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Data_Inserimento: 07/12/2007 |
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Personaggi_Principali: SCHIAVONE ANTONIO |
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Titolo:
STRAGE SUL LAVORO LA TRAGEDIA DI TORINO |
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Tabella: T. D. L'INFERNO NEL REPARTO: LA CRONOLOGIA DELL'INCIDENTE ALLA THYSSENKRUPP (segue a pagina 3) |
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Descrizione: STRAGE SUL LAVORO LA TRAGEDIA DI TORINO |
TORINO
Tra due mesi, quella linea non esisterà più. È la numero
5, quella del trattamento finale dei metalli dello stabilimento
ThyssenKrupp
in corso Regina Margherita, a Torino. Là è morto Antonio Schiavone, 36 anni, da
15 operaio in quella fabbrica, travolto da una palla di fuoco con una
temperatura tra gli 800 e i mille gradi. Altri sei hanno riportato ustioni
gravissime in percentuali tra l’80 e il 95 per cento del corpo; uno ha ustioni
sul viso e su una mano; due sono rimasti intossicati dal fumo. Una tragedia che
segue il rogo avvenuto nello stesso stabilimento quattro anni fa. Azienda in
crisi, tanti licenziamenti e l’incubo della chiusura che spingeva a fare
straordinari. All’epoca di quel rogo, gli amministratori dell’azienda furono
condannati per disastro colposo. Ieri, i magistrati Laura Longo e Francesca
Traverso (del pool coordinato dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello)
hanno ipotizzato l’omicidio, l’incendio e le lesioni gravissime colposi. E poi
anche l’ipotesi della responsabilità amministrativa, punita con multe
salatissime
«Possiamo soltanto dire che l’azienda è addolorata per la
vittima di questo tragico incidente. Ci auguriamo di avere notizie di
miglioramenti degli altri operai coinvolti» dicono gli avvocati Ezio Audisio e
Andrea Garaventa. «La
ThyssenKrupp
esprime il proprio cordoglio alla famiglia del lavoratore deceduto e manifesta
la propria vicinanza a tutti coloro che ne sono rimasti coinvolti - scrive
l’azienda -. La società conferma la massima disponibilità a collaborare con
l'autorità giudiziaria e con tutti gli organi competenti, nella definizione
della dinamica dell'accaduto». La vicenda ha sconvolto Torino, tanto da indurre
il Consiglio comunale a decretare una giornata di lutto cittadino per lunedì.
Mercoledì notte, nella fabbrica sono entrate una mezza dozzina di squadre dei vigili del fuoco, la polizia, i soccorritori del «118» e il pm Longo. Ieri mattina, sono tornati gli agenti della polizia scientifica e gli specialisti dell’unità investigativa dei vigili del fuoco, che hanno lavorato con i consulenti della procura (gli ingegneri Norberto Piccinini e Luca Marmo). Una mattinata di accertamenti, fotografie, misurazioni, in una parte di fabbrica tenuta sotto sequestro. Nel pomeriggio, i pm hanno incominciato a raccogliere le testimonianze di chi ha vissuto quell’incubo di fuoco.
Secondo i primi accertamenti, Schiavone è rimasto intrappolato da un doppio incendio. Il primo è scaturito dalla perdita di un tubo. L’olio «Renolin HTF» con livello di densità 46 (prodotto dalla Fuchs) ha incominciato a cadere sulla pavimentazione calda, già sporca di grasso e olio. Ecco il primo incendio. «Come ne accadono a volte, nulla di preoccupante» testimoniano gli operai. Con ogni probabilità, Schiavone ha preso un estintore ad anidride carbonica e ha puntato il getto contro le fiamme. Poi, ha deciso di scendere nella fossa sotto il macchinario. Difficile capire perché. Forse, voleva spegnere altre fiamme. O forse, tentava di riparare il guasto al tubo che aveva lasciato cadere l’olio sul pavimento. Un’operazione da fare con i macchinari fermi, ma che può essere tentata anche bloccando una sezione dell’apparecchiatura, togliendo la pressione (70 atmosfere) all’olio nelle tubazioni. Un rischio. Ma anche l’unico sistema per evitare di fermare la lavorazione, di rischiare l’ennesima cassa integrazione.
Di certo, Schiavone si è trovato in mezzo al secondo rogo, scaturito dal cedimento di un altro tubo, forse indebolito dalle fiamme che lo lambivano. Olio nebulizzato, che ha formato una palla di fuoco. Schiavone si è trovato là in mezzo. Due compagni erano a pochi metri e si sono trasformati in torce umane. Altri quattro sono stati investiti da fiamme e aria rovente. Un inferno nel reparto che tra due mesi non ci sarà più.
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Data_Inserimento: 07/12/2007 |
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Personaggi_Principali: BORGHESI MAURO, GUARINIELLO RAFFAELE, PHANNSCHMIDT ARNO, PICCININI NORBERTO, SCHIAVONE ANTONIO, VESPASIANI GIOVANNI, ZARA MASSIMO |
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Titolo:
LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
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Tabella: T.: IL DRAMMA DI CORSO REGINA MARGHERITA la strage della Thyssen Krupp |
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Disastro
annunciato. Lo dicono i lavoratori della
ThyssenKrupp
,
ai cancelli della fabbrica. Lo ripetono i vigili del fuoco dopo esservi
entrati. Racconti che confluiscono nelle stanze della procura dove si ascoltano
i testimoni, e pure là senti parlare di disastro annunciato: «E’ come l’altra
volta, quando per fortuna non ci furono vittime. Dopo, si assunsero misure di
sicurezza, ma sembra, con lo smantellamento in atto dello stabilimento, che
l’attenzione per la sicurezza sia stata nuovamente abbassata oltre la soglia di
rischio».
L’altra volta l’incendio scoppiò il 24 marzo 2002 e occorsero tre giorni per spegnere un fuoco devastante, alimentato da 20 mila litri di olio contenuto in serbatoi sotterranei. Successivamente si stimarono necessari interventi per la sicurezza per 1,5 miliardi di euro. Soltanto la Regione Piemonte accordò alla multinazionale tedesca un finanziamento di 6 milioni di euro. Nel frattempo il presidente del Comitato esecutivo delle acciaierie in Italia, Giovanni Vespasiani, fu condannato a 8 mesi per disastro colposo, e con lui a 6 mesi e 20 giorni ciascuno due altri alti dirigenti, Mauro Borghesi e Arno Phannschmidt. Il processo d’appello è dai primi mesi del 2005 in attesa di fissazione da parte della seconda Corte d’appello.
I lavoratori scampati al rogo umano raccontano cose incredibili: «Da mesi segnalavamo alla direzione guasti e riparazioni da effettuare, ma la manutenzione è scomparsa. Tanti di noi sono stati costretti a svolgere mansioni delicate per cui non avevano né esperienza né preparazione. A luglio eravano 388, già adesso siamo la metà. Così i turni di lavoro sono diventati estenuanti, senza che il lavoro sia mancato: ad ottobre, con grosse commesse in arrivo, la produzione si è impennata e abbiamo dovuto arrangiarci».
La sicurezza, secondo Massimo Zara, operaio e delegato sindacale: «Ci siamo trovati di fronte all’incendio con gli estintori vuoti. Per mesi abbiamo insistito che si provvedesse almeno a questa piccola misura di sicurezza. Niente da fare. Dalla direzione continuavano a risponderci: “Li mettiamo a posto domani, ora pensiamo al lavoro”». Un addetto interno alla sicurezza che ha accettato di parlare a condizione che non se ne riferisse l’identità: «L’altra notte non ha funzionato niente del sistema antincendio. Non solo: l’allarme non è scattato. Noi della squadra di intervento, io e un collega, siamo stati avvertiti dagli operai che scappavano. I telefoni interni non funzionavano più. Appena sono riuscito ad avvicinare l’area, dove si era sviluppato il principio di incendio, ho trovato 3 dei cinque estintori presenti vuoti. Il manicotto dell’idrante era bucato: l’acqua ci schizzava in faccia. Non siamo riusciti che a vedere i colleghi diventare torce umane».
E’ molto peggio di quanto emerse cinque anni fa. Il gup Immacolata Iadeluca scrisse in sentenza: «I profili di colpa sono stati individuati nel non aver dotato i locali sotterranei di idonea compartimentazione, nel non aver installato rilevatori o un sistema video a circuito chiuso negli stessi locali, non presidiati». E ancora ci fu colpa, negligenza e imprudenza, da parte di quei vertici dell’azienda, per «non aver previsto un sistema di intervento ad attivazione automatica per gli erogatori esistenti di schiuma».
Il professor Norberto Piccinini era stato consulente tecnico della procura già 5 anni fa. Ieri, dopo una prima nuova visita allo stabilimento di corso Regina Margherita, ha constatato che i reparti diversi da quello in cui si era sviluppato l’incendio allora, si trovano, sotto il profilo della sicurezza, nella stessa identica condizione. Il solo dove sembra si sia investito è quello del laminatoio «Sendzmir 62», dove il 24 marzo 2002 uno dei due impianti fissi di spegnimento, entrambi ad «azionamento manuale», fu attivato dalla «squadra ecologica» cinque minuti dopo le prime fiamme. «Un ritardo che fu decisivo». Quanto almeno il ricorso all’acqua e non alla schiuma per spegnere l’incendio da parte delle squadre interne di intervento: «L’acqua, più pesante dell’olio, causò la fuoriuscita di materiale combustibile che prese a galleggiare nei locali sotterranei. Percorsi da una fitta rete di cavi elettrici».
A cinque anni di distanza gli impianti di spegnimento delle fiamme sono sempre manuali in quasi tutti i reparti. E quanto all’azoto liquido negli estintori (indispensabile per bloccare le fiamme in reparti di laminazione dove il calore supera i 140 gradi) si è visto. Allora dovettero i vigili del fuoco fornirsene e trasferirne grandi quantità sul luogo del disastro.
Guariniello già di prima mattina, ieri, raccontava ai suoi
collaboratori di non avere memoria di un caso tanto grave accaduto a Torino dopo
quello del cinema Statuto: «Non ricordo un incendio così devastante». Eppure ci
sono stati un precedente pericoloso pochi anni fa in quello stesso stabilimento,
un processo impantanatosi dopo il primo grado, condanne chiare e prescrizioni
conseguenti per la sicurezza. Possibile che per gran parte si sia tradotta solo
in parole? Come emerge dal sito internet del gruppo italiano di «
ThyssenKrupp»:
«Sicurezza e ambiente, una priorità assoluta. Questi temi sono radicati nella
filosofia aziendale».
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Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, LAURINO ANGELO, LONGO LAURA, SANTINO BRUNO, SCOLA ROBERTO, TRAVERSO FRANCESCA |
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Titolo:
STRAGE A TORINO L’INFERNO NELL’ACCIAIERIA |
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Tabella: T. COMBO: I TRE OPERAI MORTI IERI IN OSPEDALE |
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Descrizione: STRAGE A TORINO L’INFERNO NELL’ACCIAIERIA |
GRAZIA LONGO
TORINO
Le vittime per il fuoco alla
ThyssenKrupp
sono diventate quattro: bilancio sempre più inaccettabile. Ieri mattina è morto
Roberto Scola, 33 anni e due figli piccoli. Nel pomeriggio non ce l’hano fatta
neppure Bruno Santino, 26 anni, e Angelo Laurino, 43 (due figli anche lui). Gli
altri tre feriti sono gravissimi.
