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Data_Inserimento: 07/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: SCHIAVONE ANTONIO

 

 

Titolo: STRAGE SUL LAVORO LA TRAGEDIA DI TORINO
Morte e feriti in fabbrica
per non perdere il posto
Operai investiti dal fuoco: una vittima, sei sono in fin di vita

 

 

Tabella: T. D. L'INFERNO NEL REPARTO: LA CRONOLOGIA DELL'INCIDENTE ALLA THYSSENKRUPP (segue a pagina 3)

 

 

Descrizione: STRAGE SUL LAVORO LA TRAGEDIA DI TORINO


 

CLAUDIO LAUGERI

TORINO

Tra due mesi, quella linea non esisterà più. È la numero 5, quella del trattamento finale dei metalli dello stabilimento ThyssenKrupp in corso Regina Margherita, a Torino.  Là è morto Antonio Schiavone, 36 anni, da 15 operaio in quella fabbrica, travolto da una palla di fuoco con una temperatura tra gli 800 e i mille gradi.  Altri sei hanno riportato ustioni gravissime in percentuali tra l’80 e il 95 per cento del corpo; uno ha ustioni sul viso e su una mano; due sono rimasti intossicati dal fumo.  Una tragedia che segue il rogo avvenuto nello stesso stabilimento quattro anni fa.  Azienda in crisi, tanti licenziamenti e l’incubo della chiusura che spingeva a fare straordinari.  All’epoca di quel rogo, gli amministratori dell’azienda furono condannati per disastro colposo.  Ieri, i magistrati Laura Longo e Francesca Traverso (del pool coordinato dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello) hanno ipotizzato l’omicidio, l’incendio e le lesioni gravissime colposi.  E poi anche l’ipotesi della responsabilità amministrativa, punita con multe salatissime

«Possiamo soltanto dire che l’azienda è addolorata per la vittima di questo tragico incidente.  Ci auguriamo di avere notizie di miglioramenti degli altri operai coinvolti» dicono gli avvocati Ezio Audisio e Andrea Garaventa. «La ThyssenKrupp esprime il proprio cordoglio alla famiglia del lavoratore deceduto e manifesta la propria vicinanza a tutti coloro che ne sono rimasti coinvolti - scrive l’azienda -.  La società conferma la massima disponibilità a collaborare con l'autorità giudiziaria e con tutti gli organi competenti, nella definizione della dinamica dell'accaduto».  La vicenda ha sconvolto Torino, tanto da indurre il Consiglio comunale a decretare una giornata di lutto cittadino per lunedì.

Mercoledì notte, nella fabbrica sono entrate una mezza dozzina di squadre dei vigili del fuoco, la polizia, i soccorritori del «118» e il pm Longo.  Ieri mattina, sono tornati gli agenti della polizia scientifica e gli specialisti dell’unità investigativa dei vigili del fuoco, che hanno lavorato con i consulenti della procura (gli ingegneri Norberto Piccinini e Luca Marmo).  Una mattinata di accertamenti, fotografie, misurazioni, in una parte di fabbrica tenuta sotto sequestro.  Nel pomeriggio, i pm hanno incominciato a raccogliere le testimonianze di chi ha vissuto quell’incubo di fuoco.

Secondo i primi accertamenti, Schiavone è rimasto intrappolato da un doppio incendio.  Il primo è scaturito dalla perdita di un tubo.  L’olio «Renolin HTF» con livello di densità 46 (prodotto dalla Fuchs) ha incominciato a cadere sulla pavimentazione calda, già sporca di grasso e olio.  Ecco il primo incendio. «Come ne accadono a volte, nulla di preoccupante» testimoniano gli operai.  Con ogni probabilità, Schiavone ha preso un estintore ad anidride carbonica e ha puntato il getto contro le fiamme.  Poi, ha deciso di scendere nella fossa sotto il macchinario.  Difficile capire perché.  Forse, voleva spegnere altre fiamme.  O forse, tentava di riparare il guasto al tubo che aveva lasciato cadere l’olio sul pavimento.  Un’operazione da fare con i macchinari fermi, ma che può essere tentata anche bloccando una sezione dell’apparecchiatura, togliendo la pressione (70 atmosfere) all’olio nelle tubazioni.  Un rischio.  Ma anche l’unico sistema per evitare di fermare la lavorazione, di rischiare l’ennesima cassa integrazione.

Di certo, Schiavone si è trovato in mezzo al secondo rogo, scaturito dal cedimento di un altro tubo, forse indebolito dalle fiamme che lo lambivano.  Olio nebulizzato, che ha formato una palla di fuoco.  Schiavone si è trovato là in mezzo.  Due compagni erano a pochi metri e si sono trasformati in torce umane.  Altri quattro sono stati investiti da fiamme e aria rovente.  Un inferno nel reparto che tra due mesi non ci sarà più.

 

 

Data_Inserimento: 07/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: BORGHESI MAURO, GUARINIELLO RAFFAELE, PHANNSCHMIDT ARNO, PICCININI NORBERTO, SCHIAVONE ANTONIO, VESPASIANI GIOVANNI, ZARA MASSIMO

 

 

Titolo: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA
Disastro annunciato I lavoratori denunciano: “Qui ormai si sta smantellando e allora addio manutenzione, l’altra notte a mani nude contro le fiamme”

 

 

Tabella: T.: IL DRAMMA DI CORSO REGINA MARGHERITA la strage della Thyssen Krupp

 

 


 

Disastro annunciato.  Lo dicono i lavoratori della ThyssenKrupp, ai cancelli della fabbrica.  Lo ripetono i vigili del fuoco dopo esservi entrati.  Racconti che confluiscono nelle stanze della procura dove si ascoltano i testimoni, e pure là senti parlare di disastro annunciato: «E’ come l’altra volta, quando per fortuna non ci furono vittime.  Dopo, si assunsero misure di sicurezza, ma sembra, con lo smantellamento in atto dello stabilimento, che l’attenzione per la sicurezza sia stata nuovamente abbassata oltre la soglia di rischio».

L’altra volta l’incendio scoppiò il 24 marzo 2002 e occorsero tre giorni per spegnere un fuoco devastante, alimentato da 20 mila litri di olio contenuto in serbatoi sotterranei.  Successivamente si stimarono necessari interventi per la sicurezza per 1,5 miliardi di euro.  Soltanto la Regione Piemonte accordò alla multinazionale tedesca un finanziamento di 6 milioni di euro.  Nel frattempo il presidente del Comitato esecutivo delle acciaierie in Italia, Giovanni Vespasiani, fu condannato a 8 mesi per disastro colposo, e con lui a 6 mesi e 20 giorni ciascuno due altri alti dirigenti, Mauro Borghesi e Arno Phannschmidt.  Il processo d’appello è dai primi mesi del 2005 in attesa di fissazione da parte della seconda Corte d’appello.

I lavoratori scampati al rogo umano raccontano cose incredibili: «Da mesi segnalavamo alla direzione guasti e riparazioni da effettuare, ma la manutenzione è scomparsa.  Tanti di noi sono stati costretti a svolgere mansioni delicate per cui non avevano né esperienza né preparazione.  A luglio eravano 388, già adesso siamo la metà.  Così i turni di lavoro sono diventati estenuanti, senza che il lavoro sia mancato: ad ottobre, con grosse commesse in arrivo, la produzione si è impennata e abbiamo dovuto arrangiarci».

La sicurezza, secondo Massimo Zara, operaio e delegato sindacale: «Ci siamo trovati di fronte all’incendio con gli estintori vuoti.  Per mesi abbiamo insistito che si provvedesse almeno a questa piccola misura di sicurezza.  Niente da fare.  Dalla direzione continuavano a risponderci: “Li mettiamo a posto domani, ora pensiamo al lavoro”».  Un addetto interno alla sicurezza che ha accettato di parlare a condizione che non se ne riferisse l’identità: «L’altra notte non ha funzionato niente del sistema antincendio.  Non solo: l’allarme non è scattato.  Noi della squadra di intervento, io e un collega, siamo stati avvertiti dagli operai che scappavano.  I telefoni interni non funzionavano più.  Appena sono riuscito ad avvicinare l’area, dove si era sviluppato il principio di incendio, ho trovato 3 dei cinque estintori presenti vuoti.  Il manicotto dell’idrante era bucato: l’acqua ci schizzava in faccia.  Non siamo riusciti che a vedere i colleghi diventare torce umane».

E’ molto peggio di quanto emerse cinque anni fa.  Il gup Immacolata Iadeluca scrisse in sentenza: «I profili di colpa sono stati individuati nel non aver dotato i locali sotterranei di idonea compartimentazione, nel non aver installato rilevatori o un sistema video a circuito chiuso negli stessi locali, non presidiati».  E ancora ci fu colpa, negligenza e imprudenza, da parte di quei vertici dell’azienda, per «non aver previsto un sistema di intervento ad attivazione automatica per gli erogatori esistenti di schiuma».

