque, avendo negato il consenso, non verranno ripresi dalle telecamere.
Si ipotizza che il processo possa concludersi entro un anno. L'auspicio dei familiari delle vittime (tutti presenti in aula) e dei molti operai intervenuti, tra i quali l'onorevole Antonio Boccuzzi - audio - unico sopravvissuto al disastro, è che i tempi della giustizia siano rapidi e che si possa avere la sentaza il prima possibile, magari per il prossimo 6 dicembre, anniversario del terribile rogo.
Il calendario delle udienze verrà fissato il prossimo 22 gennaio: si prevedono numerose sedute, dato anche l'elevato numero di testimoni chiamati in aula dalle parti. Tra le decine di persone chiamate a testimoniare dagli avvocati della ThyssenKrupp, figurano anche l'onorevole Pierluigi Bersani, già ministro dell'economia, l'onorevole Gianfranco Borghini, il sindaco di Terni Paolo Raffaelli, il vicesindaco di Torino Tom Dealessandri e sindacalisti (sia di Torino che di Terni), protagonisti dell'accordo che prevedeva la chiusura dell'acciaieria torinese e il trasferimento degli impianti in Umbria. Accordo siglato prima che scoppiasse l'incendio che uccise Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi.
Intanto, l'attenzione di media e cittadini rimane alta in città, anche se dalla fabbrica di corso Regina Margherita 400 sembra essere scomparso ogni riferimento all'azienda tedesca. La scritta "ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni" è stata smantellata da mesi dalla dirigenza, il logo posizionato su un'aiuola all'ingresso è attualmente coperto da un alto cumulo di neve e il lampione che dovrebbe illuminare l'albero divenuto una sorta di monumento ai sette caduti è spento, unica luce non funzionante su tutto il viale di accesso all'ex acciaieria.

Nelle foto: Al via lo scorso 15 gennaio il processo in Corte d'Assise relativo alla morte di sette operai alla ThyssenKrupp di Torino. In aula numerosi familiari delle vittime e operai dell'acciaieria

M.Q.
Nello stesso giorno in cui si svolge l'udienza del processo contro 
l'acciaieria tedesca, giovedì 22 gennaio 2009, alle ore 21.30 al Caffè 
Basaglia in via Mantova 34 a Torino verrà proiettato il film documentario 
sulla ThyssenKrupp "Torino-Terni. Un viaggio nell'acciaio" di Massimiliano 
Quirico, prodotto da Doda Film e associazione onlus Legami d'acciaio e sarà 
allestita l'omonima mostra fotografica, con immagini di Giulio Lapone, 
Maurizio Pisani, Massimiliano Quirico e Leonardo Schiavone. Alle ore 22 
circa, performance musicale sul tema della sicurezza sul lavoro "Attaccati a 
un filo" di Simone Bosco, il percussionista autore delle musiche del film, 
insieme al gruppo In vivo veritas.
Per l'occasione verrà allestita un banchetto dell'associazione Legami 
d'acciaio, con materiale promozionale sulla sicurezza sul lavoro. Ingresso 
gratuito.

Info: www.dodafilm.it 

 

 

 

Thyssen, udienza aggiornata al 22 gennaio. La cronaca minuto per minuto

La Corte decide per la presenza di fotografi e televisioni per il rilevante interesse sociale del processo. I tre guidici popolari, sorteggiati, sono stati sostituiti. Avevano rilasciato dichiarazioni a un giornale. Assente, tra gli imputati, l'amministratore delegato dell'acciaieria Harald Espenhahn. FOTO del processo
di Davide Banfo, Andrea Magrini, Sarah Martinenghi e Paolo Griseri
La Corte presieduta dal giudice Maria Iannibelli e dal giudice a latere Paola Dezzani
 
La Corte presieduta dal giudice Maria Iannibelli e dal giudice a latere Paola Dezzani
15.13 Il giudice Raffaele Guariniello: "Non deve essere un processo esemplare ma giusto"
Il procuratore vicario di Torino, Raffaele Guariniello, uscendo dalla maxi aula 1 della prima udienza per il rogo alla ThyssenKrupp, ha dichiarato: "Non deve essere un processo esemplare ma giusto". "E' la prima volta nella storia del nostro Paese, e non solo, che un incidente sul lavoro arriva in Corte d'Assise". A giudizio dell'accusa, convalidata dal Gup, i fatti dimostrerebbero che c'è un dolo eventuale". Sull'ammissione di televisioni e fotografi, che ha richiesto una lunga pausa del processo per l'opposizione della difesa, Guariniello sottolinea che "la salute è un interesse della collettività e la salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro è un tema che per tutte le autorità, a cominciare dal Presidente della Repubblica, è da tutelare". Credo quindi che la Corte d'Assise abbia giustamente accolto la nostra richiesta di ammettere le riprese che nasce da un' attesa non morbosa ma dal desiderio di informare tutti"

15.10 La difesa sulle riprese audiovisive: "Non abbiamo dato il consenso alle riprese ma non ci siamo opposti"
"Non abbiamo dato il consenso alle riprese audiovisive ma non ci siamo opposti. Il nostro no era motivato dal fatto di cercare di evitare che la pressione mediatica avesse il sopravvento sul processo". Ezio Audisio, legale della difesa Thyssen, commenta così il sì della Corte alle riprese del processo in Aula.