La parola, ora, tocca ia magistrati: la società è finita nel registro degli indagati ed è possibile, se le voci raccolte in procura saranno confermate dagli accertamenti, che i manager di primo livello della multinazionale tedesca siano chiamati a rispondere di accuse gravissime.
Raccontano i testimoni: «Alla acciaieria in smobilitazione si lavorava sino a sedici ore consecutive». E ancora: «La manutenzione vera e l’attenzione alla sicurezza è cessata con la decisione di chiudere lo stabilimento torinese». Peccato che ad ottobre fossero state dirottate da Terni importanti commesse e che lo spaventoso rogo di mercoledì sia scoppiato a causa della rottura di un lungo flessibile contenente olio. La prima mossa della magistratura è di aver alzato il tiro: la società è stata indagata sotto il profilo della responsabilità amministrativa. Lo consente una legge entrata in vigore a fine agosto che, oltre ad addossaresanzioni economiche importanti alle aziende «colpevoli», consente ai pm di far scattare misure in via cautelare misure decisamente più pesanti, fino al sequestro degli stabilimenti.
Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, affiancato dai pm Laura Longo e Francesca Traverso, ha impostato il lavoro su due fronti: accertare le responsabilità dell’incendio e prevenirne altri in futuro. Il riflesso dei primi accertamenti sulle condizioni di sicurezza svolti in fabbrica da vigili del fuoco, ispettori dell’Asl e della polizia scientifica . Ma si vuol andar oltre e fare in fretta (2-3 giorni) per verificare se «ogni luogo» della grande e obsoleta acciaieria consente di lavorare in sicurezza ai poco meno 200 lavoratori rimasti (nel 2002 erano quattromila). Altrimenti è probabile che scatti il provvedimento più drastico. La procura ha pure chiesto ai servizi ispettivi dell’Asl di fornirle la documentazione sui controlli di questi ultimi anni nello stabilimento. I testimoni hanno parlato di estintori vuoti o quasi, e a tarda sera era ancora in corso l’accertamento disposto dai pm per verificare quanto dichiarato loro dai lavoratori. Punta di un iceberg di irregolarità che erano evidenti già nel 2002, al tempo dell’incendio domato in tre giorni: allora i vigili del fuoco ritennero che si dovesse investire 1,5 miliardi di euro per rifare l’intero stabilimento.
Mentre proseguono le indagini, le famiglie delle vittime
insistono nel chiedere giustizia. «Mio marito è morto per un omicidio non per un
infortunio sul lavoro» grida disperata Sabina Laurino, moglie di Angelo, 43
anni, padre di due ragazzi, Fabrizio e Noemi di 12 e 14 anni. «Lavorare in
quella fabbrica, senza nessuna garanzia di sicurezza, è stata la sua condanna a
morte - prosegue Sabina -. E adesso non solo sono rimasta senza il suo amore,
ma dovrò conti su come allevare due figli adolescenti». Ancora accuse alla
ThyssenKrupp:
«Sono dei delinquenti e se la passano bene economicamente, non sanno che esiste
gente come mio marito che la sera mangiava solo pane e salame per risparmiare.
Mio marito mercoledì era andato a lavorare, non in guerra e invece è morto come
una torcia umana senza neppure l’onore di un soldato».
Alla ricerca di una verità «che ripari in qualche modo il dramma che stiamo vivendo» è anche Egla Scola, giovane moglie di Roberto, 33 anni, che ha smesso di soffrire all’alba di ieri. «Io ho 24 anni e non lavoro, mi occupo di Gabriele e Samuele che hanno 1 anno e mezzo e 3 anni. Come faremo a tirare avanti?». Desolazione e rabbia anche tra i familiari degli altri tre operai che lottano tra la vita e la morte: Rocco Marzo, 54 anni, Giuseppe Demasi, e Rosario Rodinò, tutti e due di 26 anni. Ieri è venuta a visitarli anche il ministro alla Sanità Livia Turco: «È inammissibile che in fabbrica si muoia in questo modo».
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Data_Inserimento: 08/12/2007 |
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Personaggi_Principali: CANTA DONATA, CARLETTI FABIO, DAMIANO CESARE, MIGLIASSO ANGELA |
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Titolo:
LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
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Tabella: T. INFORTUNI MORTALI SUL LAVORO A TORINO, IN PIEMONTE E IN ITALIA DAL 2002 AL 2006 (segue a pagina 53) |
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Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
MARINA CASSI
Là dentro non ci torniamo». Hanno gli occhi rossi, sono
stanchi, infreddoliti, impauriti, sconvolti gli operai della
ThyssenKrupp.
Ma hanno una certezza: senza assicurazioni che quella fabbrica sia sicura non
si rimettono al lavoro. Con una certa brutale freddezza lo dicono - al mattino
presto all’Amma - i delegati al capo del personale Arturo Ferrucci. Fabio
Carletti della Fiom non lascia dubbi: «Deve essere una autorità terza, come l’Asl,
a garantire che si può riprendere la produzione senza rischi. Lo abbiamo
spiegato alla Thyssen e abbiamo anche aggiunto che la verifica la vogliamo su
tutto lo stabilimento non solo sulla linea 5». Per ora l’azienda non ha
comandato la ripresa dell’attività e la fabbrica è rimasta chiusa mentre gli
operai sciamano per la città di ospedale in ospedale a cercare notizie sui
compagni.
Il ministro Damiano - arrivato a Torino al mattino - ha tenuto un vertice in Prefettura con Comune, Provincia, Regione, i segretari del sindacato Canta, Tosco, Rossetto. E’ del tutto d’accordo con i lavoratori: «Vogliamo che la ripresa del lavoro avvenga dopo che tutto lo stabilimento sia stato sottoposto a verifiche di sicurezza. Ci sembra una richiesta più che legittima dei lavoratori». E annuncia che 5 ispettori dell’Asl 1 stanno lavorando insieme alla Procura proprio per valutare lo stato della fabbrica. C’è sgomento al tavolo, volti tesi. Per l’assessore regionale al Lavoro, Angela Migliasso «non è escluso che ci sia stata qualche defezione nell’applicazione delle misure di sicurezza e dei controlli; sta indagando la magistratura, lasciamo che faccia il suo lavoro». C’è il sindaco che lunedì, insieme al gonfalone della Città, sarà al corteo.
Sta montando la mobilitazione e i segretari confederali - che hanno proclamato due ore di sciopero - puntano a fare una delle più grandi manifestazioni contro la morte di lavoro. Aprirà uno striscione con una sola parola: «Basta!». Chi non potrà scioperare, come i dipendenti dei trasporti o delle banche, si fermerà in silenzio per due minuti. Saranno tanti i metalmeccanici che scioperano per otto ore; con loro i segretari generali di Fim, Fiom, Uilm.
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Data_Inserimento: 08/12/2007 |
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Personaggi_Principali: LAURINO ANGELO, LAURINO SABINA, SCOLA ROBERTO, SCOLA EGLA |
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Titolo:
LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
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Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
È una Spoon River ribaltata. Nelle poesie di Edgar Lee
Master sono i morti a raccontare i loro sogni, i loro drammi. Qui invece la
voce del dolore e della disperazione arriva da mogli, padri, figli di chi quella
notte maledetta ha perso la vita nell’inferno di fuoco dell’acciaieria
ThyssenKrupp
di corso Regina Margherita.
Ieri sono morti altri tre operai. Ad Antonio Schiavone,
36 anni, (deceduto nell’incendio di mercoledì notte), si sono aggiunti Roberto
Scola, 33 anni, sposato, due bimbi di 1 e 3 anni, Angelo Laurino, 43 anni,
sposato due figli di 12 e 14 anni. E ieri sera poco prima delle 23, è spirato
Bruno Santino di soli 26 anni ricoverato al Cto. Per tutto il giorno gli amici
lo avevano vegliato davanti all’ospedale, insieme con il fratello Luigi, anche
lui operaio alla
ThyssenKrupp
che non si dava pace: «Capite? Io sono qui, vivo, per miracolo, solo perché ero
in ferie». C’è anche un amico di Bruno che tiene in mano una foto che li ritrae
insieme, belli e felici. «Voglio mettergliela sul comodino - dice - che si
ricordino tutti di quanto era bello e sorridente». Di lì a poche ore, Bruno
sarebbe morto.
«È stato un omicidio, non un incidente» urla piangendo Sabina Laurino. Suo marito ha smesso di soffrire ieri poco prima delle 6 del pomeriggio. «Ma noi no - continua questa vedova di 40 anni col volto stravolto -. Per me e i miei figli adesso incomincia l’inizio della fine. Come faremo? Non solo abbiamo perso il nostro bene più prezioso in un modo così crudele, ma come faremo a tirare avanti? Angelo si ammazzava di lavoro, notte e giorno in un ambiente dove la sicurezza non era garantita. Ma che doveva fare? Dovevamo morire di fame? Alla fine è morto lui, e noi siamo rovinati». Davanti al San Giovanni Bosco si accalcano parenti, amici, colleghi. Sono qui per consolare Sabina, accanto a lei c’è la figlia maggiore, Noemi, Fabrizio è rimasto a casa. «Mia figlia frequenta il primo anno delle superiori, mio marito voleva che studiasse per avere un futuro migliore».
Angelo Laurino lavorava all’acciaieria da 13 anni, negli ultimi mesi si era anche trasferito nella sede di Terni. «Ma restare lì era troppo complicato, io ho un lavoro di 4 ore, notturno, faccio le pulizie in un supermercato. Mi serve per tirare avanti, abbiamo il mutuo e le bollette da pagare. Quella della fabbrica lo devono sapere che hanno mio marito e gli altri morti sulla coscienza: se esiste una giustizia devono pagare per quello che è successo». Rabbia, frustrazione, sofferenza allo stato pure anche per Egla Scola, la giovane moglie albanese di Roberto. Minuta, indifesa, sembra ancora più giovane dei suoi 24 anni. Non fa che piangere, ripetendo decine di volte il nome del marito in una litania che stringe il cuore. È inconsolabile, faticano a calmarla la madre Deli e la cugina Mirela. «Perché? Perché proprio a noi?» sussurra mentre i suoceri e la cognata provano ad arginare il suo dolore. Egla e Roberto si erano conosciuti una domenica pomeriggio di cinque anni fa al Valentino. Era stato amore a prima vista, prima un po’ di convivenza poi le nozze. «Quando sono nati i nostri due figli Roberto era l’uomo più felice della terra - ricorda -, Samuele ha 3 anni, Gabriele quasi un anno e mezzo. Stravedevano per il papà che li faceva sempre giocare, anche se arrivava stanco dal lavoro. Quella fabbrica me l’ha ammazzato e i miei figli sono rimasti senza padre».
Anche a casa Scola i soldi sono sempre stati un problema, Egla non lavora e Roberto accettava di svolgere tante ore di straordinario per mantenere la famiglia. «Aveva bisogno di un giaccone nuovo, ma non se l’è comprato perché servivano le scarpe ai nostri figli».
Egla è rimasta al Centro grandi ustionati del Cto, dov’era ricoverato il marito, finché glielo hanno consentito. Poi è andata a casa della suocera. «Ma non riesco a dormire. Non ce la faccio proprio, neppure con le gocce, ho sempre di fronte a me quei buchi che erano rimasti al posto degli occhi del mio Roberto».