Il professor Norberto Piccinini era stato consulente tecnico della procura già 5 anni fa.  Ieri, dopo una prima nuova visita allo stabilimento di corso Regina Margherita, ha constatato che i reparti diversi da quello in cui si era sviluppato l’incendio allora, si trovano, sotto il profilo della sicurezza, nella stessa identica condizione.  Il solo dove sembra si sia investito è quello del laminatoio «Sendzmir 62», dove il 24 marzo 2002 uno dei due impianti fissi di spegnimento, entrambi ad «azionamento manuale», fu attivato dalla «squadra ecologica» cinque minuti dopo le prime fiamme. «Un ritardo che fu decisivo».  Quanto almeno il ricorso all’acqua e non alla schiuma per spegnere l’incendio da parte delle squadre interne di intervento: «L’acqua, più pesante dell’olio, causò la fuoriuscita di materiale combustibile che prese a galleggiare nei locali sotterranei.  Percorsi da una fitta rete di cavi elettrici».

A cinque anni di distanza gli impianti di spegnimento delle fiamme sono sempre manuali in quasi tutti i reparti.  E quanto all’azoto liquido negli estintori (indispensabile per bloccare le fiamme in reparti di laminazione dove il calore supera i 140 gradi) si è visto.  Allora dovettero i vigili del fuoco fornirsene e trasferirne grandi quantità sul luogo del disastro.

Guariniello già di prima mattina, ieri, raccontava ai suoi collaboratori di non avere memoria di un caso tanto grave accaduto a Torino dopo quello del cinema Statuto: «Non ricordo un incendio così devastante».  Eppure ci sono stati un precedente pericoloso pochi anni fa in quello stesso stabilimento, un processo impantanatosi dopo il primo grado, condanne chiare e prescrizioni conseguenti per la sicurezza.  Possibile che per gran parte si sia tradotta solo in parole?  Come emerge dal sito internet del gruppo italiano di «ThyssenKrupp»: «Sicurezza e ambiente, una priorità assoluta.  Questi temi sono radicati nella filosofia aziendale».  

 

 

 

 

Data_Inserimento: 08/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, LAURINO ANGELO, LONGO LAURA, SANTINO BRUNO, SCOLA ROBERTO, TRAVERSO FRANCESCA

 

 

Titolo: STRAGE A TORINO L’INFERNO NELL’ACCIAIERIA
Facevano turni di 16 ore
Salgono a quattro le vittime del rogo. I testimoni: gli estintori erano vuoti

 

 

Tabella: T. COMBO: I TRE OPERAI MORTI IERI IN OSPEDALE

 

 

Descrizione: STRAGE A TORINO L’INFERNO NELL’ACCIAIERIA


 

ALBERTO GAINO

GRAZIA LONGO

TORINO

Le vittime per il fuoco alla ThyssenKrupp sono diventate quattro: bilancio sempre più inaccettabile.  Ieri mattina è morto Roberto Scola, 33 anni e due figli piccoli.  Nel pomeriggio non ce l’hano fatta neppure Bruno Santino, 26 anni, e Angelo Laurino, 43 (due figli anche lui).  Gli altri tre feriti sono gravissimi.

La parola, ora, tocca ia magistrati: la società è finita nel registro degli indagati ed è possibile, se  le voci raccolte in procura saranno confermate dagli accertamenti, che i manager di primo livello della multinazionale tedesca siano chiamati a rispondere di accuse gravissime.

Raccontano i testimoni: «Alla acciaieria in smobilitazione si lavorava sino a sedici ore consecutive».  E ancora: «La manutenzione vera e l’attenzione alla sicurezza è cessata con la decisione di chiudere lo stabilimento torinese».  Peccato che ad ottobre fossero state dirottate da Terni importanti commesse e che lo spaventoso rogo di mercoledì sia scoppiato a causa della rottura di un lungo flessibile contenente olio.  La prima mossa della magistratura è di aver alzato il tiro: la società è stata indagata sotto il profilo della responsabilità amministrativa.  Lo consente una legge entrata in vigore a fine agosto che, oltre ad addossaresanzioni economiche importanti alle aziende «colpevoli», consente ai pm di far scattare misure in via cautelare misure decisamente più pesanti, fino al sequestro degli stabilimenti.

Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, affiancato dai pm Laura Longo e Francesca Traverso, ha impostato il lavoro su due fronti: accertare le responsabilità dell’incendio e prevenirne altri in futuro.  Il riflesso dei primi accertamenti sulle condizioni di sicurezza svolti in fabbrica da vigili del fuoco, ispettori dell’Asl e della polizia scientifica .  Ma si vuol andar oltre e fare in fretta (2-3 giorni) per verificare se «ogni luogo» della grande e obsoleta acciaieria consente di lavorare in sicurezza ai poco meno 200 lavoratori rimasti (nel 2002 erano quattromila).  Altrimenti è probabile che scatti il provvedimento più drastico.  La procura ha pure chiesto ai servizi ispettivi dell’Asl di fornirle la documentazione sui controlli di questi ultimi anni nello stabilimento.  I testimoni hanno parlato di estintori vuoti o quasi, e a tarda sera era ancora in corso l’accertamento disposto dai pm per verificare quanto dichiarato loro dai lavoratori.  Punta di un iceberg di irregolarità che erano evidenti già nel 2002, al tempo dell’incendio domato in tre giorni: allora i vigili del fuoco ritennero che si dovesse investire 1,5 miliardi di euro per rifare  l’intero stabilimento.

Mentre proseguono le indagini, le famiglie delle vittime insistono nel chiedere giustizia. «Mio marito è morto per un omicidio non per un infortunio sul lavoro» grida disperata Sabina Laurino, moglie di Angelo, 43 anni, padre di due ragazzi, Fabrizio e Noemi di 12 e 14 anni. «Lavorare in quella fabbrica, senza nessuna garanzia di sicurezza, è stata la sua condanna a morte - prosegue Sabina -.  E adesso non solo sono rimasta senza il suo amore, ma dovrò conti su come allevare due figli adolescenti».  Ancora accuse alla ThyssenKrupp: «Sono dei delinquenti e se la passano bene economicamente, non sanno che esiste gente come mio marito che la sera mangiava solo pane e salame per risparmiare.  Mio marito mercoledì era andato a lavorare, non in guerra e invece è morto come una torcia umana senza neppure l’onore di un soldato».

Alla ricerca di una  verità «che ripari in qualche modo il dramma che stiamo vivendo» è anche Egla Scola, giovane moglie di Roberto, 33 anni, che ha smesso di soffrire all’alba di ieri. «Io ho 24 anni e non lavoro, mi occupo di Gabriele e Samuele che hanno 1 anno e mezzo e 3 anni.  Come faremo a tirare avanti?».  Desolazione e rabbia anche tra i familiari degli altri tre operai che lottano tra la vita e la morte: Rocco Marzo, 54 anni, Giuseppe Demasi, e Rosario Rodinò, tutti e due di 26 anni.  Ieri è venuta a visitarli anche il ministro alla Sanità Livia Turco: «È inammissibile che in fabbrica si muoia in questo modo».  

 

 

Data_Inserimento: 08/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: CANTA DONATA, CARLETTI FABIO, DAMIANO CESARE, MIGLIASSO ANGELA

 

 

Titolo: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA
“Se non si cambia
là non  torniamo”
I delegati ai vertici dell’azienda
“Senza sicurezza niente produzione”
I dipendenti sul piede di guerra

 

 

Tabella: T. INFORTUNI MORTALI SUL LAVORO A TORINO, IN PIEMONTE E IN ITALIA DAL 2002 AL 2006 (segue a pagina 53)

 

 

Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA


 

Reazioni

MARINA CASSI

Là dentro non ci torniamo».  Hanno gli occhi rossi, sono stanchi, infreddoliti, impauriti, sconvolti gli operai della ThyssenKrupp.  Ma hanno una certezza: senza assicurazioni che quella fabbrica sia sicura non si rimettono al lavoro.  Con una certa brutale freddezza lo dicono - al mattino presto all’Amma - i delegati al capo del personale Arturo Ferrucci.  Fabio Carletti della Fiom non lascia dubbi: «Deve essere una autorità terza, come l’Asl, a garantire che si può riprendere la produzione senza rischi.  Lo abbiamo spiegato alla Thyssen e abbiamo anche aggiunto che la verifica la vogliamo su tutto lo stabilimento non solo sulla linea 5».  Per ora l’azienda non ha comandato la ripresa dell’attività e la fabbrica è rimasta chiusa mentre gli operai sciamano per la città di ospedale in ospedale a cercare notizie sui compagni.

Il ministro Damiano - arrivato a Torino al mattino - ha tenuto un vertice in Prefettura con Comune, Provincia, Regione, i segretari del sindacato Canta, Tosco, Rossetto.  E’ del tutto d’accordo con i lavoratori: «Vogliamo che la ripresa del lavoro avvenga dopo che tutto lo stabilimento sia stato sottoposto a verifiche di sicurezza.  Ci sembra una richiesta più che legittima dei lavoratori».  E annuncia che 5 ispettori dell’Asl 1 stanno lavorando insieme alla Procura proprio per valutare lo stato della fabbrica.  C’è sgomento al tavolo, volti tesi.  Per l’assessore regionale al Lavoro, Angela Migliasso «non è escluso che ci sia stata qualche defezione nell’applicazione delle misure di sicurezza e dei controlli; sta indagando la magistratura, lasciamo che faccia il suo lavoro».  C’è il sindaco che lunedì, insieme al gonfalone della Città, sarà al corteo.