"La decisione della Corte non è una sorpresa -ha aggiunto- abbiamo apprezzato il fatto che la Corte deciderà poi le modalità con cui si realizzeranno queste riprese perchè oltre al fatto delle riprese è rilevante come queste vengano utilizzate", ha concluso l'avvocato.


14.12
Udienza terminata, si riprende il 22 gennaio
L'udienza del processo è terminata. Riprenderà il prossimo 22 gennaio, quando verranno
discusse una serie di questioni preliminari

14.09 Il presidente Iannibelli motiva l'ammissioen in aula di fotografi e tv
Al termine della seduta la presidente Iannibelli ha spiegato perché sono stati ammessi fotografi e telecamere: "Viste le oggettive caratteristiche di rilevanza sociale sia per la materia trattata sia per la gravità dei fatti, la seconda sezione della Corte d'Assiste ritiene doveroso che sussista il principio di pubblicità per permettere ai cittadini di vedere e conoscere lo svolgimento".

13.59 Riammessi in aula fotografi e televisioni
La Corte, riunitasi in Camera di consiglio, ha deciso per l'ammissione in aula di televisioni e fotografi durante il processo

12.58 La lettera dei giudici popolari sostituiti alla presidente Iannibelli
Questo il testo della lettera inviata dai giudici popolari sostituiti dalla presidente Iannibelli: "Abbiamo letto con sorpresa l'articolo della "Stampa" uscito il 14 gennaio. Dichiariamo di non aver espresso alcun giudizio o parere sul processo. Ci rendiamo conto però che le interpretazioni date dagli organi di informazione al tono dell'articolo possano creare qualche problema. Per spirito di servizio e per evitare intralci processuali, chiediamo l'autorizzazione ad astenerci". Il presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbuto, dopo aver letto l'istanza ha ritenuto che ricorressero i motivi di "sussistenza o gravi ragioni di convenienza" per accogliere la domanda. Lo stesso presidente ha quindi accolto la domanda ed ha autorizzato i tre giudici ad astenersi

12.45 Udienza sospesa, Corte in Camera di consiglio per decidere la presenza di fotografi e televisioni
L'udienza è stata al momento sospesa. La Corte è riunita in Camera di consiglio per decidere sull'ammissione in aula delle telecamere e dei fotografi che erano stati allontanati prima dell'inzio del dibattimento. I rappresentanti della Procura e le parti civili hanno chiesto alla presidente di ammettere le telecamere per l'interesse sociale del processo. La difesa dei sei imputati ha espresso la propria contrarietà ma si è rimessa alla decisione della Corte.

12.13
Il presidente della Corte Iannibelli dichiara contumaci quattro imputati

Il presidente della Corte Iannibelli ha dichiarato contumaci quattro dei dei imputati, tra cui l'amministratore delegato della ThyssenKrupp Italia Harald Espenhahn. Gli unici due imputati presenti Raffaele Salerno, direttore dello stabilimento di Corso Regina Margherita, e Cosimo Cafueri, dirigente con funzioni di responsabile dell'Area sicurezza, hanno invece dichiarato le proprie identità.

11.56 Si decide se autorizzare le televisioni e i fotografi in aula
La Corte d'Assise sta decidento se autorizzare le riprese televisive e fotografiche all'interno dell'aula. Tutti i cameramen e i fotografi sono usciti e sono stati radunati in un'aula vicina, utilizzata come sala stampa. I carabinieri controllano che nessun operatore riprenda i monitor di servizio. Sono intanto saliti a 54 gli operai che hanno chiesto di costituirsi parte civile contro la ThyssenKrupp.

11.49
Trentuno operai dello stabilmento Thyssen chiedono di costituirsi parte civile
All'inizio della seduta 31 operai dello stabilmento Thyssen Krupp di Torino hanno chiesto di costituirsi parte civile. L'acciaieria della multinazionale tedesca è chiusa dal giorno del rogo. Parte della fabbrica è stata smontata ed alcune linee di produzione sono state spostate a Terni, l'altro polo produttivo del gruppo.