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Data_Inserimento: 08/12/2007 |
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Personaggi_Principali: CHIAMPARINO SERGIO |
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Titolo:
Il sindaco accusa |
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Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
BEPPE MINELLO
Al telefono puoi solo ipotizzare che abbia gli occhi lucidi quando sussurra: «Ci sono ragazzi che potrebbero essere nostri figli...». La voce si spezza quando dice: «Sono andato prima alle Molinette e al Maria Vittoria e ora sono appena uscito dal Cto dove ho incontrano parenti, amici e colleghi di Bruno Santino. Certo, ci sono giovani che muoiono il sabato notte ed è una tragedia enorme, ma morire bruciati lavorando...». Il sindaco non sapeva ancora che poche ore dopo anche Bruno Santino non ce l’avrebbe fatta.
Sergio Chiamparino, che ancora a tarda sera è tornato al Giovanni Bosco per incontrare la cognata dell’ultima vittima, ha scelto un momento lontano dai riflettori per vivere il dolore scatenato dalla tragedia dell’acciaieria. Sono le 20,30. «Non sono andato prima perchè... non potevo. No, la verità è che preferivo non avere il codazzo di giornalisti. Così la mia visita non sarà servita a molto, ma almeno le persone che ho incontrato si sono potute sfogare».
Che cosa le hanno detto?
«Cose allucinanti. Posso comprendere qualche esagerazione, ma quando tutti ripetono le stesse cose, le stesse accuse, allora come non crederci? Dalle loro parole emerge il quadro di un’azienda che i tedeschi hanno deciso di lasciare andare, uno stabilimento abbandonato dal punto di vista della sicurezza».
Lei ha ricordato, come esempio da seguire, il piano sicurezza sul lavoro adottato durante il periodo olimpico: perchè?
«Perchè si riuscirono a ridurre al minimo i rischi pur con lavori edili di grande complessità. Io però non sono un tecnico e le fabbriche hanno norme diverse. Come rappresentante delle istituzioni non posso che battere sulla prevenzione. Com’è possibile che gli estintori fossero scarichi? Il mio dovere è dare voce a gente che non riesce ad averla, lanciare l’allarme».
Secondo lei gli imprenditori hanno responsabilità?
«Le leggi ci sono, il problema, nei due terzi dei casi, è farle applicare: purtroppo i controlli, e quegli estintori sono lì a dimostrarlo, non si fanno».
Su questa tragedia tutti hanno detto la loro: Mussi, ad esempio, ne ha approfittato per attaccare il protocollo sul welfare là dove incentiva gli straordinari; c’è chi attribuisce i morti a un «modello economico e sociale criminale»: lei che è uno dei fondatori del Pd, che ne pensa?
«L’Italia, rispetto ai paesi del suo livello, è in testa alle classifiche dei morti. Ci sarà anche un problema di straordinari, ma credo sia più importante il rispetto delle regole, la loro applicazione e il controllo che tutto ciò avvenga realmente. Invece, cos’abbiamo? Estintori scarichi, che tutti sapevano essere scarichi e nessuno controllava. Insomma, gli straordinari si possono fare, ma rispettando regole e contratti»
E il «modello criminale»?
Io dico che non è più possibile un sistema industriale che
non metta al primo posto il fattore umano e la responsabilità sociale verso i
dipendenti e la società. Prima di ogni cosa deve venire la sicurezza. Ha detto
bene Napolitano che le responsabilità sono di tutti nell’azienda e tutti devono
collaborare. E quando saranno accertate le responsabilità alla
ThyssenKrupp
qualcuno dovrà pagare».
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Data_Inserimento: 09/12/2007 |
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Personaggi_Principali: HERMANN FECHTER JUERGEN |
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Titolo: Retroscena L’indagine sulla sicurezza nella fabbrica Ignorato l’allarme del computer Due ore prima del disastro, nessuno lo ha visto Indagati tre dirigenti ai vertici della Thyssen |
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Descrizione: LA STRAGE DI TORINO. L'INCHIESTA |
E
adesso, dopo la
ThyssenKrupp
,
nel registro degli indagati vi sono anche tre suoi dirigenti. La magistratura
ha bypassato i funzionari locali e ha puntato ai vertici (per ora) del gruppo
italiano. L’indicazione dei reati è prudente (omicidio e lesioni colpose, così
come è colposa l’ipotesi di disastro che si contesta), ma è ormai chiaro
l’orientamento dell’inchiesta nata dal rogo che ha distrutto vite di operai
impegnati da turni massacranti in lavorazioni a rischio: risalire di
responsabilità in responsabilità a chi ha governato la politica di spremere un
impianto obsoleto e i dipendenti sino alla chiusura, già decisa.
Va da sé che l’amministratore delegato del gruppo italiano, Harald Espenhahn, con le deleghe esecutive più importanti in seno al consiglio di amministrazione, sia il primo a rispondere di queste contestazioni. Il profilo finanziario, determinante nello scenario della smobilitazione dello stabilimento torinese, trascina nelle accuse il consigliere delegato Gerald Priegnitz, che si occupa di controllo di gestione e amministrazione e finanza. Il terzo inquisito potrebbe essere l’ingegner Marco Pucci, consigliere con le restanti deleghe: per il commerciale e il marketing, settori che contribuiscono a determinare la strategia del gruppo.
Il presidente del gruppo
Anche il presidente Juergen Hermann Fechter compare nel
registro degli indagati, ma solo quale rappresentante legale dell’impresa -
ThyssenKrupp
Acciai Speciali Terni - indagata per «responsabilità amministrativa»: violazione
che consentirebbe al termine dell’ispezione dei tecnici Spresal di sequestrare «cautelarmente»
lo stabilimento torinese, qualora il cda intendesse riattivarlo.
Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e i pm Laura Longo e Francesca Traverso hanno fatto sequestrare ieri anche il computer del «pulpito» (la piattaforma di comando) della linea 5, quella che ha preso fuoco mercoledì notte. La prima ispezione dei consulenti della procura e dei vigili del fuoco ha consentito di far emergere che l’apparecchiatura di «governo dei sistemi d’allarme collegati ai macchinari», due ore prima del rogo, aveva segnalato un guasto elettrico. Antonio Bocuzzi, sopravvissuto all’inferno, testimonia: ««Il computer indicava il malfunzionamento di un catarifrangente che causava il blocco dell’impianto. Magari la macchina non fosse mai ripartita, ora i miei colleghi sarebbero ancora vivi». La procura ha disposto una consulenza informatica sul computer per ricostruire quanti allarmi sono scattati e per quali motivi tecnici, quella sera e i giorni precedenti.
Altro importante tassello nasce dalla rivelazione anticipata ieri dai lavoratori ai cancelli della fabbrica: il 15 novembre c’è stato l’ennesimo principio di incendio, al laminatoio «Sendmizir 62», quello del rogo del 2002, durato tre giorni. Là l’azienda ha investito nell’installazione di un impianto antincendio ad «azione automatica». Racconta come è andata uno dei lavoratori rimasti circondati dal fuoco: «Io e i miei compagni siamo scesi dal “pulpito” per prendere gli estintori. Ho tirato inutilmente le linguette di due, tre contenitori per far scattare i sigilli. Solo in un caso c’è stato un inizio di spruzzo. Il livello del fuoco suggeriva questa procedura, più economica e di maggior igiene ambientale rispetto all’attivazione dell’impianto di spegnimento automatico. Che poi sono stato io far scattare premendo l’apposito pulsante: subito si è scaricato sul treno di laminazione un fumo densissimo. Quei bomboloni alti due metri contengono anidride carbonica, tolgono ossigeno al fuoco, non respiri. Siamo scappati subito».
I costi
Con quel genere di impianti antincendio vi sono stati più morti in altre fabbriche. L’azoto liquido costa troppo? In ogni caso la linea di lavorazione della strage aveva a disposizione, come misura di sicurezza, solo estintori in gran parte vuoti o con materiale «decantato», inefficace.
Venerdì pomeriggio, mentre l’ispezione dei consulenti dei pm sui 300 estintori dello stabilimento stava cominciando, la «volante» mandata a presidiare l’ingresso della fabbrica ha bloccato un manutentore esterno alla guida di un furgone contenente un serbatoio per la ricarica degli estintori. L’uomo è stato poi sentito in procura. Nel frattempo i vigili del fuoco e i tecnici dell’Asl 1 hanno sigillato, uno ad uno, i trecento estintori, e un primo blocco di 30 è stato trasportato nel vicino comando dei «pompieri» per verificarne contenuto e funzionamento.
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Data_Inserimento: 09/12/2007 |
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Personaggi_Principali: BOCCUZZI ANTONIO |
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Titolo:
LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
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Tabella: T. I NUMERI DELLO STABILIMENTO THYSSENKRUPP DI CORSO REGINA (segue a pagina 67) |
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Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
GRAZIA LONGO
Sedici ore di lavoro per tirare avanti. Per pagare l’affitto, le bollette, la spesa. Di vacanze neppure a parlarne, «quello sono un lusso per ricchi, noi le facciamo ad anni alterni, ospiti a casa di mia suocera in Sicilia».
Per chi ancora non crede che nella città simbolo
dell’industria c’è qualcuno disposto al doppio turno per mantenere la famiglia,
ecco la faccia bruciacchiata, lo sguardo perso e le parole di Antonio Boccuzzi,
uno dei tre operai feriti solo di striscio nell’incendio di mercoledì notte alla
ThyssenKrupp.
Parole che pesano come macigni, che suonano stonate nella città di Gramsci, di
Gobetti, della Fiom e della Quinta Lega. Tanto più che nell’acciaieria di corso
Regina, per mascherare il doppio turno era stata aggirata la legge. «Se facevi
16 ore di fila avevi diritto al riposo compensativo il giorno dopo. Allora ci
era stato chiesto di lavorare 15 ore e mezzo: quella mezz’ora in meno ti
consentiva di essere in fabbrica anche il giorno successivo. Io l’ho fatto
diverse volte, non tantissime, ma abbastanza. E come me altri. Mi facevano
comodo i soldi e alla ditta serviva personale per sopperire ai pensionamenti e
alle dimissioni dei colleghi che avevano cercato un altro posto a causa
dell’imminente chiusura». Antonio - 34 anni, una moglie di 32, Giusy, commessa
a tempo determinato alle Gru - si stupisce quando gli chiediamo come facesse a
reggere quei ritmi. «La fatica? Non la senti, glielo dico io che non la senti,
perché pensi alla busta paga. E sai che quei soldi in più a fine mese ti
servono per far quadrare il bilancio. Mia moglie ha un’occupazione precaria e
per fortuna non abbiamo figli da mantenere, ma le spese sono tante e senza
sacrifici non vai avanti».
La differenza dello stipendio con o senza straordinario si aggira intorno ai 300 euro. «Per tanta gente possono esser pochi, ma per chi come me non si può permettere due auto e deve fare attenzione a cosa mette nel carrello della spesa, sono soldi. Prima dell’estate, quando ancora non era stata annunciata la dismissione dell’azienda, grazie allo straordinario arrivavo anche a 2 mila euro. Oggi al massimo 1.500, anche perché non lavoriamo il sabato e la domenica». Antonio Boccuzzi era in straordinario anche mercoledì notte, «non alla sedicesima ora in quella occasione, ma alla dodicesima e per essere lì avevo anche litigato con mia moglie». Perché è chiaro che il denaro serve, ma il troppo lavoro toglie tempo prezioso alla famiglia.