Sta montando la mobilitazione e i segretari confederali - che hanno proclamato due ore di sciopero - puntano a fare una delle più grandi manifestazioni contro la morte di lavoro.  Aprirà uno striscione con una sola parola: «Basta!».  Chi non potrà scioperare, come i dipendenti dei trasporti o delle banche, si fermerà in silenzio per due minuti.  Saranno tanti i metalmeccanici che scioperano per otto ore; con loro i segretari generali di Fim, Fiom, Uilm.

 

 

Data_Inserimento: 08/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: LAURINO ANGELO, LAURINO SABINA, SCOLA ROBERTO, SCOLA EGLA

 

 

Titolo: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA
“Thyssen
assassina”
La moglie di Angelo Laurino, morto ieri pomeriggio
“E’ stato un omicido non un incidente sul lavoro”

 

 

 

 

Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA


 

GRAZIA LONGO

È una Spoon River ribaltata.  Nelle poesie di Edgar Lee Master sono i morti a raccontare i loro sogni, i loro drammi.  Qui invece la voce del dolore e della disperazione arriva da mogli, padri, figli di chi quella notte maledetta ha perso la vita nell’inferno di fuoco dell’acciaieria ThyssenKrupp di corso Regina Margherita.

Ieri sono morti altri tre operai.  Ad Antonio Schiavone, 36 anni, (deceduto nell’incendio di mercoledì notte), si sono aggiunti Roberto Scola, 33 anni, sposato, due bimbi di 1 e 3 anni, Angelo Laurino, 43 anni, sposato due figli di 12 e 14 anni.  E ieri sera poco prima delle 23, è spirato Bruno Santino di soli 26 anni ricoverato al Cto.  Per tutto il giorno gli amici lo avevano vegliato davanti all’ospedale, insieme con il fratello Luigi, anche lui operaio alla ThyssenKrupp che non si dava pace: «Capite?  Io sono qui, vivo, per miracolo, solo perché ero in ferie».  C’è anche un amico di Bruno che tiene in mano una foto che li ritrae insieme, belli e felici. «Voglio mettergliela sul comodino - dice - che si ricordino tutti di quanto era bello e sorridente».  Di lì a poche ore, Bruno sarebbe morto.

«È stato un omicidio, non un incidente» urla piangendo Sabina Laurino.  Suo marito ha smesso di soffrire ieri poco prima delle 6 del pomeriggio. «Ma noi no - continua questa vedova di 40 anni col volto stravolto -.  Per me e i miei figli adesso incomincia l’inizio della fine.  Come faremo?  Non solo abbiamo perso il nostro bene più prezioso in un modo così crudele, ma come faremo a tirare avanti?  Angelo si ammazzava di lavoro, notte e giorno in un ambiente dove la sicurezza non era garantita.  Ma che doveva fare?  Dovevamo morire di fame?  Alla fine è morto lui, e noi siamo rovinati».  Davanti al San Giovanni Bosco si accalcano parenti, amici, colleghi.  Sono qui per consolare Sabina, accanto a lei c’è la figlia maggiore, Noemi, Fabrizio è rimasto a casa. «Mia figlia frequenta il primo anno delle superiori, mio marito voleva che studiasse per avere un futuro migliore».

Angelo Laurino lavorava all’acciaieria da 13 anni, negli ultimi mesi si era anche trasferito nella sede di Terni. «Ma restare lì era troppo complicato, io ho un lavoro di 4 ore, notturno, faccio le pulizie in un supermercato.  Mi serve per tirare avanti, abbiamo il mutuo e le bollette da pagare.  Quella della fabbrica lo devono sapere che hanno mio marito e gli altri morti sulla coscienza: se esiste una giustizia devono pagare per quello che è successo».  Rabbia, frustrazione, sofferenza allo stato pure anche per Egla Scola, la giovane moglie albanese di Roberto.  Minuta, indifesa, sembra ancora più giovane dei suoi 24 anni.  Non fa che piangere, ripetendo decine di volte il nome del marito in una litania che stringe il cuore. È inconsolabile, faticano a calmarla la madre Deli e la cugina Mirela. «Perché?  Perché proprio a noi?» sussurra mentre i suoceri e la cognata provano ad arginare il suo dolore.  Egla e Roberto si erano conosciuti una domenica pomeriggio di cinque anni fa al Valentino.  Era stato amore a prima vista, prima un po’ di convivenza poi le nozze. «Quando sono nati i nostri due figli Roberto era l’uomo più felice della terra - ricorda -, Samuele ha 3 anni, Gabriele quasi un anno e mezzo.  Stravedevano per il papà che li faceva sempre giocare, anche se arrivava stanco dal lavoro.  Quella fabbrica me l’ha ammazzato e i miei figli sono rimasti senza padre».

Anche a casa Scola i soldi sono sempre stati un problema, Egla non lavora e Roberto accettava di svolgere tante ore di straordinario per mantenere la famiglia. «Aveva bisogno di un giaccone nuovo, ma non se l’è comprato perché servivano le scarpe ai nostri figli».

Egla è rimasta al Centro grandi ustionati del Cto, dov’era ricoverato il marito, finché glielo hanno consentito.  Poi è andata a casa della suocera. «Ma non riesco a dormire.  Non ce la faccio proprio, neppure con le gocce, ho sempre di fronte a me quei buchi che erano rimasti al posto degli occhi del mio Roberto».

 

 

Data_Inserimento: 08/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: CHIAMPARINO SERGIO

 

 

Titolo: Il sindaco accusa
“Paghino l’impresa
e chi non controlla”
Lontano dai riflettori, va negli ospedali

 

 

 

 

Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA

 


 

Intervista

BEPPE MINELLO

Al telefono puoi solo ipotizzare che abbia gli occhi lucidi quando sussurra: «Ci sono ragazzi che potrebbero essere nostri figli...».  La voce si spezza quando dice: «Sono andato prima alle Molinette e al Maria Vittoria e ora sono appena uscito dal Cto dove ho incontrano parenti, amici e colleghi di Bruno Santino.  Certo, ci sono giovani che muoiono il sabato notte ed è una tragedia enorme, ma morire bruciati lavorando...».  Il sindaco non sapeva ancora che poche ore dopo anche Bruno Santino non ce l’avrebbe fatta.

Sergio Chiamparino, che ancora a tarda sera è tornato al Giovanni Bosco per incontrare la cognata dell’ultima vittima, ha scelto un momento lontano dai riflettori per vivere il dolore scatenato dalla tragedia dell’acciaieria.  Sono le 20,30. «Non sono andato prima perchè... non potevo.  No, la verità è che preferivo non avere il codazzo di giornalisti.  Così la mia visita non sarà servita a molto, ma almeno le persone che ho incontrato si sono potute sfogare».

Che cosa le hanno detto?

«Cose allucinanti.  Posso comprendere qualche esagerazione, ma quando tutti ripetono le stesse cose, le stesse accuse, allora come non crederci?  Dalle loro parole emerge il quadro di un’azienda che i tedeschi hanno deciso di lasciare andare, uno stabilimento abbandonato dal punto di vista della sicurezza».

Lei ha ricordato, come esempio da seguire, il piano sicurezza sul lavoro adottato durante il periodo olimpico: perchè?

«Perchè si riuscirono a ridurre al minimo i rischi pur con lavori edili di grande complessità.  Io però non sono un tecnico e le fabbriche hanno norme diverse.  Come rappresentante delle istituzioni non posso che battere sulla prevenzione.  Com’è possibile che gli estintori fossero scarichi?  Il mio dovere è dare voce a gente che non riesce ad averla, lanciare l’allarme».

Secondo lei gli imprenditori hanno responsabilità?

«Le leggi ci sono, il problema, nei due terzi dei casi, è farle applicare: purtroppo i controlli, e quegli estintori sono lì a dimostrarlo, non si fanno».

Su questa tragedia tutti hanno detto la loro: Mussi, ad esempio, ne ha approfittato per attaccare il protocollo sul welfare là dove incentiva gli straordinari; c’è chi attribuisce i morti a un «modello economico e sociale criminale»: lei che è uno dei fondatori del Pd, che ne pensa?

«L’Italia, rispetto ai paesi del suo livello, è in testa alle classifiche dei morti.  Ci sarà anche un problema di straordinari, ma credo sia più importante il rispetto delle regole, la loro applicazione e il controllo che tutto ciò avvenga realmente.  Invece, cos’abbiamo?  Estintori scarichi, che tutti sapevano essere scarichi e nessuno controllava.  Insomma, gli straordinari si possono fare, ma rispettando regole e contratti»

E il «modello criminale»?