11.43 La Corte è cambiata:
I giudici popolari sono cinque donne e un uomo
La composizione della Corte è cambiata. I giudici popolari sono cinque donne e un uomo. Accanto a loro ci sono le tre riserve, due uomini e una donna. Al centro ci sono i due giudici togati, la presidente Maria Iannibelli e il giudice a latere Paola Dezani

11.39
Il presidente della Corte Maria Iannibelli: "I tre giudici per spirito di servizio hanno chiesto di astenersi".
All'inizio dell'udienza il presidente della Corte Maria Iannibelli ha spiegato brevemente che i tre giudici popolari hanno "letto con sorpresa" un articolo che li riguardava e "hanno spiegato di non avere espresso nè giudizi nè pareri sul processo". "Ma per spirito di servizio - ha spiegato la presidente - hanno chiesto di astenersi per non creare intralci processuali".

11.33 Il presidente della Corte fa l'appello delle parti
Il presidente della Corte Maria Iannitelli sta facendo l'appello delle parti. In aula la tensione è molto forte.

11.31 I tre guidici popolari: "Nessuna dichiarazione sul processo ai giornali"
I tre giudici popolari sostituiti hanno reso una breve dichiarazione. "Non abbiamo fatto alcuna dichiarazione nel merito del processo ai giornali, ma ci asteniamo per motivi di convenienza".

11.25 Cominica il processo, sostituiti i tre giudici poopolari
Il processo è cominciato. I tre giudici popolari sono stati sostituiti

11.03 Secondo indiscrezioni la Corte cercherebbe
i sostituti dei tre giudici
Secondo alcxuni voci raccolte tra i legali in aula la Corte starebbe cercando i sostituiti dei tre giudici che lascerebbero il loro incarico su invito della presidente. Va però sottolineato che si tratta di un'indiscrezione e che nessun avvocato si avvicinato alle stanze in cui è riunito il collegio giudicante.

10.53
I difensori degli imputati non ritengono opportuno ricusare i giudici
Al momento i difensori degli imputati non ritengono opportuno ricusare i giudici, ma è evidente che possono utilizzare l'episodio per mettere in dubbio le future decisioni della corte. Nel caso in cui non si giungesse alla sostituzione dei giudici, potrebbero dunque essere le stesse parti civili a chiedere un cambio dei componenti del collegio giudicante per evitare di dare un vantaggio alla difesa.

10.27 Si discute sulla sostituzione dei giudici popolari
Si prolunga più del previsto la discussione all'interno della Corte d'assise sulla sostituzione dei giudici popolari che nei giorni scorsi hanno rotto il silenzio imposto dalla legge con alcuni commenti sulla legislazione del lavoro in Italia, commenti pubblicati su un giornale.

9.59 Silenzio in aula, si attende la Corte
I cancellieri hanno avvisato che l'udienza potrebbe cominciare tra pochi minuti. Nella maxiaula è calato un silenzio drammatico. Si attende l'ingresso della Corte.
 

9.48 Operatori Tv in posizione ma non si sa ancora se il processo può essere ripreso
Continua il clima di attesa all'interno dell'aula. Gli operatori tv si sono piazzati all'interno ma non è ancora chiaro se l'udienza potrà essere ripresa con le telecamere. A decidere sarà infatti la Corte appena si sarà insediata.

9.42 La corte non si è ancora presentata in aula

Il forte ritardo con cui sta iniziando il processo - la corte non si è ancora presentata - sarebbe legata secondo alcune voci alla decisione del presidente della Corte d'assise Maria Iannitelli di sostituire alcuni giudici popolari, dopo alcuni di loro avevano rilasciato delle dichiarazioni ai giornali. In aula cresce intanto la tensione.
10.01 Nel pubblico il segretario della Fiom Giorgio Airaudo e il delegato Ciro Argentino, ex operaio Thyssen
Tra il pubblico anche il segretario della Fiom Giorgio Airaudo e il delegato Ciro Argentino, ex operaio Thyssen, esponente dei Comunisti italiani. Argentino era stato candidato dalla Sinistra arcobaleno alle ultime politiche ma non era stato eletto a differenza di Boccuzzi.

9.35 L'aula del processo si è riempita, cìè anche il deputato Pd Antonio Boccuzzi

La maxi aula del processo Thyssen, la stessa dove si svolse l'udienza preliminare, si è rapidamente riempita. Tra il prubblico il deputato del Pd Antonio Boccuzzi, ex operaio Thyssen che nellla notte del rogo rimase ferito con ustioni al volto e al corpo. Molti i sindacalisti presenti

9.32 "La mamma di una vittima: "Li hanno ammazzati devono andare in galera"

"Li hanno ammazzati loro e devono andare in galera. Rosina De Masi, la mamma di una delle sette vittime del rogo esprime così il suo dolore fuori dalla maxi aula. "Mi spiace solo - aggiunge la donna - che molto probabilmente non avranno l'ergastolo".