«Solo che quando hai bisogno devi stringere i denti anche se tua moglie vorrebbe stare un po’ più con te. Come mercoledì notte: sarei dovuto smontare alle 22, ma Antonio Schiavone, mio grandissimo amico conosciuto 13 anni fa quando entrambi fummo assunti, mi chiese di fermarmi per lo straordinario. “E dai che poi ti accompagno io a casa” mi disse. Quando lo comunicai al telefono a mia moglie lei si arrabbiò tanto che io le dissi che per quella sera l’avrei accontentata e sarei tornato a casa. Lei di rimando, tra lo scherzoso e l’arrabbiato mi rispose “No, stavolta ti lascio lì in fabbrica”». Immaginate lo shock quando alle 4,30 è stata avvisata dell’esplosione. «Sono stato miracolato a non essere inghiottito dalla fabbrica, ma mi tormenta la fine crudele dei miei compagni».
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Data_Inserimento: 10/12/2007 |
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Personaggi_Principali: PIGNALOSA GIOVANNI |
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Titolo:
LA STRAGE DI TORINO SCAMBIO DI ACCUSE |
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Descrizione: LA STRAGE DI TORINO SCAMBIO DI ACCUSE |
LODOVICO POLETTO
TORINO
Corsi antincendio? «Inesistenti». Verifica degli
estintori? «Scaricano su di noi, ma sanno bene che se non funzionavano la colpa
non è nostra. Altrimenti perché venerdì mattina si sarebbero premurati farne
arrivare di nuovi?». Operai e delegati sindacali reagiscono con rabbia alle
dichiarazioni della
ThyssenKrupp
secondo cui «al momento, non c’è alcuna conferma che, all’origine dello stesso,
vi sia la violazione di standard di sicurezza».
S’indignano e assicurano che dopo il 7 giugno, giorno in cui venne annunciata la dismissione, l’attenzione alla manutenzione è crollata di botto. Venticinque anni, assunto due anni fa a tempo indeterminato, Maurizio è uno degli addetti alla «tutela» della Thyssen. «Me lo chiedo tante volte quando sono in azienda: se scoppia un incendio io che cosa posso fare? - si chiede retorico -. È vero, faccio parte del servizio di tutela, ma i corsi con i pompieri non me li hanno fatti fare. Finché lavoro con un collega che ha più esperienza e formazione di me, va bene. Ma altre volte sono da solo, con altri che non hanno mai mai fatti i corsi». E ancora: «Ero in forza ad un altro reparto; un giorno si sono trovati sotto organico nel settore tutela, che poi è quello che interviene nei principi d’incendio, e mi hanno detto “adesso ti occupi di quello”. E io ho abbassato la testa: o accettavo o mi facevano fuori. E addio lavoro».
Maurizio non rivela il nome vero perché ha paura dell’azienda. Ma i delegati sindacali puntano il dito. Giovanni Pignalosa, della Rsu Fiom è tra questi. Insiste: «I problemi di questo stabilimento partono da qui, dalla mancanza di formazione, dalla troppa improvvisazione». Perchè, come Maurizio, che ne sono altri addetti alla tutela senza corso di formazione. Colpa, dicono, della riduzione di organico. E dire che i vigili del fuoco sono andati parecchie volte a tenere corsi di aggiornamento. Le ultime due a febbraio e marzo. Due cicli di lezione di 16 ore ciascuno. I pompieri insegnano cosa si deve fare in caso di principio di rogo. Spiegano come e quando usare egli estintori e le manichette antincendio.
Pignalosa insiste sulle difficoltà legate «alla carenza di organico e di professionalità. Ma i vertici aziendali si devono mettere una mano sulla coscienza ed evitare di raccontare bugie. La verifica doveva svolgerla un operaio su indicazione del capoturno, peccato però che i capoturno erano scesi da 7 a 1. E poi perché mai il fornitore degli estintori si è presentato in fabbrica venerdì mattina? Ci ha detto che lo aveva convocato il magistrato, ma non è vero».
Ma l’acciaieria ribadisce che «nonostante la produzione
dello stabilimento torinese sia progressivamente diminuita a solo il 30% delle
sue capacità produttive, la
ThyssenKrupp
Acciai Speciali Terni non ha mai smesso di effettuare la manutenzione ordinaria
e straordinaria degli impianti del sito torinese. La buona parte degli impianti
è destinata ad essere trasferita a Terni per la realizzazione di prodotti di
assoluta eccellenza e qualità». Sui posti di lavoro aggiunge che «a tutti i
dipendenti dello stabilimento torinese sono state assicurate garanzie e misure,
sia di natura occupazionale che economiche, per il loro futuro». Pignalosa
replica: «Ci hanno rimbalzato ad agenzie interinali che ci hanno offerto
contratti a tempo determinato per 3 mesi».
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Data_Inserimento: 10/12/2007 |
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Personaggi_Principali: CANESTRI FABRIZIO |
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Titolo:
“Gli estintori venivano |
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Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
CLAUDIO LAUGERI
C’erano 32 estintori nel reparto dello stabilimento di
corso Regina Margherita dove mercoledì notte sono morti i 4 operai della
ThyssenKrupp
.
Ma la dotazione era di 25. Perché c’erano quei 7 estintori in più? Erano
tutti funzionanti? Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, alcuni hanno
emesso flebili spruzzi. «Possibilissimo, basta che qualcuno li abbia utilizzati
e non li abbia fatti ricaricare» spiega Fabrizio Canestri, 35 anni, titolare
della filiale torinese della «Cma», la ditta che dal ‘97 ha in appalto il
servizio di manutenzione degli estintori della
ThyssenKrupp.
Come è possibile che ci siano tutti quegli estintori in più?
«In quel reparto accadeva con una certa frequenza che gli operai utilizzassero quegli strumenti per spegnere piccoli incendi. Una volta tolti i sigilli, gli estintori andrebbero ricaricati. Altrimenti, l’efficacia è compromessa».
E perché non sono stati ricaricati?
«Non saprei, forse sono stati prelevati nel giro che facciamo ogni 10 giorni, come da contratto. A volte, gli operai li lasciano in posti difficili da individuare. E comunque, quando non troviamo gli estintori, li rimpiazziamo con altri nuovi. Per questo non mi stupisce che ne abbiano trovati più di quanti erano previsti».
E se in qualche situazione di emergenza non fossero sufficienti?
«In un magazzino ce ne sono 40 di riserva più altrettanti che ho venduto all’azienda qualche anno fa. E comunque, a volte, io stesso ne ho lasciati 3 o 4 in più nel reparto, per ogni evenienza».
Due giorni dopo il rogo, un picchetto di operai ha bloccato il suo furgone davanti allo stabilimento...
«Non è stato un momento piacevole. Mi hanno preso a male parole, non ho capito perché».
Forse pensavano che fosse andato là per sostituire gli estintori...
«Figuriamoci, fossi matto. Mi aveva chiamato il responsabile della sicurezza (Cosimo Cafueri, n.d.r.), aveva bisogno di raccogliere dati, di parlarmi. Vista la situazione ai cancelli, abbiamo deciso di rinviare l’incontro. Tutto qui».
Qualcuno ha anche detto di aver visto il suo furgone carico di estintori...
«Ma no, era vuoto. Non avevo motivo di portare materiale, ero andato là soltanto perché mi avevano chiamato. Nient’altro. A me spiace molto per quegli operai, davvero. In quello stabilimento ci ho passato tanto tempo, alcuni ragazzi li conosco anche di vista. Mi è dispiaciuto essere stato assalito così. Capisco il dramma, lo stato d’animo, ma perché devono prendersela con me?».
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Data_ultima_pubbl.: 11/12/2007 |
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Data_Inserimento: 11/12/2007 |
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Personaggi_Principali: RINALDINI GIANNI |
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Titolo:
5 domande a Gianni Rinaldini segretario Fiom |
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Descrizione: LA STRAGE DI TORINO. LA MANIFESTAZIONE |
Il
segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, intervistato dalla Rai, ha denunciato
la volontà della
Thyssenkrupp
di riprendere la produzione «mezz’ora dopo la tragedia». E’ vero?
«Ho esemplificato nel dire “mezz’ora”, ma la volontà, insistita, c’era sin da venerdì».
La Fiom a Torino ha sindacalisti riconosciuti «duri»: ma lei, a Torino è stato fischiato. Perchè?
«I lavoratori vogliono i fatti, non discorsi. E’ prevalsa la collera, la rabbia, e io li capisco: il sindacato è l’unico soggetto esterno con cui hanno rapporto, ed è diventato oggetto di contestazione. Le parole non bastano più. Ma la Fiom è con loro, assieme siamo andati in corteo all’Unione Industriali».
Colpe imprenditoriali, ma, aggiunge Cremaschi, anche del governo che con l’indulto ha depenalizzato pene per gli infortuni sul lavoro, di forze appiattite su flessibilità, competitività, globalizzazione. Anche la sinistra non vi rappresenta?
«L’isolamento dei lavoratori è un fatto. Ora tutti scoprono che gli operai esistono, ma fino all’altro ieri ci dicevano che eravamo troppo conflittuali».
Un nome?
«Damiano, il ministro. E ricordo che Berlusconi ha cambiato la legge che conteneva in dieci ore il massimo arco d’impegno. Ora si dice che bisogna garantire undici ore consecutive di riposo. Non è la stessa cosa».
La Thyssen tornerà a produrre a Torino?
«Prima si accertino le responsabilità, si condannino con pene adeguate i responsabili della strage, facendosi carico di chi ha pagato con la vita e di chi la prorpia vita la rischiava»
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Data_Inserimento: 11/12/2007 |
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Personaggi_Principali: OZTURK NIHAT, REESE HEIKO, WALNER ERIK |
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Titolo:
LA STRAGE DI TORINO VIAGGIO NEL CUORE DELLA THYSSEN |
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Tabella: T. I NUMERI DELLA THYSSENKRUPP |
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Descrizione: LA STRAGE DI TORINO. VIAGGIO NEL CUORE DELLA THYSSEN |
GIANLUCA PAOLUCCI
INVIATO A DÜSSELDORF
Quattro morti dice? È terribile, veramente terribile». Nihat
Ozturk, primo delegato della sezione di Düsseldorf del potente sindacato dei
metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, cade letteralmente dalle nuvole quando sente
parlare dell’incidente alla
ThyssenKrupp
di Torino. Ripete più volte il suo sconcerto, esprime la propria partecipazione
al lutto dei colleghi, delle famiglie, poi rimanda a qualcun’altro. La «Casa
del sindacato» è una palazzina di sei piani, a due passi dal centro della città.
Sullo sfondo, il grattacielo che ospita la sede centrale
della
ThyssenKrupp
Ag, il colosso dell’acciaio che macina utili, tonnellate di ferro e, qualche
volta, vite umane. Non dev’essere facile fare i conti, da sindacalista, con un
gigante che vale in borsa 23 miliardi di euro, dà lavoro a oltre 190 mila
dipendenti sparsi per il mondo e da qui disegna le sue strategie globali.
Proprio qui, tra le ciminiere e le foreste che stanno tra il Reno e la Ruhr, è
nato il cosidetto Modello renano, quello del coinvolgimento del sindacato
nell’impresa, tante volte dato per morto e invece ancora attivo. Le ciminiere,
altrove in Europa confinate a reperti del secolo scorso, ci sono ancora e anzi,
crescono. L’impianto della
ThyssenKrupp
di Schewelgern, a pochi chilometri da Düsseldorf, è uno dei più moderni e
imponenti del mondo, ed è entrato «a regime» solo nel 2005. Vederlo di notte,
con i fumi che escono tra le luci, fa una certa impressione. Può trattare fino
a 2,6 milioni di tonnellete di minerale grezzo per trasformarlo in materiale
ferroso da far diventare acciaio.