Io dico che non è più possibile un sistema industriale che non metta al primo posto il fattore umano e la responsabilità sociale verso i dipendenti e la società.  Prima di ogni cosa deve venire la sicurezza.  Ha detto bene Napolitano che le responsabilità sono di tutti nell’azienda e tutti devono collaborare.  E quando saranno accertate le responsabilità alla ThyssenKrupp qualcuno dovrà pagare».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 09/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: HERMANN FECHTER JUERGEN

 

 

Titolo: Retroscena L’indagine   sulla sicurezza nella fabbrica   Ignorato l’allarme del computer Due ore prima del disastro, nessuno lo ha visto Indagati tre dirigenti ai vertici della Thyssen

 

 

 

 

Descrizione: LA STRAGE DI TORINO. L'INCHIESTA


 

E adesso, dopo la ThyssenKrupp, nel registro degli indagati vi sono anche tre suoi dirigenti.  La magistratura ha bypassato i funzionari locali e ha puntato ai vertici (per ora) del gruppo italiano.  L’indicazione dei reati è prudente (omicidio e lesioni colpose, così come è colposa l’ipotesi di disastro che si contesta), ma è ormai chiaro l’orientamento dell’inchiesta nata dal rogo che ha distrutto vite di operai impegnati da turni massacranti in lavorazioni a rischio: risalire di responsabilità in responsabilità a chi ha governato la politica di spremere un impianto obsoleto e i dipendenti sino alla chiusura, già decisa.

Va da sé che l’amministratore delegato del gruppo italiano, Harald Espenhahn, con le deleghe esecutive più importanti in seno al consiglio di amministrazione, sia il primo a rispondere di queste contestazioni.  Il profilo finanziario, determinante nello scenario della smobilitazione dello stabilimento torinese, trascina nelle accuse il consigliere delegato Gerald Priegnitz, che si occupa di controllo di gestione e amministrazione e finanza.  Il terzo inquisito potrebbe essere l’ingegner Marco Pucci, consigliere con le restanti deleghe: per il commerciale e il marketing, settori che contribuiscono a determinare la strategia del gruppo.

Il presidente del gruppo

Anche il presidente Juergen Hermann Fechter compare nel registro degli indagati, ma solo quale rappresentante legale dell’impresa - ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni - indagata per «responsabilità amministrativa»: violazione che consentirebbe al termine dell’ispezione dei tecnici Spresal di sequestrare «cautelarmente» lo stabilimento torinese, qualora il cda intendesse riattivarlo.

Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e i pm Laura Longo e Francesca Traverso hanno fatto sequestrare ieri anche il computer del «pulpito» (la piattaforma di comando) della linea 5, quella che ha preso fuoco mercoledì notte.  La prima ispezione dei consulenti della procura e dei vigili del fuoco ha consentito di far emergere che l’apparecchiatura di «governo dei sistemi d’allarme collegati ai macchinari», due ore prima del rogo, aveva segnalato un guasto elettrico.  Antonio Bocuzzi, sopravvissuto all’inferno, testimonia: ««Il computer indicava il malfunzionamento di un catarifrangente che causava il blocco dell’impianto.  Magari la macchina non fosse mai ripartita, ora i miei colleghi sarebbero ancora vivi».  La procura ha disposto una consulenza informatica sul computer per ricostruire quanti allarmi sono scattati e per quali motivi tecnici, quella sera e i giorni precedenti.

Altro importante tassello nasce dalla rivelazione anticipata ieri dai lavoratori ai cancelli della fabbrica: il 15 novembre c’è stato l’ennesimo principio di incendio, al laminatoio «Sendmizir 62», quello del rogo del 2002, durato tre giorni.  Là l’azienda ha investito nell’installazione di un impianto antincendio ad «azione automatica».  Racconta come è andata uno dei lavoratori rimasti circondati dal fuoco: «Io e i miei compagni siamo scesi dal “pulpito” per prendere gli estintori.  Ho tirato inutilmente le linguette di due, tre contenitori per far scattare i sigilli.  Solo in un caso c’è stato un inizio di spruzzo.  Il livello del fuoco suggeriva questa procedura, più economica e di maggior igiene ambientale rispetto all’attivazione dell’impianto di spegnimento automatico.  Che poi sono stato io far scattare premendo l’apposito pulsante: subito si è scaricato sul treno di laminazione un fumo densissimo.  Quei bomboloni alti due metri contengono anidride carbonica, tolgono ossigeno al fuoco, non respiri.  Siamo scappati subito».

I costi

Con quel genere di impianti antincendio vi sono stati più morti in altre fabbriche.  L’azoto liquido costa troppo?  In ogni caso la linea di lavorazione della strage aveva a disposizione, come misura di sicurezza, solo estintori in gran parte vuoti o con materiale «decantato», inefficace.

Venerdì pomeriggio, mentre l’ispezione dei consulenti dei pm sui 300 estintori dello stabilimento stava cominciando, la «volante» mandata a presidiare l’ingresso della fabbrica ha bloccato un manutentore esterno alla guida di un furgone contenente un serbatoio per la ricarica degli estintori.  L’uomo è stato poi sentito in procura.  Nel frattempo i vigili del fuoco e i tecnici dell’Asl 1 hanno sigillato, uno ad uno, i trecento estintori, e un primo blocco di 30 è stato trasportato nel vicino comando dei «pompieri» per verificarne contenuto e funzionamento.  

 

 

Data_Inserimento: 09/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: BOCCUZZI ANTONIO

 

 

Titolo: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA
La 16ª ora
“Abbiamo diritto al riposo il giorno dopo
ma basta lavorare mezz’ora in meno
per poter tornare subito in azienda”
Un superstite dell’esplosione alla linea 5

 

 

Tabella: T. I NUMERI DELLO STABILIMENTO THYSSENKRUPP DI CORSO REGINA (segue a pagina 67)

 

 

Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA


 

Colloquio

GRAZIA LONGO

Sedici ore di lavoro per tirare avanti.  Per pagare l’affitto, le bollette, la spesa.  Di vacanze neppure a parlarne, «quello sono un lusso per ricchi, noi le facciamo ad anni alterni, ospiti a casa di mia suocera in Sicilia».

Per chi ancora non crede che nella città simbolo dell’industria c’è qualcuno disposto al doppio turno per mantenere la famiglia, ecco la faccia bruciacchiata, lo sguardo perso e le parole di Antonio Boccuzzi, uno dei tre operai feriti solo di striscio nell’incendio di mercoledì notte alla ThyssenKrupp.  Parole che pesano come macigni, che suonano stonate nella città di Gramsci, di Gobetti, della Fiom e della Quinta Lega.  Tanto più che nell’acciaieria di corso Regina, per mascherare il doppio turno era stata aggirata la legge. «Se facevi 16 ore di fila avevi diritto al riposo compensativo il giorno dopo.  Allora ci era stato chiesto di lavorare 15 ore e mezzo: quella mezz’ora in meno ti consentiva di essere in fabbrica anche il giorno successivo.  Io l’ho fatto diverse volte, non tantissime, ma abbastanza.  E come me altri.  Mi facevano comodo i soldi e alla ditta serviva personale per sopperire ai pensionamenti e alle dimissioni dei colleghi che avevano cercato un altro posto a causa dell’imminente chiusura».  Antonio - 34 anni, una moglie di 32, Giusy, commessa a tempo determinato alle Gru - si stupisce quando gli chiediamo come facesse a reggere quei ritmi. «La fatica?  Non la senti, glielo dico io che non la senti, perché pensi alla busta paga.  E sai che quei soldi in più a fine mese ti servono per far quadrare il bilancio.  Mia moglie ha un’occupazione precaria e per fortuna non abbiamo figli da mantenere, ma le spese sono tante e senza sacrifici non vai avanti».

La differenza dello stipendio con o senza straordinario si aggira intorno ai 300 euro. «Per tanta gente possono esser pochi, ma per chi come me non si può permettere due auto e deve fare attenzione a cosa mette nel carrello della spesa, sono soldi.  Prima dell’estate, quando ancora non era stata annunciata la dismissione dell’azienda, grazie allo straordinario arrivavo anche a 2 mila euro.  Oggi al massimo 1.500, anche perché non lavoriamo il sabato e la domenica».  Antonio Boccuzzi era in straordinario anche mercoledì notte, «non alla sedicesima ora in quella occasione, ma alla dodicesima e per essere lì avevo anche litigato con mia moglie».  Perché è chiaro che il denaro serve, ma il troppo lavoro toglie tempo prezioso alla famiglia.

«Solo che quando hai bisogno devi stringere i denti anche se tua moglie vorrebbe stare un po’ più con te.  Come mercoledì notte: sarei dovuto smontare alle 22, ma Antonio Schiavone, mio grandissimo amico conosciuto 13 anni fa quando entrambi fummo assunti, mi chiese di fermarmi per lo straordinario. “E dai che poi ti accompagno io a casa” mi disse.  Quando lo comunicai al telefono a mia moglie lei si arrabbiò tanto che io le dissi che per quella sera l’avrei accontentata e sarei tornato a casa.  Lei di rimando, tra lo scherzoso e l’arrabbiato mi rispose “No, stavolta ti lascio lì in fabbrica”».  Immaginate lo shock quando alle 4,30 è stata avvisata dell’esplosione. «Sono stato miracolato a non essere inghiottito dalla fabbrica, ma mi tormenta la fine crudele dei miei compagni».