9.38 Prende posto al banco l'ex procuratore aggiunto Raffaele Guariniello
Il primo a prendere il posto al banco dell'accusa è stato l'ex procuratore aggiunto Raffaele Guariniello che ha coordinato l'inchiesta chiusa a tempi di record. Accanto a lui i sostituti procuratori Laura Longo e Francesca Traverso. Nutrito anche il collegio di difesa. La corte non ha ancora deciso se ammettere le telecamere

9.27 In aula ci sono due imputati, Raffaele Salerno, ex direttore dello stabilimentodi Regina Margherita e Cosimo Cauferi, responsabile area sicurezza e servizio prevennzione rischi.
A sorpresa in aula ci sono anche due imputati, Raffaele Salerno, ex direttore dello stabilimento di Torino di corso Regina Margherita e Cosimo Cauferi, responsabile area sicurezza e servizio prevennzione rischi di Torino. Entrambi sono accusati di omicidio colposo e e di omissione dolosa di cautela. L'aula si sta intanto riempiendo. All'esterno del Palagiustizia c'è un preidisio dell'associazione "legami d'acciaio" formato dai parenti delle vittime.

9.24 Uno striscione listato a lutto
Di fronte all'ingresso principale del palazzo uno striscione delle Rsu Thyssen listato a lutto.

9.21 Presiede la Corte d'Assise il giudice Maria Iannitelli
A giudizio 6 manager della multinazionale tedesca, tra cui l'amministratore delegato di Thyssen Krupp Italia, Harald Espenhahn. A presiedere l'udienza in Corte d'Assise il giudice Maria Iannitelli, che tra i primi atti dovrà decidere se ammettere o meno le riprese televisive delle numerose emittenti che affollano il corridoio del Palagiustizia.

9.15 Folla nella nella maxi aula 1, i familiari delle vittime con le loro foto sulel magliette
Grande Folla nella nella maxi aula 1 del Tribunale di Torino per l'inzio del processo per il rogo della Thyssen, costato la vita a 7 operai morti nell'incendio che si sviluppò la notte del 6 dicembre 2007 sulla linea 5. In aula tutti i familiari delle vittime che indossano la maglietta con le foto dei parenti deceduti. Per questa occasione è stata cambiata anche la scritta in cui si chiede giustizia per i morti e condanne severe per gli indagati. Il rpocesso non è ancora cominciato per la lentezza nei controlli ai metal detector
(15 gennaio 2009)

 

 

 

 

 

28/10/2008 (11:49) - PROCESSO

Thyssen, la difesa in aula:
"Mai dato colpa agli operai"

MULTIMEDIA


AUDIO
Thyssenkrupp: rito ordinario per i 6 imputati

 

 

 

Questa mattina è ripresa l’udienza preliminare. L’avvocato difensore: «Nessuno ha mai detto che l’incidente sia stato responsabilità degli operai. Questo si appurerà in dibattimento».

TORINO
«Non ci sono i presupposti per contestare il dolo, non c’è consapevolezza dell’omissione degli accorgimenti antinfortunistici»: è quanto dichiarato dall’avvocato Maurizio Anglesio, uno dei difensori dei vertici della ThyssenKrupp imputati a Torino per il rogo del 6 dicembre 2007 in cui morirono sette operai. Questa mattina è infatti ripresa l’udienza preliminare con la parola alla difesa.

Dopo che ieri ha parlato l’avvocato Ezio Audisio per trattare la posizione dell’amministratore delegato Harald Espenhan, oggi in aula tocca ai legali Maurizio Anglesio, Andrea Garaventa e Cesare Zaccone trattare la posizione degli altri cinque manager e dipendenti chiamati a rispondere dalla procura di Torino dei reati di omicidio colposo e di omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, nonchè la posizione della società ThyssenKrupp chiamata in causa come persona giuridica.

«La società - ha detto l’avvocato Cesare Zaccone che difende l’azienda - è chiamata a rispondere di omicidio colposo. Noi contestiamo questa accusa perchè l’imputazione è già compresa nei reati contestati ai singoli imputati».

Un riferimento all’accusa mossa dal Pm Raffaele Guariniello all’azienda di aver volontariamente posticipato i lavori di adeguamento delle misure di sicurezza nello stabilimento di Torino, l’avvocato Anglesio ha spiegato: «gli investimenti della Thyssen comunque non erano finalizzati a interventi sulla linea 5, dove si sviluppò l’incendio. Nessuno - ha concluso poi Anglesio - ha mai detto che l’incidente sia stato responsabilità degli operai. Questo si appurerà in dibattimento».

 

 

 

 

 

ThyssenKrupp, in aula
la ricostruzione della tragedia

Da sinistra l' avvocato Cesare Zaccone con Raffaele Guariniello oggi in aula durante l'udienza del processo per l'incendio della Thyssen

 

In aula come sempre, molti familiari delle vittime. Alcuni di loro durante la ricostruzione sono usciti dall’aula: «Non ce la facciamo ad ascoltare il modo in cui sono morti i nostri cari»

TORINO
Accusa di omicidio volontario perchè l’amministratore delegato della ThyssenKrupp decise di posticipare i lavori di adeguamento del sistema di rilevazione e spegnimento incendio nello stabilimento di Torino, nonostante sapesse che gli impianti non rispondevano ai criteri di sicurezza: è la tesi che la Procura di Torino ha ribadito questa mattina in aula a Torino alla ripresa dell’udienza preliminare contro 6 dirigenti della Thyssenkrupp, per il rogo a Torino del 6 dicembre 2007 alla linea 5 in cui persero la vita 7 operai.

I pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso hanno ripercorso le tappe della vicenda e hanno ribadito i motivi che li hanno indotti a contestare le accuse di omicidio colposo (per 5 manager) e di omicidio volontario con dolo eventuale, contestato al solo amministratore delegato della multinazionale tedesca, Harald Espenhan. La tesi dell’accusa è infatti che nella documentazione sequetrata alla Thyssen vi siano le prove del fatto che i dirigenti fossero a conoscenza dei rischi, ma che l’ad avesse volontariamente deciso di posticipare i lavori di adeguamento della linea 5 a un periodo successivo al trasferimento della linea a Terni, dopo la dismissione prevista dello stabilimento torinese.

Proprio i dirigenti della Thyssen, hanno ricordato in aula questa mattina i pm, si riunirono nel febbraio 2007 per decidere di incrementare le misure antincendio negli stabilimenti del gruppo. Ma le spese in programma vennero poco dopo sospese appunto per la fabbrica di corso Regina Margherita.

Oltre all’accusa questa mattina sono intervenuti anche alcuni dei legali di parte civile. Presenti in aula come sempre, molti familiari delle 7 vittime. Nel corso dell’intervento dei pm Francesca Traverso e Laura Longo alcuni di loro sono usciti dall’aula: «Non ce la facciamo ad ascoltare il modo in cui sono morti i nostri cari», ha detto una signora.
Dopo due ore e mezza, l’udienza è stata rinviata alla fine di ottobre.

 

 

 

 

Thyssen, gli operai parte civile

 

Il Gup di Torino, Francesco Gianfrotta

È la prima volta in Italia, secondo i loro difensori, che lavoratori non
direttamente coinvolti nell’episodio al centro del dibattimento possono costituirsi parte civile

TORINO
Otto operai hanno firmato il verbale di conciliazione prima di quella maledetta notte del 6 dicembre dello scorso anno che ha portato via sette colleghi. Altri 17 lo hanno fatto addirittura il giorno dopo. I restanti 29 hanno firmato tra l’11 gennaio e il 15 settembre di quest’anno. Tutti, complessivamente 54 persone, non potranno per questo motivo costituirsi parte civile nel processo contro sei dirigenti della ThyssenKrupp accusati dalla Procura di Torino di omissioni, superficialità e leggerezze per risparmiare denaro.

A deciderlo è stato ieri, con una ordinanza, il Gup di Torino, Francesco Gianfrotta. Su 100 richieste presentate dai lavoratori, infatti, soltanto 46 sono state accettate. Si tratta di tutti gli operai che non hanno firmato l’accordo, tra cui Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto della tragedia avvenuta alla linea 5 che è diventato un deputato. È la prima volta in Italia, secondo i loro difensori, che lavoratori non direttamente coinvolti nell’episodio al centro del dibattimento possono costituirsi parte civile.

Accettate invece le richieste di Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino, oltre a quelle dei sindacati (Fiom, Fim, Uilm e Cobas). Parere positivo anche per l’associazione Medicina Democratica, mentre è stata respinta la richiesta del Codacons.

Tutte le richieste accettate riguardano le persone fisiche. Nessuna costituzione riguarderà la Thyssen come società. Soddisfazione è stata espressa da Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino. Sulla stessa linea anche i sindacati anche se, hanno precisato, «i lavoratori che hanno firmato la transazione con la Thyssenkrupp e che sono stati esclusi dal processo, riproporranno la questione relativa alla costituzione di parte civile in fase di dibattimento».

Il verbale di conciliazione era stato nell’ultima udienza di una settimana fa il campo di una battaglia combattuta a colpi di norme, cavilli, precedenti della Cassazione. Tesi della Thyssenkrupp: i dipendenti, firmando, si sono impegnati a non farci causa. Tesi dei lavoratori: abbiamo firmato un verbale diverso da quello che ci era stato proposto all’inizio, secondo cui dovevamo garantire solo che non avremmo impugnato licenziamento o mobilità; se volevano farci rinunciare ad altri diritti dovevano mettere sul piatto altri soldi.