Ad Hamborn, poco distante, per il prossimo anno ancora la
ThyssenKrupp
metterà in funzione una nuova linea di produzione del suo altoforno, la numero
otto. Tanto per dare la misura, il pil del Nord Reno-Westfalia, la regione
della quale Dusseldorf è capitale, vale da solo oltre 500 miliardi di euro. Il
prodotto interno lordo per abitante supera lo stipendio degli operai morti a
Torino, 27 mila euro all’anno. La stessa reazione di Ozturk l’aveva avuta, di
buon mattino, il suo collega Heiko Reese, secondo delegato nonché tesoriere.
Poco più di trent’anni, barbetta e orecchino, Reese spiega che di questa storia
dell’incidente non sapeva nulla. Né si ricordava, in tempi recenti, incidenti
così gravi negli impianti del gruppo. Dal punto di vista del sindacato i
rapporti con la
ThyssenKrupp
sono «buoni». E, per quanto gli risulta, anche gli standard di sicurezza sono
«buoni».
Ma possibile che proprio qui, a due passi dai grandi altoforni di Schewelgern e di Hamborn, non si sappia nulla di quattro morti, e dei cinque che ancora lottano per restare in questo mondo, né delle accuse lanciate dai sopravvissuti alle carenze dei sistemi di sicurezza? «Aspetti, mi faccia pensare... forse è meglio se parla con il mio collega, lui segue più da vicino la Thyssen». Il collega è Ozturk, che dopo aver espresso il suo cordoglio ci rimanda ad un altro suo collega a Düsseldorf, che però è fuori ufficio. Oppure alla sede centrale di Ig Metall, a Francoforte. O meglio ancora alla Federazione internazionale dei metalmeccanici, a Ginevra. «Il segretario generale è un italiano», aggiunge.
«Ma alla Thyssen cosa dicono?». Poco. «Le cause dell’incendio sono tuttora in corso di accertamento e, al momento, non c’è alcuna conferma che, all’origine dello stesso, vi sia la violazione di standard di sicurezza», era il succo del comunicato stampa diffuso domenica e ribadito ieri a Düsseldorf. All’ingresso del grattacielo di vetro e acciaio al numero uno di August-Thyssen-Strasse, tra il via-vai di Mercedes nere e di impiegati in abito grigio, a dirigere il traffico all’ingresso c’è Corinne. Non lavora per il gruppo, ma per una società esterna che ha in appalto alcuni servizi. No, dello stipendio non si può lamentare, né dei turni di lavoro. E si fa in quattro per cercare al telefono gente che, dai piani alti, rimanda ad altri numeri di telefono. Alla fine, la persona che si occupa di questa storia dell’Italia non c’è, tanto per cambiare. È a Duisburg, poco distante, ma oggi non può ricevere nessun giornalista. E comunque, quello che l’azienda doveva dire lo ha detto appunto domenica, con un quel comunicato. «Quella è la nostra posizione e, al momento, non abbiamo altro da aggiungere», dice dall’altro capo del filo Erik Walner, uno dei portavoce del gruppo.
Il grattacielo è destinato ad andare in pensione tra
breve. Due, forse tre anni e poi il quartier generale della
ThyssenKrupp
traslocherà ad Essen, dove per ora c’è solo un enorme cantiere e un vecchio
stabile abbandonato. Di fronte, altri uffici del gruppo. Anche qui, stesse
risposte: non c’è nessuno, gli impianti non si possono visitare, il cantiere qui
di fronte neppure. D’altronde, perché prendersela con la
ThyssenKrupp
e venire qui a cercare di capire perché in Italia si muore ancora di lavoro.
Qui non succede, o succede molto meno. Gli operai non si lamentano, gli
azionisti - che quest’anno incasseranno 1,3 euro per azione di dividendo, contro
1 euro dello scorso anno - meno che mai. Almeno per ora. Ieri il titolo ha
perso l’1,1% e da qualche giorno fa peggio sia dell’indice di Francoforte che
dei concorrenti. Forse, almeno la Borsa, si è accorta che laggiù sotto le Alpi
qualcosa è successo.
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Data_ultima_pubbl.: 11/12/2007 |
Pagina_ultima_pubbl.: 56 |
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Data_Inserimento: 11/12/2007 |
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Personaggi_Principali: SANTINO NINO, SANTINO BRUNO |
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Titolo:
LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
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Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA |
GRAZIA LONGO
Una sola accusa: «Assassini». Una sola preghiera:
«Giustizia». Un solo invito: «Non dimenticate». L’anima del corteo di ieri
mattina porta il volto terreo e lo sguardo acquoso di chi è sempre sul punto di
piangere. Il volto di Nino Santino. Suo figlio Bruno, 26 anni, è una delle
quattro vittime dell’inferno di fuoco alla
ThyssenKrupp
.
Nino ripete il suo nome all’infinito, da solo e insieme a quelli degli altri tre operai inghiottiti dalla fabbrica. «Bruno, Antonio, Angelo, Roberto». Una cantilena funebre che arriva dritta al cuore, alternata a un urlo d’accusa gridato con tutto il fiato che ha in gola. «As-sas-si-ni, as-sas-s-ini, as-sas-si-ni». Immaginatelo cadenzato insieme a 30 mila persone che sfilano dietro di lui. È un boato, un fiume di rabbia, disperazione, indignazione. Urla e applausi, poi ancora urla che squarciano il silenzio del corteo. E Nino sempre lì in prima fila con la pagina de La Stampa che racconta il sacrificio dei sette operai trasformati in torce umane. «Guardate, guardate qua: chi me lo ridà mio figlio? Aveva solo 26 anni». E di nuovo giù con quella denuncia, «assassini», che resta il leitmotiv dell’intera manifestazione. È sempre Nino a guidare gli slogan, li inventa a mo’ di strofe rimate. «Brucerete anche voi, come i nostri figli che non erano conigli». E ancora «Non dormirete mai più sonni tranquilli».
Ma anche «Giustizia, giustizia, giustizia» perché «prima
hanno ucciso i nostri figli e ora scaricano la colpa su di loro». Due domande
ripetute infinite volte: «Dov’erano gli estintori? Dov’era la sicurezza». Un
uomo di 58 anni, passato da operaio, presente da disoccupato, futuro da padre
inconsolabile che non si capacità della fine crudele del suo secondogenito. Il
primo, Luigi, 28 anni, gli sfila accanto. Anche lui operaio alla
ThyssenKrupp.
«Da cinque anni, mentre mio fratello da poco più di tre - dice - ma io in quella
fabbrica non ci metto più piede. Non voglio morire come Bruno». Il padre lo
guarda e annuisce, «mia moglie non s’è ammazzata solo perché le è rimasto quest’altro
figlio. La sera che Bruno è morto al Cto lei s’è buttata sul suo letto,
“mettetemi nella bara con lui” urlava tormentata come può essere una madre che
perde sangue del suo sangue».
Nino Santino è originario di Roccapalumba, in provincia di Palermo, dove ieri l’amministrazione comunale ha fatto celebrare un messa. È emigrato a Torino 39 anni fa. «Ricordo ancora il giorno preciso: mercoledì 8 ottobre 1969, sono salito al nord per trovare lavoro. Ho conosciuto mia moglie Rosa, emigrata dalla Calabria, alla Standa mentre facevamo la spesa. Poi sono arrivati i figli e adesso questi assassini ce ne hanno tolto uno. Bruno, Bruno, Bruno». Rosa non se l’è sentita partecipare al corteo, «è all’obitorio al Cto, guarda la foto di Bruno, perché non è rimasto niente altro da guardare. È andata lì a visitare una fotografia. Spero che i politici e il sindacato se lo ricordino, spero che la morte di mio figlio e dei compagni possa servire a salvare altre vite, a garantire la sicurezza sul lavoro per altri operai». Poi, di nuovo il tentativo di sfogare la ferita che ha nel cuore. «Assassini». E ad aggiungere dolore a dolore arriva a sera la rivelazione di Antonio Boccuzzi che a Matrix afferma: «So che Anna, la compagna di Bruno, aspetta un bambino».
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Data_Inserimento: 13/12/2007 |
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Personaggi_Principali: HENNING KLAUS PETER |
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Titolo: “Quelle famiglie potranno sempre contare su di noi” |
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Aiuto
alle famiglie, conferma della strategicità del nostro Paese e del piano di
investimenti del gruppo in Italia, disponibilità a rivedere le procedure di
sicurezza qualora dovessero emergere delle carenze. Ad una settimana dalla
tragedia di Torino, i vertici tedeschi di
ThyssenKrupp
accettano di rispondere ad alcune domande de La Stampa. A rispondere è
Klaus-Peter Henning, membro del board e responsabile del personale della
ThyssenKrupp
Stainless AG, la holding che controlla le attività nell’acciaio lavorato del
gruppo di Düsseldorf.
Signor Henning, la strategia del gruppo
ThyssenKrupp
in Italia è destinata a subire delle modifiche dopo i fatti di una settimana fa?
«In questi giorni di lutto i nostri pensieri vanno ai
familiari delle vittime e dei feriti. Esprimiamo il nostro cordoglio alle
famiglie colpite e ribadiamo che potranno sempre contare sul nostro aiuto. In
riferimento alla sua domanda, quasi 7000 dipendenti di
ThyssenKrupp
lavorano con successo in Italia; di questi, più di 3000 per il gruppo Stainless.
L'Italia è per noi un Paese importante oggi, e lo rimarrà anche nel futuro».
L’Unione europea ha recentemente dichiarato illegittime le
agevolazioni tariffarie delle quali ha goduto, a partire dal 2005, l’impianto
ThyssenKrupp
di Terni. Prevedete delle modifiche al vostro piano d’investimenti dopo la
decisione della Ue?
«Il piano di investimento per Terni è già stato varato.
Le disponibilità finanziarie sono state deliberate e tante iniziative sono già
in atto. L’Italia è il secondo mercato europeo per i prodotti in acciaio
inossidabile piani. Per questo vogliamo proseguire nel continuo sviluppo della
ThyssenKrupp
Acciai Speciali Terni, per competere con successo sui mercati internazionali».
I sopravvissuti alla tragedia hanno parlato di gravi carenze nei sistemi di sicurezza nell’impianto torinese. Può dirci se gli standard di sicurezza sono gli stessi in Italia, Germania e negli altri Paesi dove opera il gruppo?
«In tutti i nostri stabilimenti nel mondo adottiamo comuni regole e standard di sicurezza. Il nostro impegno per migliorare questi standard è costante e continuo. Se dalle risultanze delle verifiche in corso si evince che ci sono delle possibili aree di miglioramento, non mancheremo di adottarle sia a Torino sia negli altri nostri impianti».
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Data_Inserimento: 13/12/2007 |
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Personaggi_Principali: FERRUCCI ARTURO, MATERA FRANCESCO, SALERNO ROBERTO |
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Titolo:
STRAGE DI TORINO IL GIORNO DELL’ADDIO |
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TORINO
Ispezioni pilotate. L’ultima accusa alla
ThyssenKrupp
svela un retroscena inquietante: «L’azienda era informata dei controlli dell’Asl
con due giorni d’anticipo e di conseguenza noi operai eravamo incaricati di
mettere tutto a posto sul fronte sicurezza per evitare multe salate».