 

 

 

 

Data_ultima_pubbl.: 10/12/2007

Pagina_ultima_pubbl.: 2

 

 

Data_Inserimento: 10/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: PIGNALOSA GIOVANNI

 

 

Titolo: LA STRAGE DI TORINO SCAMBIO DI ACCUSE
La Thyssen
“L’acciaieria
era a norma”
L’azienda: mai smesso di fare  manutenzione
Gli operai: non c’erano i corsi anti-incendio

 

 

 

 

Descrizione: LA STRAGE DI TORINO SCAMBIO DI ACCUSE


 

GRAZIA LONGO

LODOVICO POLETTO

TORINO

Corsi antincendio? «Inesistenti».  Verifica degli estintori? «Scaricano su di noi, ma sanno bene che se non funzionavano la colpa non è nostra.  Altrimenti perché venerdì mattina si sarebbero premurati farne arrivare di nuovi?».  Operai e delegati sindacali reagiscono con rabbia alle dichiarazioni della ThyssenKrupp secondo cui «al momento, non c’è alcuna conferma che, all’origine dello stesso, vi sia la violazione di standard di sicurezza».

S’indignano e assicurano che dopo il 7 giugno, giorno in cui venne annunciata la dismissione, l’attenzione alla manutenzione è crollata di botto.  Venticinque anni, assunto due anni fa a tempo indeterminato, Maurizio è uno degli addetti alla «tutela» della Thyssen. «Me lo chiedo tante volte quando sono in azienda: se scoppia un incendio io che cosa posso fare? - si chiede retorico -. È vero, faccio parte del servizio di tutela, ma i corsi con i pompieri non me li hanno fatti fare.  Finché lavoro con un collega che ha più esperienza e formazione di me, va bene.  Ma altre volte sono da solo, con altri che non hanno mai mai fatti i corsi».  E ancora: «Ero in forza ad un altro reparto; un giorno si sono trovati sotto organico nel settore tutela, che poi è quello che interviene nei principi d’incendio, e mi hanno detto “adesso ti occupi di quello”.  E io ho abbassato la testa: o accettavo o mi facevano fuori.  E addio lavoro».

Maurizio non rivela il nome vero perché ha paura dell’azienda.  Ma i delegati sindacali puntano il dito.  Giovanni Pignalosa, della Rsu Fiom è tra questi.  Insiste: «I problemi di questo stabilimento partono da qui, dalla mancanza di formazione, dalla troppa improvvisazione».  Perchè, come Maurizio, che ne sono altri addetti alla tutela senza corso di formazione.  Colpa, dicono, della riduzione di organico.  E dire che i vigili del fuoco sono andati parecchie volte a tenere corsi di aggiornamento.  Le ultime due a febbraio e marzo.  Due cicli di lezione di 16 ore ciascuno.  I pompieri insegnano cosa si deve fare in caso di principio di rogo.  Spiegano come e quando usare egli estintori e le manichette antincendio.

Pignalosa insiste sulle difficoltà legate «alla carenza di organico e di professionalità.  Ma i vertici aziendali si devono mettere una mano sulla coscienza ed evitare di raccontare bugie.  La verifica doveva svolgerla un operaio su indicazione del capoturno, peccato però che i capoturno erano scesi da 7 a 1.  E poi perché mai il fornitore degli estintori si è presentato in fabbrica venerdì mattina?  Ci ha detto che lo aveva convocato il magistrato, ma non è vero».

Ma l’acciaieria ribadisce che «nonostante la produzione dello stabilimento torinese sia progressivamente diminuita a solo il 30% delle sue capacità produttive, la ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni non ha mai smesso di effettuare la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti del sito torinese.  La buona parte degli impianti è destinata ad essere trasferita a Terni per la realizzazione di prodotti di assoluta eccellenza e qualità».  Sui posti di lavoro aggiunge che «a tutti i dipendenti dello stabilimento torinese sono state assicurate garanzie e misure, sia di natura occupazionale che economiche, per il loro futuro».  Pignalosa replica: «Ci hanno rimbalzato ad agenzie interinali che ci hanno offerto contratti a tempo determinato per 3 mesi».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 10/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: CANESTRI FABRIZIO

 

 

Titolo: “Gli estintori venivano
caricati regolarmente”
Il manutentore della Sma: in un magazzino ce n’erano 40 di riserva  

 

 

 

 

Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA


 

Intervista

CLAUDIO LAUGERI

C’erano 32 estintori nel reparto dello stabilimento di corso Regina Margherita dove mercoledì notte sono morti i 4 operai della ThyssenKrupp.  Ma la dotazione era di 25.  Perché c’erano quei 7 estintori in più?  Erano tutti funzionanti?  Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, alcuni hanno emesso flebili spruzzi. «Possibilissimo, basta che qualcuno li abbia utilizzati e non li abbia fatti ricaricare» spiega Fabrizio Canestri, 35 anni, titolare della filiale torinese della «Cma», la ditta che dal ‘97 ha in appalto il servizio di manutenzione degli estintori della ThyssenKrupp.

Come è possibile che ci siano tutti quegli estintori in più?

«In quel reparto accadeva con una certa frequenza che gli operai utilizzassero quegli strumenti per spegnere piccoli incendi.  Una volta tolti i sigilli, gli estintori andrebbero ricaricati.  Altrimenti, l’efficacia è compromessa».

E perché non sono stati ricaricati?

«Non saprei, forse sono stati prelevati nel giro che facciamo ogni 10 giorni, come da contratto.  A volte, gli operai li lasciano in posti difficili da individuare.  E comunque, quando non troviamo gli estintori, li rimpiazziamo con altri nuovi.  Per questo non mi stupisce che ne abbiano trovati più di quanti erano previsti».

E se in qualche situazione di emergenza non fossero sufficienti?

«In un magazzino ce ne sono 40 di riserva più altrettanti che ho venduto all’azienda qualche anno fa.  E comunque, a volte, io stesso ne ho lasciati 3 o 4 in più nel reparto, per ogni evenienza».

Due giorni dopo il rogo, un picchetto di operai ha bloccato il suo furgone davanti allo stabilimento...

«Non è stato un momento piacevole.  Mi hanno preso a male parole, non ho capito perché».

Forse pensavano che fosse andato là per sostituire gli estintori...

«Figuriamoci, fossi matto.  Mi aveva chiamato il responsabile della sicurezza (Cosimo Cafueri, n.d.r.), aveva bisogno di raccogliere dati, di parlarmi.  Vista la situazione ai cancelli, abbiamo deciso di rinviare l’incontro.  Tutto qui».

Qualcuno ha anche detto di aver visto il suo furgone carico di estintori...

«Ma no, era vuoto.  Non avevo motivo di portare materiale, ero andato là soltanto perché mi avevano chiamato.  Nient’altro.  A me spiace molto per quegli operai, davvero.  In quello stabilimento ci ho passato tanto tempo, alcuni ragazzi li conosco anche di vista.  Mi è dispiaciuto essere stato assalito così.  Capisco il dramma, lo stato d’animo, ma perché devono prendersela con me?».

 

 

 

 

Data_ultima_pubbl.: 11/12/2007

Pagina_ultima_pubbl.: 3

 

 

Data_Inserimento: 11/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: RINALDINI GIANNI

 

 

Titolo: 5 domande a Gianni Rinaldini segretario Fiom
«L’azienda
voleva farli
tornare subito
al lavoro»

 

 

 

 

Descrizione: LA STRAGE DI TORINO. LA MANIFESTAZIONE


 

Il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, intervistato dalla Rai, ha denunciato la volontà della Thyssenkrupp di riprendere la produzione «mezz’ora dopo la tragedia».  E’ vero?

«Ho esemplificato nel dire “mezz’ora”, ma la volontà, insistita, c’era sin da venerdì».

La Fiom a Torino ha sindacalisti riconosciuti «duri»: ma lei, a Torino è stato fischiato.  Perchè?

«I lavoratori vogliono i fatti, non discorsi.  E’ prevalsa la collera, la rabbia, e io li capisco: il sindacato è l’unico soggetto esterno con cui hanno rapporto, ed è diventato oggetto di contestazione.  Le parole non bastano più.  Ma la Fiom è con loro, assieme siamo andati in corteo all’Unione Industriali».

Colpe imprenditoriali, ma, aggiunge Cremaschi, anche del governo che con l’indulto ha depenalizzato pene per gli infortuni sul lavoro, di forze appiattite su flessibilità, competitività, globalizzazione.  Anche la sinistra non vi rappresenta?

«L’isolamento dei lavoratori è un fatto.  Ora tutti scoprono che gli operai esistono, ma fino all’altro ieri ci dicevano che eravamo troppo conflittuali».

Un nome?

«Damiano, il ministro.  E ricordo che Berlusconi ha cambiato la legge che conteneva in dieci ore il massimo arco d’impegno.  Ora si dice che bisogna garantire undici ore consecutive di riposo.  Non è la stessa cosa».