Il giudice, però, ha dato ragione alla tesi della multinazionale tedesca. Secondo quanto emerge dall’ordinanza, il verbale di conciliazione siglato dai 54 operai ha un contenuto molto ampio e comprende, oltre ai titoli di possibili richieste collegate alla conclusione del rapporto di lavoro, anche eventuali danni ravvisabili a loro sfavore. Il documento prevede inoltre la rinuncia a pretese nei confronti dei soggetti obbligati o coobbligati con la Thyssen. I verbali sono stati firmati con l’assistenza di 3 sindacalisti nello stabilimento torinese dell’azienda. Una aspetto che susciterà ora polemiche. Per quanto riguarda Regione, Provincia e Comune, il giudice ha fatto riferimento al Testo Unico degli enti locali che li inquadra come enti esponenziali delle comunità insediate nei loro territori. Per quanto riguarda Medicina Democratica, per il giudice l’associazione ha, nel suo statuto, la tutela della salute e nei luoghi di lavoro, mentre quello del Codacons è più generico.

Nell’udienza preliminare la Procura di Torino punta il dito soprattutto sull’amministratore delegato Harald Espenhahn, accusato di omicidio con dolo eventuale. Gli altri cinque imputati - i consiglieri delegati Marco Pucci e Gerald Priegnitz, 50 e 42 anni, il dirigente ternano Daniele Moroni (48), il direttore dello stabilimento subalpino Giuseppe Salerno (55) e il responsabile servizio previsione rischi Cosimo Cafueri (52) - rispondono di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento e l’omissione dolosa e aggravata di cautele antinfortunistiche.

 

 

 

 

 

Il ricatto della Thyssen
"O il lavoro o la causa"

 

"Volete la mobilità? Rinunciate a costituirvi parte civile"

GRAZIA LONGO

TORINO
I sindacalisti più cauti parlano di «mancanza di coraggio». Quelli più assertivi di «scivolata di stile». I più agguerriti usano un unico termine. Secco e senza possibilità di equivoco: «Ricatto».
Il dato di fatto è che dopo sette operai morti, un’inchiesta lampo della procura, i vertici della Thyssenkrupp - l’acciaieria che il 6 dicembre scorso si trasformò in un inferno - sembrano ignorare i diritti dei lavoratori e vanno dritti per la loro strada. Per avviare la pratica di mobilità per i 60 dipendenti, ancora senza un’occupazione, hanno infatti imposto un aut-aut: la rinuncia a costituirsi parte civile nel processo per il rogo del 6 dicembre e quella di rivalersi legalmente per eventuali malattie professionali.

Univoca la risposta di Fiom-Fim-Uilm: «No». «Non possiamo accettare queste condizioni - afferma Ciro Argentino, delegato Rsu Fiom - sono un ricatto vero e proprio. Se firmassimo tradiremmo la memoria dei nostri sette colleghi morti, oltre a precludere ogni eventualità di risarcimento per malattie legate alla fabbrica». Alla vigilia del film di denuncia di Mimmo Calopresti, «La fabbrica dei tedeschi», il problema sicurezza alla Thyssen continua a essere un’emergenza.

Fallita la mediazione dell’altro ieri, negli uffici regionali dell’assessorato al Lavoro, è stata fissata un’altra riunione per il 22 settembre. Ma il fronte sindacale resta compatto sull’impossibilità di cedere a una simile richiesta. La polemica era già esplosa in marzo quando (durante la mobilità per altri 100 dipendenti) i sindacati si accorsero delle clausole del «verbale di conciliazione». Il quale, per garantire la buonuscita, imponeva «a stralcio di ogni e qualsiasi pretesa e/o diritto di ordine sia retributivo, sia normativo sia risarcitorio..., la rinuncia a risarcimenti per danni presenti e futuri ex articolo...2043, 2059, 2087... del codice civile». I tre articoli del codice citati sono quelli del danno ingiusto, del danno morale (che si può chiedere solo in caso di reato commesso dall’azienda) e della messa a repentaglio dell’integrità fisica dei lavoratori.

Guarda caso si tratta proprio delle ipotesi di reato previste nella richiesta di rinvio a giudizio dei vertici Thyssen, firmata dal procuratore vicario Raffaele Guariniello. I sindacati già cinque mesi fa contestarono pubblicamente il documento, mentre l’azienda si difese sostenendo che il modulo «è identico da anni» e che le clausole oggetto della polemica «sono da tempo riportate nei verbali di conciliazione sindacale». Ora però, come non bastasse, alla questione buonuscita si aggiunge l’ipotesi di messa in mobilità dei 60 dipendenti (40 operai e 20 impiegati) ancora alla ricerca di una nuova collocazione.