La denuncia arriva da Francesco Matera, 29 anni, 8 dei quali spesi dentro l’acciaieria torinese come primo addetto al reparto laminazione. Da settembre ha un nuovo posto di lavoro, ma non dimentica «gli abusi, le minacce e lo sfruttamento dentro la Thyssen. In quell’inferno è morto il mio migliore amico, Bruno Santino e chiedo giustizia in onore a lui e alle tre vittime». Affermazioni sulle quali farà luce la procura di Torino. Il pool del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello osserva che «se le contestazioni dell’ex dipendente Thyssen trovassero conferma si aprirebbe un altro scenario. Noi finora abbiamo interrogato solo i dipendenti coinvolti la sera del rogo, ma se emergessero riscontri si aprirebbero nuovi interrogativi. Chi preannunciava le ispezioni all’azienda? In che modo?».
Una presa di distanza totale dalle accuse arriva, invece, dal direttore del personale Arturo Ferrucci: «C’è un’indagine in corso e sono convinto che la magistratura farà chiarezza. Ribadisco, tuttavia, che noi siamo una società molto seria e non abbiamo mai fatto cose simili. Chi lo ha detto dovrà assumersene la responsabilità».
Il racconto di Francesco Matera, però, è preciso, puntuale, dettagliato. Punto primo: «Durante le ispezioni ci era stato categoricamente vietato di fondere l’acciaio 300, quello più pericoloso perché produce fumi densi come la nebbia. Il motivo? Dentro il mio reparto non funzionavano le ventole di aspirazione. Ha capito? Non fun-zio-na-va-no». E quindi? «Ci era stato imposto di laminare solo l’acciaio 400 e 430, che non provoca fumi». Punto secondo: «Sempre nei due giorni precedenti alla verifica ambientale, dovevamo ripulire il pavimento e i macchinari in modo minuzioso. Dalle macchie d’olio, alla carta, ai nastri utilizzati per chiudere le bobine d’acciaio. Tutto materiale altamente infiammabile che avrebbe attirato negativamente l’attenzione degli ispettori». Punto terzo: «Solo in quelle occasioni venivano controllati gli estintori, che altrimenti stavano lì belli vuoti o non funzionanti: le bombole mantenevano sempre la chiavetta, tipica dell’estintore pieno, pur essendo vuote». Punto quarto: «Eravamo tutti sollecitati ad usare l’elmetto, mentre abitualmente nessuno si premurava che lo indossassimo». Tra le altre pressioni segnalate da Francesco Matera c’è anche «la carenza d’organico e l’invito a mantenere chiusi i cancelletti di fronte alla macchine, che nel nostro gergo chiamiamo treni, solitamente aperti».
Possibile un simile quadro di disfunzioni non sia mai stato rivendicato? «Eccome se lo abbiamo fatto. lo abbiamo detto più volte sia al capoturno sia al direttore dello stabilimento Roberto Salerno ma non siamo mai stati assoltati. Anzi, ci minacciavano pure». In che modo? «Il messaggio era chiaro come l’acqua limpida: se non vi sta bene e non fate come diciamo noi andate a casa. Perdere il lavoro non è una bella cosa, io sono stato fortunato perché, grazie alla specializzazione, a settembre ho trovato un posto nuovo dove mi trovo benissimo. Molti altri no. E quattro sono già morti per questo».
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Data_Inserimento: 13/12/2007 |
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Personaggi_Principali: LAURINO ANGELO, SCHIAVONE ANTONIO, SCOLA ROBERTO, SANTINO BRUNO |
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Titolo:
LA TRAGEDIA MORIRE IN ACCIAIERIA |
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Tabella: D.: ALLE 11 I FUNERALI SOLENNI IN DUOMO DEI 4 OPERAI MORTI ALLA THYSSENKRUPP |
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Nel giorno più lungo, quello che precede l’addio ai propri
mariti, padri, figli, la
ThyssenKrupp
si avvicina alle famiglie. A una settimana dall’inferno in cui hanno perso la
vita quattro operai e altri tre lottano ancora tra la vita e la morte, il
responsabile del marketing Marco Pucci (uno dei tre indagati dal procuratore
aggiunto Guariniello) e l’infermiera dell’azienda hanno voluto testimoniare il
loro sostegno.
Non solo morale, ma anche con un primo aiuto economico. Trentamila euro a famiglia, per affrontare il primo periodo. «Ma ci hanno assicurato che non ci abbandoneranno - racconta Egla, 23 anni, moglie di Roberto Scola e madre dei piccoli Samuele e Gabriele -. Hanno detto che si occuperanno di noi anche in futuro». Sabina, 39 anni, moglie di Angelo Laurino con il quale condivideva la gioia dei due figli adolescenti Noemi e Fabrizio, aggiunge: «Meglio tardi che mai. All’inizio non ci hanno inviato neppure un telegramma, ma ora mi hanno garantito che non trascureranno economicamente né me, né i ragazzi. Spero sia davvero così, perché Angelo ha perso la vita in quella notte maledetta e giustizia deve essere fatta». Sabina è una donna minuta, ma rivela una forza interiore che commuove. Ieri pomeriggio è andata alla camera mortuaria del San Giovanni Bosco «ospedale dove tutti, sia medici sia infermieri sono stati di una professionalità e di un’umanità straordinaria» per portare ciò che lei e i suoi desiderano che Angelo abbia con sé nell’ultimo viaggio.
«Vogliamo che nella bara ci siano una foto di noi quattro durante una gita ad Alba, una lettera di Noemi e una sveglia della Juventus che mio marito aveva regalato a Fabrizio». Ieri Sabina, insieme al fratello del marito, Calogero, ha pregato accanto a una feretro inesistente, perché quello che rimane di Angelo non può essere esposto come avviene normalmente nelle camere ardenti. «Ogni tanto mi do un pizzicotto, perché spero di potermi svegliare da questo incubo, perché sono come in stato di trance. È passata una settimana, ma ancora non voglio credere che l’amore della mia vita non sia più accanto a me. L’ho conosciuto che avevo appena 16 anni. “Sei la mia bambina mi diceva”, era di una dolcezza infinita e adesso non sentirò mai più quelle parole. Mai più».
Di fronte a una bara vuota e a una fotografia, alla camera mortuaria del Cto, hanno pianto anche i parenti di Bruno Santino. Un volto di pietra quello di mamma Rosa e papà Nino. «Bruno, Bruno» ripetono in un sussurro disperato. «Aveva solo 26 anni, non meritava una fine così crudele». C’è anche il cugino, Gianluca Donadio, sconvolto con gli occhi arrossati dal pianto, anche lui operaio alla Thyssen. «Bruno era il ragazzo più generoso del mondo. Non lo dimenticherò mai e mai più entrerò in quella fabbrica che ce lo ha portato via in una maniera sconvolgente».
Non è mancata al Cto neppure Egla Scola, che ha consegnato agli infermieri la sciarpa della Juve, di cui il marito era tifoso, e due macchinine dei figli. Lacrime e desolazione anche per i cari di Antonio Schiavone (che era padre di tre bimbi, il più piccolo di appena 3 mesi), sua moglie Immacolata è una maschera di sofferenza.
E mentre le famiglie ritengono corretta la presenza della
delegazione dei vertici
ThyssenKrupp
alle esequie di stamani, il sindacato la boccia categoricamente. Ciro
Argentino, Fiom: «I lavoratori e le Rsu non gradiscono la loro partecipazione a
nessun livello».
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Data_Inserimento: 14/12/2007 |
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Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, LONGO LAURA, MARMO LUCA, PICCININI NORBERTO, TRAVERSO FRANCESCA |
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Titolo: Il punto delle indagini Guariniello: svolta vicina ho testi molto importanti |
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La memoria dei computer sequestrati dalla procura alla
ThyssenKrupp
di corso Regina Margherita sarà copiata su cd e dvd. In questo modo, le
attrezzature elettroniche potranno essere restituite all’azienda. L’avvio della
procedura è avvenuto ieri mattina nell’ufficio del sostituto procuratore Laura
Longo, con l’affidamento dell’incarico a due consulenti della procura e a uno
della difesa (rappresentata dall’avvocato Ezio Audisio) dei manager
sott’inchiesta. Quei dati saranno poi esaminati dalla Guardia di Finanza,
assieme alla documentazione sequestrata dagli inquirenti nei sopralluoghi di
pochi giorni fa.
Ma le pm Longo e Francesca Traverso (coordinate dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello) si muovono anche in altre direzioni. Come la valutazione degli interventi dell’Asl, che negli ultimi mesi avevano fatto alcune prescrizioni all’azienda. Tutte soddisfatte, a giudicare dai verbali d’ispezione. Sembra, però, che nessuno avesse mai contestato gli strati d’olio e sporcizia sul pavimento del reparto. E poi, c’è il memoriale annunciato dai lavoratori della Thyssen, che in questi giorni sarà consegnato in procura.
Proprio ieri, i magistrati hanno raccolto alcune testimonianze definite «di grande rilevanza» da Guariniello, che si dichiara anche «molto soddisfatto». Identità dei personaggi e contenuto dei verbali sono «top secret».
In questi giorni, poi, gli inquirenti esamineranno la relazione consegnata ieri dai vigili del fuoco, in attesa di combinare quel materiale con il resoconto chiesto agli ispettori dell’Asl e con le consulenze degli ingegneri Norberto Piccinini e Luca Marmo, che hanno ricevuto dalla procura l’incarico di ricostruire la dinamica della tragedia. Il sopralluogo fatto mercoledì ha offerto alcuni elementi per confermare la dinamica ipotizzata dagli esperti nominati dai magistrati. In particolare, l’attenzione era fissata sul primo incendio, quello che avrebbe favorito il secondo rogo, accompagnato dall’esplosione di alcuni tubi del macchinario della linea 5. I consulenti della procura hanno ispezionato quel reparto assieme ad alcuni tecnici dello stabilimento. Il bordo di un piano di scorrimento dove vengono trasportate le lamine di acciaio era diventato tagliente, risultato dello sfregamento di una pesante lamina contro quella sponda. Un contatto prolungato, testimoniato da «trucioli» di metallo ritrovati in corrispondenza del punto dove erano stati lasciati molti metri di carta utilizzata per separare dalle due lastre di acciaio e sfilata dagli operai. Le scintille sulla carta e l’olio sul pavimento hanno favorito il primo incendio. A poca distanza, un altro tubo (pieno d’olio a 70 atmosfere di pressione e 150 gradi di temperatura) ha ceduto qualche istante prima degli altri. La nube d’olio si è incendiata, travolgendo gli operai.
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Personaggi_Principali: APRILE ANTONIO |
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Titolo:
“Tutti i giorni soffocati dal fumo” |
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Non
solo l’azienda era avvertita con 2-3 giorni d’anticipo delle ispezioni dell’Asl
in modo che potessimo mettere tutto a posto, ma tante sono state le mie
segnalazioni scritte cadute nel vuoto». Antonio Aprile, 37 anni, 11 spesi
dentro la
ThyssenKrupp,
fino a 1 anno fa era ispettore di manutenzione meccanica alla linea 5, dove
hanno perso la vita quattro operai e altri 3 sono rimasti gravemente ustionati.
Chi vi informava dei controlli dell’Asl?
«Lo sapevano tutti: dalla direzione arrivava l’input e poi il mio superiore diretto, il gestore della manutenzione, mi ordinava di provvedere insieme ai colleghi a riparare tutto quello che non funzionava».
Da voi funzionavano le cappe di aspirazione?
«Funzionare, funzionava ma ce ne n’era solo una su un tratto di 5 metri a fronte di 160 metri di linea: il fumo era soffocante, talmente intenso da sembrare nebbia e noi eravamo costretti, anche in pieno inverno, a tenere aperti i portoni per fare corrente».