La Thyssen tornerà a produrre a Torino?

«Prima si accertino le responsabilità, si condannino con pene adeguate i responsabili della strage, facendosi carico di chi ha pagato con la vita e di chi la prorpia vita la rischiava»  

 

 

 

 

Data_Inserimento: 11/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: OZTURK NIHAT, REESE HEIKO, WALNER ERIK

 

 

Titolo: LA STRAGE DI TORINO VIAGGIO NEL CUORE DELLA THYSSEN
“Perché, a Torino
è successo qualcosa?”
L’agghiacciante risposta dei sindacalisti

 

 

Tabella: T. I NUMERI DELLA THYSSENKRUPP

 

 

Descrizione: LA STRAGE DI TORINO. VIAGGIO NEL CUORE DELLA THYSSEN


 

Reportage

GIANLUCA PAOLUCCI

INVIATO A DÜSSELDORF

Quattro morti dice? È terribile, veramente terribile».  Nihat Ozturk, primo delegato della sezione di Düsseldorf del potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, cade letteralmente dalle nuvole quando sente parlare dell’incidente alla ThyssenKrupp di Torino.  Ripete più volte il suo sconcerto, esprime la propria partecipazione al lutto dei colleghi, delle famiglie, poi rimanda a qualcun’altro.  La «Casa del sindacato» è una palazzina di sei piani, a due passi dal centro della città.

Sullo sfondo, il grattacielo che ospita la sede centrale della ThyssenKrupp Ag, il colosso dell’acciaio che macina utili, tonnellate di ferro e, qualche volta, vite umane.  Non dev’essere facile fare i conti, da sindacalista, con un gigante che vale in borsa 23 miliardi di euro, dà lavoro a oltre 190 mila dipendenti sparsi per il mondo e da qui disegna le sue strategie globali.  Proprio qui, tra le ciminiere e le foreste che stanno tra il Reno e la Ruhr, è nato il cosidetto Modello renano, quello del coinvolgimento del sindacato nell’impresa, tante volte dato per morto e invece ancora attivo.  Le ciminiere, altrove in Europa confinate a reperti del secolo scorso, ci sono ancora e anzi, crescono.  L’impianto della ThyssenKrupp di Schewelgern, a pochi chilometri da Düsseldorf, è uno dei più moderni e imponenti del mondo, ed è entrato «a regime» solo nel 2005.  Vederlo di notte, con i fumi che escono tra le luci, fa una certa impressione.  Può trattare fino a 2,6 milioni di tonnellete di minerale grezzo per trasformarlo in materiale ferroso da far diventare acciaio.

Ad Hamborn, poco distante, per il prossimo anno ancora la ThyssenKrupp metterà in funzione una nuova linea di produzione del suo altoforno, la numero otto.  Tanto per dare la misura, il pil del Nord Reno-Westfalia, la regione della quale Dusseldorf è capitale, vale da solo oltre 500 miliardi di euro.  Il prodotto interno lordo per abitante supera lo stipendio degli operai morti a Torino, 27 mila euro all’anno.  La stessa reazione di Ozturk l’aveva avuta, di buon mattino, il suo collega Heiko Reese, secondo delegato nonché tesoriere.  Poco più di trent’anni, barbetta e orecchino, Reese spiega che di questa storia dell’incidente non sapeva nulla.  Né si ricordava, in tempi recenti, incidenti così gravi negli impianti del gruppo.  Dal punto di vista del sindacato i rapporti con la ThyssenKrupp sono «buoni».  E, per quanto gli risulta, anche gli standard di sicurezza sono «buoni».

Ma possibile che proprio qui, a due passi dai grandi altoforni di Schewelgern e di Hamborn, non si sappia nulla di quattro morti, e dei cinque che ancora lottano per restare in questo mondo, né delle accuse lanciate dai sopravvissuti alle carenze dei sistemi di sicurezza? «Aspetti, mi faccia pensare... forse è meglio se parla con il mio collega, lui segue più da vicino la Thyssen».  Il collega è Ozturk, che dopo aver espresso il suo cordoglio ci rimanda ad un altro suo collega a Düsseldorf, che però è fuori ufficio.  Oppure alla sede centrale di Ig Metall, a Francoforte.  O meglio ancora alla Federazione internazionale dei metalmeccanici, a Ginevra. «Il segretario generale è un italiano», aggiunge.

«Ma alla Thyssen cosa dicono?».  Poco. «Le cause dell’incendio sono tuttora in corso di accertamento e, al momento, non c’è alcuna conferma che, all’origine dello stesso, vi sia la violazione di standard di sicurezza», era il succo del comunicato stampa diffuso domenica e ribadito ieri a Düsseldorf.  All’ingresso del grattacielo di vetro e acciaio al numero uno di August-Thyssen-Strasse, tra il via-vai di Mercedes nere e di impiegati in abito grigio, a dirigere il traffico all’ingresso c’è Corinne.  Non lavora per il gruppo, ma per una società esterna che ha in appalto alcuni servizi.  No, dello stipendio non si può lamentare, né dei turni di lavoro.  E si fa in quattro per cercare al telefono gente che, dai piani alti, rimanda ad altri numeri di telefono.  Alla fine, la persona che si occupa di questa storia dell’Italia non c’è, tanto per cambiare. È a Duisburg, poco distante, ma oggi non può ricevere nessun giornalista.  E comunque, quello che l’azienda doveva dire lo ha detto appunto domenica, con un quel comunicato. «Quella è la nostra posizione e, al momento, non abbiamo altro da aggiungere», dice dall’altro capo del filo Erik Walner, uno dei portavoce del gruppo.

Il grattacielo è destinato ad andare in pensione tra breve.  Due, forse tre anni e poi il quartier generale della ThyssenKrupp traslocherà ad Essen, dove per ora c’è solo un enorme cantiere e un vecchio stabile abbandonato.  Di fronte, altri uffici del gruppo.  Anche qui, stesse risposte: non c’è nessuno, gli impianti non si possono visitare, il cantiere qui di fronte neppure.  D’altronde, perché prendersela con la ThyssenKrupp e venire qui a cercare di capire perché in Italia si muore ancora di lavoro.  Qui non succede, o succede molto meno.  Gli operai non si lamentano, gli azionisti - che quest’anno incasseranno 1,3 euro per azione di dividendo, contro 1 euro dello scorso anno - meno che mai.  Almeno per ora.  Ieri il titolo ha perso l’1,1% e da qualche giorno fa peggio sia dell’indice di Francoforte che dei concorrenti.  Forse, almeno la Borsa, si è accorta che laggiù sotto le Alpi qualcosa è successo.

 

 

Data_ultima_pubbl.: 11/12/2007

Pagina_ultima_pubbl.: 56

 

 

Data_Inserimento: 11/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: SANTINO NINO, SANTINO BRUNO

 

 

Titolo: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA  
“Assassini”
Nino Santino alla guida del corteo dei trentamila
L’altro figlio: “Thyssen addio, non morirò come Bruno”
Il papà dell’ultimo deceduto

 

 

 

 

Descrizione: LA TRAGEDIA MORTE IN ACCIAIERIA


 

Personaggio

GRAZIA LONGO

Una sola accusa: «Assassini».  Una sola preghiera: «Giustizia».  Un solo invito: «Non dimenticate».  L’anima del corteo di ieri mattina porta il volto terreo e lo sguardo acquoso di chi è sempre sul punto di piangere.  Il volto di Nino Santino.  Suo figlio Bruno, 26 anni, è una delle quattro vittime dell’inferno di fuoco alla ThyssenKrupp.

Nino ripete il suo nome all’infinito, da solo e insieme a quelli degli altri tre operai inghiottiti dalla fabbrica. «Bruno, Antonio, Angelo, Roberto».  Una cantilena funebre che arriva dritta al cuore, alternata a un urlo d’accusa gridato con tutto il fiato che ha in gola. «As-sas-si-ni, as-sas-s-ini, as-sas-si-ni».  Immaginatelo cadenzato insieme a 30 mila persone che sfilano dietro di lui. È un boato, un fiume di rabbia, disperazione, indignazione.  Urla e applausi, poi ancora urla che squarciano il silenzio del corteo.  E Nino sempre lì in prima fila con la pagina de La Stampa che racconta il sacrificio dei sette operai trasformati in torce umane. «Guardate, guardate qua: chi me lo ridà mio figlio?  Aveva solo 26 anni».  E di nuovo giù con quella denuncia, «assassini», che resta il leitmotiv dell’intera manifestazione. È sempre Nino a guidare gli slogan, li inventa a mo’ di strofe rimate. «Brucerete anche voi, come i nostri figli che non erano conigli».  E ancora «Non dormirete mai più sonni tranquilli».