«Il direttore del personale Arturo Ferrucci - incalza Ciro Argentino - è stato perentorio: o accettiamo quel verbale da noi disconosciuto, oppure niente mobilità, che per i lavoratori rappresenta l’opportunità di trovare più facilmente un posto di lavoro perché più conveniente per la nuova azienda che assume». Fabio Carletti della Fiom aggiunge: «Già in luglio, all’Unione industriale, ci siamo rifiutati di firmare l’accordo sulla mobilità perché la Thyssen voleva inserire nel testo che il verbale di rescissione del rapporto di lavoro sarebbe stato “quello in uso” e cioè quello che noi contestiamo. L’altro ieri c’è stato l’incontro in Regione, ma la Thyssenkrupp ci ha riprovato e con atteggiamento arrogante ha ribadito di volere quella dizione e con una scivolata di stile ha anche minacciato: ”O si trova l’intesa o ritiriamo la procedura di mobilità”». Sulla stessa lunghezza d’onda è Claudio Chiarle, Fim: «La Thyssen deve uscire da una posizione che ritiene essere di sostanza, ma che in realtà è di forma. Noi vogliamo tutelare i lavoratori che ancora ci sono; molti hanno la possibilità di avere un nuovo posto di lavoro e hanno bisogno della mobilità. L’azienda abbia coraggio: tolga, come noi chiediamo, quella frase».

Il direttore del personale, Arturo Ferrucci, ieri da noi ripetutamente sollecitato a intervenire sul problema, non ha risposto. I sindacati non sembrano, comunque, disposti a cedere. «Io ho addirittura presentato un esposto alla procura - sottolinea ancora Argentino - per segnalare la “falsità” del verbale di conciliazione in discussione. Anche perché soltanto dei folli avrebbero potuto accettare quelle condizioni: se fosse vero significherebbe che la Thyssen ha sempre saputo di far lavorare i dipendenti in condizioni limite e ha messo in conto azioni penali. Chiediamo solo il rispetto. Di chi è morto arso vivo e di chi è in cassa integrazione senza prospettive sicure».

 

 

 

Processo Thyssen. "Buone vacanze a chi li ha uccisi"

L'agghiacciante augurio della sorella di Rosario Rodinò alla seconda udienza preliminare a Palazzo di Giustizia

Cinzia Rondinò, Rosa Demasi, Giuseppe e Rosa Santino

Cinzia Rondinò, Rosa Demasi, Giuseppe e Rosa Santino

Anche alla seconda udienza preliminare per il rogo della Thyssen Krupp, che si è tenuta questa mattina nella maxi aula 1 del Palazzo di Giustizia di Torino, erano presenti numerosi familiari degli operai morti nel rogo del 6 dicembre, alcuni dei quali con in dosso una maglietta con la foto dei loro cari. Fra loro anche la sorella di Rosario Rodinò, Laura, che al termine dell'udienza, con voce calma ma fredda, e piena di rabbia e dolore, ha augurato ironicamente "buone vacanze a chi ha contribuito a uccidere mio fratello e i suoi colleghi. Mio fratello e i suoi colleghi adesso sono in paradiso, a quegli altri auguro di bruciare vivi e di andare all'inferno".

E' stata una giornata pesante, la tensione e' stata alta, andiamo avanti. Ha commentato il parlamentare del Pd, Antonio Boccuzzi presente in aula. Il suo legale Renato Ambrosio ha aggiunto di avere in mente un'azione civile per il risarcimento di un danno esemplare e punitivo che non puo' trovare spazio nel procedimento penale limitato dall'ipotesi di danno relativa alla violazione dell'articolo 437 del codice penale, quello per le omissioni dolose di misure di sicurezza.

"Speriamo che nella prossima udienza si definiscano le questioni preliminari e le costituzioni di parte civile e si possa cominciare a fare il processo che e' il nostro vero obiettivo, i risarcimenti sono importanti ma il nostro obiettivo e' accertare le responsabilita' penali". Così il procuratore Raffaele Guariniello, dopo l'udienza

(23 luglio 2008)

 

3/7/2008 (10:44) - PROCESSO PER IL ROGO DEL 6 DICEMBRE

Thyssen: udienza rinviata

+ «Buone vacanze a chi ha ucciso Rosario»

 

Guariniello: «La speranza è che questi preliminari abbiano a terminare»

TORINO
È stata rinviata al 26 settembre l’udienza preliminare del processo per il rogo della Thyssenkrupp.
Nel corso dell’udienza di questa mattina, di fronte al gup Francesco Gianfrotta, sono state presentate nuove richieste di costituzione di parte civile.

«La speranza - ha commentato il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello - è che questi preliminari abbiano a terminare. Il risarcimento del danni è una parte marginale del processo, bisogna accertare se ci sono responsabilità penali».

A proposito dell’accordo raggiunto con l’Inail che ha ricevuto un risarcimento di oltre un milione di euro e che ha quindi revocato con riserva, fino al momento in cui il risarcimento sarà effettivo, la richiesta di costituzione di parte civile, il procuratore Guariniello, che ha condotto le indagini insieme ai sostituti Laura Longo e Francesca Traverso, ha osservato che questo «è uno degli obiettivi che era importante conseguire perchè questo ruolo dell’Inail ha valore anche al di là del caso specifico. Bisogna che le aziende -ha aggiunto- si rendano conto che è meglio spendere prima e fare prevenzione piuttosto che dopo per risarcire.