Come mai gli ispettori Asl non si accorgevano della nebbia?
«Semplice quando venivano loro i rotoli d’acciaio erano freddi, come prevede la sicurezza, perché erano stati sul piazzale un paio di giorni dopo la laminazione. Mentre solitamente ce li mandavano ancora bollenti con l’olio fumante».
C’erano altre disfunzioni?
«Eccome se c’erano. Dalle pedane rotte sopra le fosse, che noi chiamiamo aspi, ai cancelletti mal funzionanti davanti alla linea, davanti alla macchina».
Può spiegare la pericolosità di questi guasti?
«Le pedane servono a impedire di cadere nelle fosse, profonde 3 metri, dove si possono trovare olio caldo o acqua bollente. Il cancelletto protegge l’operaio dalla macchina: se è chiuso la linea gira, se è aperto la linea si blocca. Spesso purtroppo il cancelletto era rotto e quindi le norme antinfortunistiche andavano a pallino».
Lei comunicava ufficialmente questi rischi?
«Molte volte, ma la riposta arrivava sempre prima dell’arrivo degli ispettori Asl o dell’amministratore delegato tedesco. Alla fine si sono stufati delle mie segnalazioni e, lo scorso gennaio, m’hanno messo a scaricare i rotoli d’acciaio».
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Dopo aver spedito una lettera ai familiari dei sette martiri del lavoro, inghiottiti dall’inferno dell’accieria di corso Regina, invitandoli ad un colloquio in un municipio, il sindaco ha iniziato ad incontrarli. È chiaro quanto siano dilanianti e immensi il dolore e il vuoto lasciato dalla morte assurda e violenta dei 7 operai Thyssen. Ma altrettanto evidente è la difficoltà economica in cui si trovano oggi queste sette famiglie. Un disagio mai sbandierato da vedove, padri e fratelli disperati, ma reale. Così tanto da indurre il sindaco a rassicurarli personalmente nell’imminenza del lutto e a provvedere concretamente a un mese di distanza. Ieri pomeriggio Chiamparino ha ricevuto Sabina Laurino, 39 anni, moglie di Angelo, morto il 7 dicembre a 43 anni, e mamma di due ragazzini di 12 e 14 anni, Fabrizio e Noemi. «Niente e nessuno potrà mai restituirmi mio marito - racconta Sabina - ma la generosità del sindaco mi ha profondamente commosso, perché si è dimostrato sensibile al mio bisogno di un lavoro part time che mi consenta di stare accanto ai miei bambini». Un’attenzione e una disponibilità sulle quali Chiamparino non vorrebbe i riflettori accesi, «la nostra apertura non punta a grandi proclami ma a fatti concreti che dovrebbero avvenire con discrezione. Proprio nel rispetto della sofferenza dei parenti. Faremo il possibile per aiutarli ad affrontare meglio le loro vite e cercheremo anche di raggiungere questo obiettivo in tempi non lunghissimi, per questo abbiamo già individuato una persona del nostro staff che segua le varie e diversificate necessità delle famiglie». Il compito è stato affidato alla dottoressa Barbara Graglia, impegnata a individuare le singole urgenze da affrontare. Non sono poche. Raccontano scampoli di vita in cui si accavallano sacrifici e privazioni. Ogni caso è un caso a sé. Non ha un’occupazione Immacolata Schiavone, moglie di Antonio (soprannominato Ragnatela dai colleghi per il tatuaggio sul gomito), morto subito, a 36 anni, durante l’esplosione alla linea 5, che ha tre figli piccoli l’ultimo di appena 2 mesi. E non lavora neppure Egla Scola, albanese poco più che ventenne, moglie di Roberto morto il 7 dicembre e madre di due bimbi di 17 mesi e 3 anni.
Bruno Santino morto
il 7 dicembre, a soli 26 anni, ha lasciato un padre, Antonino e un
fratello, Luigi, entrambi disoccupati (quest’ultimo tra l’altro lavorava
anche lui alla
Ogni situazione verrà affrontata dal Comune, come ribadisce il sindaco, «con grande riguardo verso le famiglie e la piena conformità alle leggi inerenti sia l’assunzione in Enti locali, sia la destinazione delle case di edilizia popolare».
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Potrebbe arrivare dal privato la soluzione per trovare una casa ai parenti delle vittime Thyssen che ne hanno necessità. Ieri pomeriggio l’assessore comunale Roberto Tricarico ha incontrato Tina Schiavone, moglie di Antonio, il primo operaio a morire, a 36 anni, nel rogo all’acciaieria di corso Regina. «È stato molto gentile e comprensivo - racconta Tina, 34 anni, mamma di 3 figli, l’ultimo di appena due mesi - perché ha capito che, senza mio marito, senza un lavoro e con tre bimbi da crescere non posso vivere in provincia di Cuneo. Ho bisogno di abitare a Torino, vicino ai miei genitori e ai suoceri». L’ipotesi prospettata è un appartamento dei palazzi nuovi in via Livorno. «Mi ha già fissato un altro appuntamento per definire meglio la situazione». Domani Tina Schiavone riceverà la proposta direttamente da una cooperativa della Lega delle cooperative, incline a cedere gli alloggi con affitti a prezzo inferiore. «Mi è stata ventilata la possibilità di spendere 350 euro per un appartamento di 3 stanze, valuterò bene anche perché io sono disoccupata. Anche se devo dire che il Comune si sta attivando anche per aiutarmi a trovare un lavoro».
L’assessore alla
casa Tricarico ribadisce «la disponibilità dell’amministrazione comunale
a sostenere le famiglie dei 7 operai morti dopo l’incendio alla
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ALBERTO GAINO
Non ci sarebbero
stati 7 operai bruciati vivi alla
A Torino i lavoratori della linea interessata a un principio di incendio dovevano intervenire: «Se la persona è istruita al servizio antincendio deve attivarsi immediatamente con l’attrezzatura posta in prossimità dell’evento». Cioè gli estintori, quei 32 estintori della linea 5 che non hanno funzionato; i vigili del fuoco, da domani, verificheranno perché. Prosegue il documento sequestrato: «Tutti i capiturno dovrebbero essere istruiti». A quelli della manutenzione era demandata la gestione degli interventi, ma da un anno non c’erano più in azienda, a causa della riduzione di personale. Il compito era passato ai capiturno della produzione, nel caso particolare al povero Rocco Marzo che non aveva ricevuto alcuna «istruzione» antincendio. La procedura aziendale prevedeva ancora a Torino: «Se l’incendio appare più grave chiamare la sorveglianza e attendere la squadra di primo intervento (ridotta al minimo negli ultimi mesi, ndr) e/o l’ambulanza». I vigili del fuoco? Soltanto successivamente «richiederne l’intervento, tramite la sorveglianza, in caso di incendio di palese gravità o di sua evoluzione». Così è andata la notte della strage: il centralino della fabbrica chiamò i vigili del fuoco che, 30 secondi dopo, ricevettero una seconda telefonata dal 118, molto più dettagliata: «C’è stata un’esplosione, con morti e feriti». Questo piano di emergenza è datato 2006: il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e i pm Laura Longo e Francesca Traverso hanno sequestrato a Terni documenti riservati da cui si evince che la multinazionale aveva deciso di chiudere la sede torinese molto prima dell’estate scorsa. La decisione risale al 2005, poi rinviata «a causa» delle Olimpiadi invernali. Una scelta di immagine? Pare di sì, con l’attenzione di tutti i media del mondo concentrata in quei mesi su Torino. Ai pm servirà a metter in chiaro che la multinazionale era orientata da tempo alla dismissione dell’impianto e che si era attivata di conseguenza. In ogni caso, il budget dell’anno fiscale 2006-2007 prevedeva ancora investimenti a Torino per 1,5 milioni di euro. Mai nemmeno messi in cantiere. Antonio Boccuzzi, il superstite della strage, conferma la lunga ritirata dell’azienda nei fatti: «Dovevi minacciare lo sciopero e il blocco della linea 5, la nostra linea, per fare lavori per la sicurezza. Loro si limitavano a far stendere il nastro per segnalare il pericolo e ti raccontavano: “Abbiamo organizzato una fermata in occasione di un cambio di lavorazione”. Cercavano di prendere tempo». La manutenzione? «Da almeno un anno era ridotta ai minimi termini». Risulta anche alla magistratura. La causa dell’esplosione è stata ormai individuata nella rottura della tubazione flessibile che conteneva olio ad alta pressione. Boccuzzi incalza: «Sarebbe interessante sapere quando è stata l’ultima volta che quel flessibile è stato sostituito».
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TORINO
Antonio Boccuzzi,
unico sopravvissuto della squadra arsa viva alla
Il documento doveva
rimanere riservato e servire al vertice aziendale come memorandum sul da
farsi, a partire dalla «difficile situazione ambientale» torinese
annunciata all’inizio della scorsa estate sul giornale interno
(«Inside») come una delle ragioni per cui
Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello non era uno sconosciuto per i manager Thyssen. Nel 2004, in seguito a un disastroso incendio nello stabilimento torinese, per fortuna senza vittime, era riuscito a far affermare in tribunale la responsabilità colposa di 5 dirigenti tra cui il predecessore italiano di Espenhahn (primo dei nuovi indagati). Anche se l’anonimo notista, con qualche fonte torinese, ora sembra vendicarsi e scrive di lui che le sue inchieste «non vanno da nessuna parte». Il riferimento al ministro del Lavoro è lapidario: non si può far pressione sul governo italiano perché c’è lui, visto malissimo per essere schierato apertamente dalla parte dei lavoratori. Adesso si capisce che cosa intendesse l’azienda per «difficile situazione ambientale torinese». Tanto più dopo la strage del 6 dicembre, con quell’unico sopravvissuto e testimone oculare finito in cima alla lista dei cattivi. «Ma non lo si può attaccare pubblicamente», precisa l’autore delle 7 pagine: l’operaio è diventato un simbolo, circondato da simpatia e solidarietà in una città in cui i comunisti e i sindacati «sono più organizzati e forti» che altrove. Incredulo Boccuzzi riempie d’incredulità la prima reazione: «Ci mancava pure questa». Si prende una breve pausa e aggiunge: «Ho semplicemente raccontato le cose per come erano andate, senza acrimonia. Ero choccato, lo sono ancora, può immaginare come va avanti la mia vita». L’accusano di divismo televisivo, in realtà di essere diventato con la sua faccia il simbolo di questa strage annunciata da troppi segnali. «Mettendola così, capisco che possano prendersela con me. Se vado in tv e sono disponibile con voi giornalisti è per testimoniare come ho visto morire i miei compagni, e delle volte che avevamo minacciato di bloccare la linea 5 perché facessero lavori per la sicurezza». Boccuzzi va avanti di slancio: «Sono diventato scomodo. Se fossi morto assieme ai miei compagni non avrei potuto raccontare del telefono interno che non funzionava e di come non si potè dare immediatamente l’allarme, né degli estintori vuoti...».
Nel documento si
ribalta la responsabilità dell’incendio sugli operai. La difesa della
multinazionale potrebbe davvero diventare questa? In una nota
pubblicata sul sito di
Il documento le elenca: «Da quelle elettriche alle esplosioni, sino alla distrazione umana». Qui scatta il possibile aggancio col memorandum segreto: «Gli operai si sono distratti».