Ma anche «Giustizia, giustizia, giustizia» perché «prima hanno ucciso i nostri figli e ora scaricano la colpa su di loro».  Due domande ripetute infinite volte: «Dov’erano gli estintori?  Dov’era la sicurezza».  Un uomo di 58 anni, passato da operaio, presente da disoccupato, futuro da padre inconsolabile che non si capacità della fine crudele del suo secondogenito.  Il primo, Luigi, 28 anni, gli sfila accanto.  Anche lui operaio alla ThyssenKrupp. «Da cinque anni, mentre mio fratello da poco più di tre - dice - ma io in quella fabbrica non ci metto più piede.  Non voglio morire come Bruno».  Il padre lo guarda e annuisce, «mia moglie non s’è ammazzata solo perché le è rimasto quest’altro figlio.  La sera che Bruno è morto al Cto lei s’è buttata sul suo letto, “mettetemi nella bara con lui” urlava tormentata come può essere una madre che perde sangue del suo sangue».

Nino Santino è originario di Roccapalumba, in provincia di Palermo, dove ieri l’amministrazione comunale ha fatto celebrare un messa. È emigrato a Torino 39 anni fa. «Ricordo ancora il giorno preciso: mercoledì 8 ottobre 1969, sono salito al nord per trovare lavoro.  Ho conosciuto mia moglie Rosa, emigrata dalla Calabria, alla Standa mentre facevamo la spesa.  Poi sono arrivati i figli e adesso questi assassini ce ne hanno tolto uno.  Bruno, Bruno, Bruno».  Rosa non se l’è sentita partecipare al corteo, «è all’obitorio al Cto, guarda la foto di Bruno, perché non è rimasto niente altro da guardare. È andata lì a visitare una fotografia.  Spero che i politici e il sindacato se lo ricordino, spero che la morte di mio figlio e dei compagni possa servire a salvare altre vite, a garantire la sicurezza sul lavoro per altri operai».  Poi, di nuovo il tentativo di sfogare la ferita che ha nel cuore. «Assassini».  E ad aggiungere dolore a dolore arriva a sera la rivelazione di Antonio Boccuzzi che a Matrix afferma: «So che Anna, la compagna di Bruno, aspetta un bambino».

 

 

 

 

Data_ultima_pubbl.: 13/12/2007

Pagina_ultima_pubbl.: 21

 

 

Data_Inserimento: 13/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: HENNING KLAUS PETER

 

 

Titolo: “Quelle famiglie  potranno sempre contare su di noi”

 

 

 

 


 

Aiuto alle famiglie, conferma della strategicità del nostro Paese e del piano di investimenti del gruppo in Italia, disponibilità a rivedere le procedure di sicurezza qualora dovessero emergere delle carenze.  Ad una settimana dalla tragedia di Torino, i vertici tedeschi di ThyssenKrupp accettano di rispondere ad alcune domande de La Stampa.  A rispondere è Klaus-Peter Henning, membro del board e responsabile del personale della ThyssenKrupp Stainless AG, la holding che controlla le attività nell’acciaio lavorato del gruppo di Düsseldorf.  

Signor Henning, la strategia del gruppo ThyssenKrupp in Italia è destinata a subire delle modifiche dopo i fatti di una settimana fa?

«In questi giorni di lutto i nostri pensieri vanno ai familiari delle vittime e dei feriti.  Esprimiamo il nostro cordoglio alle famiglie colpite e ribadiamo che potranno sempre contare sul nostro aiuto.  In riferimento alla sua domanda, quasi 7000 dipendenti di ThyssenKrupp lavorano con successo in Italia; di questi, più di 3000 per il gruppo Stainless.  L'Italia è per noi un Paese importante oggi, e lo rimarrà anche nel futuro».

L’Unione europea ha recentemente dichiarato illegittime le agevolazioni tariffarie delle quali ha goduto, a partire dal 2005, l’impianto ThyssenKrupp di Terni.  Prevedete delle modifiche al vostro piano d’investimenti dopo la decisione della Ue?

«Il piano di investimento per Terni è già stato varato.  Le disponibilità finanziarie sono state deliberate e tante iniziative sono già in atto.  L’Italia è il secondo mercato europeo per i prodotti in acciaio inossidabile piani.  Per questo vogliamo proseguire nel continuo sviluppo della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni, per competere con successo sui mercati internazionali».

I sopravvissuti alla tragedia hanno parlato di gravi carenze nei sistemi di sicurezza nell’impianto torinese.  Può dirci se gli standard di sicurezza sono gli stessi in Italia, Germania e negli altri Paesi dove opera il gruppo?

«In tutti i nostri stabilimenti nel mondo adottiamo comuni regole e standard di sicurezza.  Il nostro impegno per migliorare questi standard è costante e continuo.  Se dalle risultanze delle verifiche in corso si evince che ci sono delle possibili aree di miglioramento, non mancheremo di adottarle sia a Torino sia negli altri nostri impianti».

 

 

Data_Inserimento: 13/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: FERRUCCI ARTURO, MATERA FRANCESCO, SALERNO ROBERTO

 

 

Titolo: STRAGE DI TORINO IL GIORNO DELL’ADDIO
L’ultima accusa: “Ispezioni pilotate” Un ex operaio Thyssen: “L’azienda veniva avvisata due giorni prima dei controlli”

 

 

 

 


 

GRAZIA LONGO

TORINO

Ispezioni pilotate.  L’ultima accusa alla ThyssenKrupp svela un retroscena inquietante: «L’azienda era informata dei controlli dell’Asl con due giorni d’anticipo e di conseguenza noi operai eravamo incaricati di mettere tutto a posto sul fronte sicurezza per evitare multe salate».

La denuncia arriva da Francesco Matera, 29 anni, 8 dei quali spesi dentro l’acciaieria torinese come primo addetto al reparto laminazione.  Da settembre ha un nuovo posto di lavoro, ma non dimentica «gli abusi, le minacce e lo sfruttamento dentro la Thyssen.  In quell’inferno è morto il mio migliore amico, Bruno Santino e chiedo giustizia in onore a lui e alle tre vittime».  Affermazioni sulle quali farà luce la procura di Torino.  Il pool del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello osserva che «se le contestazioni dell’ex dipendente Thyssen trovassero conferma si aprirebbe un altro scenario.  Noi finora abbiamo interrogato solo i dipendenti coinvolti la sera del rogo, ma se emergessero riscontri si aprirebbero nuovi interrogativi.  Chi preannunciava le ispezioni all’azienda?  In che modo?».

Una presa di distanza totale dalle accuse arriva, invece, dal direttore del personale Arturo Ferrucci: «C’è un’indagine in corso e sono convinto che la magistratura farà chiarezza.  Ribadisco, tuttavia, che noi siamo una società molto seria e non abbiamo mai fatto cose simili.  Chi lo ha detto dovrà assumersene la responsabilità».

Il racconto di Francesco Matera, però, è preciso, puntuale, dettagliato.  Punto primo: «Durante le ispezioni ci era stato categoricamente vietato di fondere l’acciaio 300, quello più pericoloso perché produce fumi densi come la nebbia.  Il motivo?  Dentro il mio reparto non funzionavano le ventole di aspirazione.  Ha capito?  Non fun-zio-na-va-no».  E quindi? «Ci era stato imposto di laminare solo l’acciaio 400 e 430, che non provoca fumi».  Punto secondo: «Sempre nei due giorni precedenti alla verifica ambientale, dovevamo ripulire il pavimento e i macchinari in modo minuzioso.  Dalle macchie d’olio, alla carta, ai nastri utilizzati per chiudere le bobine d’acciaio.  Tutto materiale altamente infiammabile che avrebbe attirato negativamente l’attenzione degli ispettori».  Punto terzo: «Solo in quelle occasioni venivano controllati gli estintori, che altrimenti stavano lì belli vuoti o non funzionanti: le bombole mantenevano sempre la chiavetta, tipica dell’estintore pieno, pur essendo vuote».  Punto quarto: «Eravamo tutti sollecitati ad usare l’elmetto, mentre abitualmente nessuno si premurava che lo indossassimo».  Tra le altre pressioni segnalate da Francesco Matera c’è anche «la carenza d’organico e l’invito a mantenere chiusi i cancelletti di fronte alla macchine, che nel nostro gergo chiamiamo treni, solitamente aperti».

Possibile un simile quadro di disfunzioni non sia mai stato rivendicato? «Eccome se lo abbiamo fatto. lo abbiamo detto più volte sia al capoturno sia al direttore dello stabilimento Roberto Salerno ma non siamo mai stati assoltati.  Anzi, ci minacciavano pure».  In che modo? «Il messaggio era chiaro come l’acqua limpida: se non vi sta bene e non fate come diciamo noi andate a casa.  Perdere il lavoro non è una bella cosa, io sono stato fortunato perché, grazie alla specializzazione, a settembre ho trovato un posto nuovo dove mi trovo benissimo.  Molti altri no.  E quattro sono già morti per questo».  

 

 

Data_Inserimento: 13/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: LAURINO ANGELO, SCHIAVONE ANTONIO, SCOLA ROBERTO, SANTINO BRUNO

 

 

Titolo: LA TRAGEDIA MORIRE IN ACCIAIERIA
Il prezzo della morte
Dalla Thyssen i primi 120 mila euro

 

 

Tabella: D.: ALLE 11 I FUNERALI SOLENNI IN DUOMO DEI 4 OPERAI MORTI ALLA THYSSENKRUPP

 

 


 

GRAZIA LONGO

Nel giorno più lungo, quello che precede l’addio ai propri mariti, padri, figli, la ThyssenKrupp si avvicina alle famiglie.  A una settimana dall’inferno in cui hanno perso la vita quattro operai e altri tre lottano ancora tra la vita e la morte, il responsabile del marketing Marco Pucci (uno dei tre indagati dal procuratore aggiunto Guariniello) e l’infermiera dell’azienda hanno voluto testimoniare il loro sostegno.