 

Thyssen, in tribunale
la rabbia dei familiari

Terminata l'udienza preliminare, la prossima il 23 luglio. Il giudice si riserva di decidere sulle costituzioni di parte civile. Una mamma:
«Qui per guardare gli imputati negli occhi»
TORINO
È terminata l’udienza preliminare del processo contro i vertici della Thyssen Krupp. Oggi in aula c’è stata la richiesta di costituzione di parte civile da parte di Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino, nonchè da parte dei sindacati dei metalmeccanici e di un’ottantina di lavoratori, dipendenti delle acciaierie tedesche. Il giudice si è riservato di decidere. La prossima udienza è stata fissata per il 23 luglio.

Alla fine dell’udienza non sono mancate grida e momenti di rabbia, soprattutto verso gli avvocati difensori. Più tranquilla, invece, Isa Pisano, la mamma dell’operaio Roberto Scola: «Io - ha detto - volevo vedere se c’erano gli imputati per guardargli negli occhi. Basterebbe solo uno sguardo. Ma loro non sono venuti».

La difesa: «Il risarcimento non è una ammissione di colpa».
Prima di entrare in aula, l’avvocato Cesare Zaccone, del pool difensivo, rispondendo ai giornalisti ha detto di essere preoccupato per «l’attenzione mediatica, in quanto potrebbe impedire un sereno accertamento dei fatti». Quanto alla somma versata dalla multinazionale ai famigliari delle vittime (12 milioni e 970 mila euro) il penalista ha detto che il risarcimento «costituirà un’attenuante, ma è stato devoluto per solidarietà e non deve essere interpretato come un’ammissione di colpa da parte dell’azienda».

Presidio e striscioni davanti al tribunale
«Stop alla guerra dei padroni - basta morti sul lavoro» e «Giustizia - condanne severe per la Thyssen»: questi gli striscioni appesi alla cancellata di palazzo di giustizia. Davanti all’ingresso si sono radunate questa mattina alcune decine di lavoratori o ex lavoratori della multinazionale che erano in attesa di entrare per chiedere, attraverso i loro avvocati, di costituirsi parte civile.
Fra i presenti ci sono il segretario generale della Fiom torinese Giorgio Airaudo, il segretario nazionale della Fiom-Cgil Giorgio Cremaschi e l’operaio sindacalista Ciro Argentino. È stato affisso alla cancellata anche uno striscione delle Rsu dello stabilimento di Torino della multinazionale.

Cremaschi: il risarcimento fa solo rabbia
«Il risarcimento "monstre" alle famiglie delle vittime fa solo rabbia. Se l’azienda avesse speso solo il 10% di quei soldi al momento giusto, non eravamo qua». Lo ha detto Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom nazionale davanti ai cancelli del palazzo di giustizia. Alla domanda sul motivo per il quale i sindacati chiederanno di costituirsi parte civile, Cremaschi ha risposto: «Vogliamo una giustizia esemplare per tutto il mondo del lavoro».

I familiari delle vittime: vogliamo l’ergastolo
Tra i presenti ci sono anche alcuni famigliari degli operai deceduti, che indossano magliette bianche su cui sono serigrafate le fotografie dei volti di tutti e sette. «Noi vogliamo l’ergastolo - dice la mamma di Giuseppe De Masi, Rosina, mentre la sorella, Laura, aggiunge: «Non è stato un incidente, è stato un omicidio, i titolari sapevano e non hanno fatto niente quindi dovrebbero bruciare dentro anche loro».

Contestato il segretario della Uilm piemontese
Nel frattempo, al suo arrivo, è stato contestato al grido di «Venduto», e «Buffone», Maurizio Peverati, segretario della Uilm piemontese che dai lavoratori è accusato di aver fatto firmare le lettere di conciliazione. Lui replica: l'accordo è stato firmato da Uilm, Fim e Fiom. «Il sindacato ha il dovere, e non la scelta, di assistere i lavoratori che abbiano necessità di arrivare ad una transazione con l’azienda.
Poi un messaggio alle famiglie dei deceduti: «Ritengo plausibile che le famiglie abbiano trovato una transazione anche se l’emotività avrebbe suggerito altro. Invece credo che abbiano fatto bene perchè prima o poi bisogna avere il coraggio di dare un taglio a questo avvenimento che provoca solo dolore. Quelle famiglie devono andare avanti, ne hanno diritto. Però sono altrettanto convinto che la solidarietà dimostrata dai cittadini e lavoratori nei confronti delle famiglie della Thyssen non possa essere una solidarietà a senso unico e spero che le stesse famiglie devolveranno una parte importante di quanto ricevuto, in solidarietà agli altri morti sul lavoro, ad esempio devolvendo una parte al fondo Cgil-Cisl-Uil istituito proprio per dare voce a tutte le vittime sul lavoro, soprattutto a quelle meno note e dimenticate, purtroppo, da tutti».

 

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