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E invece dietro ognuno di loro c’è il dramma di un lavoro che non esiste più. Lo spettro della cassa integrazione. L’esigenza di vendere l’alloggio per l’impossibilità di pagare il mutuo. Il senso di impotenza di fronte a un futuro così incerto. A casa di Giovanni Coppola sono in due a ritrovarsi a spasso. Lui, 37 anni, da 12 alla Thyssen, «sono stato assunto il 13 novembre del '97, lo stesso giorno di Antonio Schiavone, il primo a morire nel rogo», era addetto ai forni. Lei, Antonella Defeudis, 35 anni, lavorava alla mensa. Hanno un figlio, Nicola, 5 anni, e un altro in arrivo. «A Terni non ci possiamo andare per via dei bambini - dicono -, ma finora qui non abbiamo ricevuto proposte alternative». La ditta di Antonella gliel'ha detto chiaro e tondo che a Torino non hanno altri appalti e quindi non possono aiutarla. Giovanni sta facendo il giro delle agenzie interinali suggerite dalla stessa Thyssen «ma l'unica proposta seria che mi hanno fatto è un posto da operaio specializzato a Cuneo: spenderei buona parte dei guadagni in benzina e non ci staremmo più nelle spese, così ho rifiutato». Almeno quella era una prospettiva a tempo indeterminato, ma spesso le offerte sono limitate a un periodo determinato. «Come si fa ad accettarle?» domanda retorico Nicola Schingaro, 30 anni, entrato all’acciaieria 10 anni fa, una moglie, Emanuela con un lavoro part time di 450 euro mensili, e due bambine di 7 mesi e 6 anni, Sofia e Vanessa, da mantenere. «Mi toccherà vendere l’appartamento che avevamo comprato a suon di sacrifici - aggiunge - perché non posso permettermi il mutuo. La rata è di 995 euro al mese, lo stipendio della cassa integrazione si aggira intorno ai mille. Prima di luglio, quand’è stata annunciata la dismissione, facevo tanto straordinario e arrivavo anche a 1.800 euro, ma oggi il mutuo è un cappio al collo. Lo stipendio di mia moglie ne copre a malapena la metà». Situazione quasi fotocopia di Salvatore Pappalardo, 32 anni, moglie casalinga, Manuela, che da una settimana si è messa a lavorare come colf e tre bambine di 2, 7 e 8 anni. «Le vede queste bollette non pagate? - chiede agitando una busta su cui c’è scritto 4.035 euro, mentre Aurora, Sarah e Francesca gli salgono sulle ginocchia -, sono obbligato a non saldare i debiti, perché devo pagare la rata del mutuo e quella del camper. L'alloggio l’abbiamo comprato un anno fa, quando nessuno ci aveva mai ventilato l'ipotesi della dismissione della fabbrica. Come avremmo potuto immaginare che saremmo arrivati a questo punto?». Oggi l’unica alternativa concreta per Salvatore, Totò, come lo chiamavano i colleghi, sono 800 euro al mese come carrellista in una ditta metalmeccanica. «A questo punto è meglio la cassa integrazione. Al limite venderemo la casa. Ne stavamo parlando proprio quella notte maledetta dell'incendio: poco prima che scoppiasse io m'ero avvicinato ai compagni della linea 5, Schiavone e Laurino mi dicevano che se la Thyssen non ci avrebbe aiutato a trovare un altro posto saremmo finiti presto sul giornale. Certo nessuno di noi poteva pensare che la nostra storia sarebbe finita sì sui media, ma per una tragedia così». Sta cercando lavoro anche Alfonso Errichiello, 32 anni, che convive con un’infermiera delle Molinette. «Dal punto di vista economico sto meglio di altri, ma la frustrazione di essere mantenuto non la auguro a nessuno. Antonio De Masi, l'ultimo a morire, era uno dei miei migliore amici. Per quasi un mese sono andato a trovarlo tutti i giorni in ospedale e ora faccio lo stesso al cimitero. Quando sono di fronte alla sua fotografia e a quella degli altri 6 colleghi, sento salire la disperazione. Noi siamo vivi, è vero, ma a quale prezzo?». Il miraggio della pensione è l’unico appiglio a cui si aggrappa Giosuè Gianbruno, 47 anni, operaio da quando ne aveva 15, separato e padre di due ragazze, Veronica e Concetta, di 17 e 22 anni. «Per andare in pensione avrei bisogno che la Thyssen mi riconoscesse ancora 21 mesi del periodo in cui lavoravo all’acciaieria in presenta dell’amianto. Tirare a campare coi mille euro della cassa è impossibile: devo versare ogni mese 400 euro alla mia ex moglie, che ha voluto separarsi, e 600 per l’affitto. Alla mia età trovare un’occupazione è ancora più difficile e l’idea di tornare a vivere con i miei genitori mi mortifica un po’».
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TORINO
Un dirigente
torinese della
Presentatosi una prima volta ai cancelli dello stabilimento, il dipendente della Cma era stato bloccato con il suo furgoncino dalla reazione dei lavoratori che presidiavano l’ingresso, diventato in quei primi giorni dalla strage un punto di riferimento per loro e per la solidarietà della città. Il tecnico, solitamente addetto alla ricarica degli estintori, fu pure ripreso da una troupe televisiva e intervistato. Smentì qualsiasi intenzione truffaldina. Ma il giorno successivo era di nuovo là e, per più volte, andando e tornando, riuscì nell’intento di sostituire gran parte dei 300 estintori in dotazione alla fabbrica. L’operazione fu condotta prima che la magistratura ponesse sotto sequestro i mezzi antincendio, e per questo motivo il tecnico non è stato indagato. Chi lo ha chiamato e lo ha incaricato della sostituzione è noto e se non è stato ancora iscritto nel registro degli indagati lo sarà inevitabilmente nelle prossime ore o giorni.
Il tecnico Cma,
sentito dai pm, ha rivelato ogni cosa e, a conferma delle sue
dichiarazioni, vi sono i tabulati delle telefonate ricevute da lui,
comprese quelle dalla sede torinese della
Altra grave novità, sempre nei rapporti Thyssen-Cma, è emersa ieri in commissione parlamentare, in occasione dell’audizione dei dirigenti italiani dello stabilimento torinese e del titolare di Cma. E’ stato quest’ultimo a rivelare ai senatori presenti di aver segnalato alla Thyssen che «gli impianti di spegnimento erano migliorabili con una modica spesa, 500 mila euro». Si era a settembre scorso e, a quanto pare, non se n’è fatto nulla. Lo riferisce Bruno Tibaldi, vicepresidente della commissione del Senato sugli infortuni. Non è dato di sapere se fra i dirigenti torinesi della Thyssen presentatisi in Senato vi fosse anche l’esecutore del truffaldino piano di sostituzione degli estintori. In ogni caso, precisa Tibaldi, «hanno tutti ribadito di aver agito secondo le norme e il dottor Arturo Ferrucci, il capo del personale, sul documento segreto di cui si parla da giorni, ha appena detto di non esserne a conoscenza». Gli altri dirigenti ascoltati sono Raffaele Salerno, direttore dello stabilimento, e Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza.
Si può ancora
parlare di doppiezza o solo di crescente imbarazzo della
Labonte si è impegnato con il sindaco a lavorare per la ricollocazione degli operai rimasti senza lavoro.
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TORINO
L’inchiesta sulla
strage della
Non per tutti gli indagati. Responsabilità gerarchiche ben definite in azienda, graduate anche nell’inchiesta giudiziaria fra chi poteva decidere di più e chi meno, lungo la catena di comando. A sei giorni dalla notte della strage i magistrati avevano iscritto nel registro degli indagati l’amministratore delegato del gruppo italiano, Harald Espenhahn, e i consiglieri delegati Gerald Priegnitz e Marco Pucci. Non è detto che vi siano restati tutti, ed è molto più probabile che, vista l’ampiezza delle carenze, quel numero sia raddoppiato e che siano comparsi fra gli indagati anche dirigenti dello stabilimento torinese. Ma rispetto al vertice tedesco della multinazionale? La «scalata» sin lassù è più dura. Di uno scenario di omicidio volontario i magistrati avevano discusso nelle scorse settimane. Ora, ragionando a procura blindata («Sto ancora riflettendo» ripete Guariniello, «non vogliamo anticipare nulla» gli fanno eco i suoi pm) diventa realistico un quadro di accuse che dalle responsabilità colpose evolva verso quelle dolose. Concentrandosi, per almeno una parte degli indagati, sull’ipotesi di «omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro»: il reato scolpisce le responsabilità di chi è consapevole dei rischi che fa correre a chi ha alle sue dipendenze e non vi provvede. «Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena della reclusione può salire da tre a un massimo di 10 anni».
Cos’è successo alla
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Nel momento del
dramma, tre mesi fa, erano uniti, compatti, solidali. Oggi, con le
candidature di Antonio Boccuzzi e Ciro Argentino, il fronte parenti e
lavoratori
Graziella Rodinò, madre di Angelo, non ha un attimo di esitazione. «Io manco vado a votare - taglia corto -. I due candidati sono tutti e due sindacalisti: beh, dovevano impegnarsi prima, dovevano. Per proteggere chi lavorava lì dentro, dovevano darsi una mossa prima, non adesso». Critici anche Nino e Luigi Santino, rispettivamente padre e fratello di Bruno (anche lui vittima del rogo ad appena 26 anni). «Facciano pure quello che vogliono - sbottano -, ma almeno abbiano il coraggio di non dire che lo fanno per noi». Luigi aggiunge: «Hanno intravisto una porta aperta e fanno bene ad entrarci. Non ce l’ho personalmente con loro, però non vengano a fare tanti discorsetti sul loro impegno in Parlamento per la difesa di noi operai. Dopo la strage di quella maledetta notte, la faccia di Boccuzzi e di Argentino ha fatto il giro di tutte le televisioni e loro adesso ci guadagnano l’elezione sicura». Piovono critiche anche dai colleghi dell’acciaieria di corso Regina. Non nasconde perplessità e amarezza Alfonso Errichiello, che salva in zona Cesarini solo Antonio Boccuzzi. «Almeno lui ha ammesso subito che la candidatura gli pareva una mossa giusta - racconta - per farsi portavoce delle esigenze di sicurezza sui posti di lavoro. Ciro, invece, non appena ha saputo che l’altro si sarebbe impegnato ha detto che “non poteva speculare sulla vita di 7 compagni morti in fabbrica” e poi invece s’è candidato pure lui». Polemico è anche Giovanni Pignalosa (uno dei primi a soccorrere i 7 operai la notte tra il 5 e il 6 dicembre scorso): «La classe politica italiana ha dato prova di un brutto sfruttamento d’immagine, di uno sciacallaggio vero e proprio, nel candidare Boccuzzi e Argentino. Entrambi hanno deciso di accettare questo brutto gioco, ma bisognerà vedere se saranno in grado di giocare nella melma dove nuotano i nostri politici. Corrono davvero il rischio di affogare». Ottimista è invece Sabina Laurino, moglie di Angelo. «Conosco meglio Antonio e sono sicura che a Roma potrà fare valere le ragioni di tutti gli operai. Perché in Italia si parla tanto di sicurezza sul lavoro e poi non cambia nulla. La sua elezione potrebbe contribuire a dare una svolta al sistema». Apprezzamenti per la scelta politica anche da parte di Tina Schiavone (suo marito Antonio è stato il primo a morire quella notte): «Se può servire a qualcosa, ben venga la loro candidatura: il nostro Paese è troppo concentrato sul profitto e troppo poco sulla sicurezza. Quello di Boccuzzi e Argentino è quasi un passo dovuto in onore ai nostri morti». |
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