Non solo morale, ma anche con un primo aiuto economico.  Trentamila euro a famiglia, per affrontare il primo periodo. «Ma ci hanno assicurato che non ci abbandoneranno - racconta Egla, 23 anni, moglie di Roberto Scola e madre dei piccoli Samuele e Gabriele -.  Hanno detto che si occuperanno di noi anche in futuro».  Sabina, 39 anni, moglie di Angelo Laurino con il quale condivideva la gioia dei due figli adolescenti Noemi e Fabrizio, aggiunge: «Meglio tardi che mai.  All’inizio non ci hanno inviato neppure un telegramma, ma ora mi hanno garantito che non trascureranno economicamente né me, né i ragazzi.  Spero sia davvero così, perché Angelo ha perso la vita in quella notte maledetta e giustizia deve essere fatta».  Sabina è una donna minuta, ma rivela una forza interiore che commuove.  Ieri pomeriggio è andata alla camera mortuaria del San Giovanni Bosco «ospedale dove tutti, sia medici sia infermieri sono stati di una professionalità e di un’umanità straordinaria» per portare ciò che lei e i suoi desiderano che Angelo abbia con sé nell’ultimo viaggio.

«Vogliamo che nella bara ci siano una foto di noi quattro durante una gita ad Alba, una lettera di Noemi e una sveglia della Juventus che mio marito aveva regalato a Fabrizio».  Ieri Sabina, insieme al fratello del marito, Calogero, ha pregato accanto a una feretro inesistente, perché quello che rimane di Angelo non può essere esposto come avviene normalmente nelle camere ardenti. «Ogni tanto mi do un pizzicotto, perché spero di potermi svegliare da questo incubo, perché sono come in stato di trance. È passata una settimana, ma ancora non voglio credere che l’amore della mia vita non sia più accanto a me.  L’ho conosciuto che avevo appena 16 anni. “Sei la mia bambina mi diceva”, era di una dolcezza infinita e adesso non sentirò mai più quelle parole.  Mai più».

Di fronte a una bara vuota e a una fotografia, alla camera mortuaria del Cto, hanno pianto anche i parenti di Bruno Santino.  Un volto di pietra quello di mamma Rosa e papà Nino. «Bruno, Bruno» ripetono in un sussurro disperato. «Aveva solo 26 anni, non meritava una fine così crudele».  C’è anche il cugino, Gianluca Donadio, sconvolto con gli occhi arrossati dal pianto, anche lui operaio alla Thyssen. «Bruno era il ragazzo più generoso del mondo.  Non lo dimenticherò mai e mai più entrerò in quella fabbrica che ce lo ha portato via in una maniera sconvolgente».

Non è mancata al Cto neppure Egla Scola, che ha consegnato agli infermieri la sciarpa della Juve, di cui il marito era tifoso, e due macchinine dei figli.  Lacrime e desolazione anche per i cari di Antonio Schiavone (che era padre di tre bimbi, il più piccolo di appena 3 mesi), sua moglie Immacolata è una maschera di sofferenza.

E mentre le famiglie ritengono corretta la presenza della delegazione dei vertici ThyssenKrupp alle esequie di stamani, il sindacato la boccia categoricamente.  Ciro Argentino, Fiom: «I lavoratori e le Rsu non gradiscono la loro partecipazione a nessun livello».

 

 

 

 

Data_ultima_pubbl.: 14/12/2007

Pagina_ultima_pubbl.: 67

 

 

Data_Inserimento: 14/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, LONGO LAURA, MARMO LUCA, PICCININI NORBERTO, TRAVERSO FRANCESCA

 

 

Titolo: Il punto delle indagini Guariniello: svolta vicina ho testi molto importanti

 

 

 

 


 

CLAUDIO LAUGERI

La memoria dei computer sequestrati dalla procura alla ThyssenKrupp di corso Regina Margherita sarà copiata su cd e dvd.  In questo modo, le attrezzature elettroniche potranno essere restituite all’azienda.  L’avvio della procedura è avvenuto ieri mattina nell’ufficio del sostituto procuratore Laura Longo, con l’affidamento dell’incarico a due consulenti della procura e a uno della difesa (rappresentata dall’avvocato Ezio Audisio) dei manager sott’inchiesta.  Quei dati saranno poi esaminati dalla Guardia di Finanza, assieme alla documentazione sequestrata dagli inquirenti nei sopralluoghi di pochi giorni fa.

Ma le pm Longo e Francesca Traverso (coordinate dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello) si muovono anche in altre direzioni.  Come la valutazione degli interventi dell’Asl, che negli ultimi mesi avevano fatto alcune prescrizioni all’azienda.  Tutte soddisfatte, a giudicare dai verbali d’ispezione.  Sembra, però, che nessuno avesse mai contestato gli strati d’olio e sporcizia sul pavimento del reparto.  E poi, c’è il memoriale annunciato dai lavoratori della Thyssen, che in questi giorni sarà consegnato in procura.

Proprio ieri, i magistrati hanno raccolto alcune testimonianze definite «di grande rilevanza» da Guariniello, che si dichiara anche «molto soddisfatto».  Identità dei personaggi e contenuto dei verbali sono «top secret».

In questi giorni, poi, gli inquirenti esamineranno la relazione consegnata ieri dai vigili del fuoco, in attesa di combinare quel materiale con il resoconto chiesto agli ispettori dell’Asl e con le consulenze degli ingegneri Norberto Piccinini e Luca Marmo, che hanno ricevuto dalla procura l’incarico di ricostruire la dinamica della tragedia.  Il sopralluogo fatto mercoledì ha offerto alcuni elementi per confermare la dinamica ipotizzata dagli esperti nominati dai magistrati.  In particolare, l’attenzione era fissata sul primo incendio, quello che avrebbe favorito il secondo rogo, accompagnato dall’esplosione di alcuni tubi del macchinario della linea 5.  I consulenti della procura hanno ispezionato quel reparto assieme ad alcuni tecnici dello stabilimento.  Il bordo di un piano di scorrimento dove vengono trasportate le lamine di acciaio era diventato tagliente, risultato dello sfregamento di una pesante lamina contro quella sponda.  Un contatto prolungato, testimoniato da «trucioli» di metallo ritrovati in corrispondenza del punto dove erano stati lasciati molti metri di carta utilizzata per separare dalle due lastre di acciaio e sfilata dagli operai.  Le scintille sulla carta e l’olio sul pavimento hanno favorito il primo incendio.  A poca distanza, un altro tubo (pieno d’olio a 70 atmosfere di pressione e 150 gradi di temperatura) ha ceduto qualche istante prima degli altri.  La nube d’olio si è incendiata, travolgendo gli operai.

 

 

 

 

Data_Inserimento: 15/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: APRILE ANTONIO

 

 

Titolo: “Tutti i giorni soffocati dal fumo”
Antonio Aprile

 

 

 

 


 

Non solo l’azienda era avvertita con 2-3 giorni d’anticipo delle ispezioni dell’Asl in modo che potessimo mettere tutto a posto, ma tante sono state le mie segnalazioni scritte cadute nel vuoto».  Antonio Aprile, 37 anni, 11 spesi dentro la ThyssenKrupp, fino a 1 anno fa era ispettore di manutenzione meccanica alla linea 5, dove hanno perso la vita quattro operai e altri 3 sono rimasti gravemente ustionati.

Chi vi informava dei controlli dell’Asl?

«Lo sapevano tutti: dalla direzione arrivava l’input e poi il mio superiore diretto, il gestore della manutenzione, mi ordinava di provvedere insieme ai colleghi a riparare tutto quello che non funzionava».

Da voi funzionavano le cappe di aspirazione?

«Funzionare, funzionava ma ce ne n’era solo una su un tratto di 5 metri a fronte di 160 metri di linea: il fumo era soffocante, talmente intenso da sembrare nebbia e noi eravamo costretti, anche in pieno inverno, a tenere aperti i portoni per fare corrente».

Come mai gli ispettori Asl non si accorgevano della nebbia?

«Semplice quando venivano loro i rotoli d’acciaio erano freddi, come prevede la sicurezza, perché erano stati sul piazzale un paio di giorni dopo la laminazione.  Mentre solitamente ce li mandavano ancora bollenti con l’olio fumante».

C’erano altre disfunzioni?

«Eccome se c’erano.  Dalle pedane rotte sopra le fosse, che noi chiamiamo aspi, ai cancelletti mal funzionanti davanti alla linea, davanti alla macchina».

Può spiegare la pericolosità di questi guasti?

«Le pedane servono a impedire di cadere nelle fosse, profonde 3 metri, dove si possono trovare olio caldo o acqua bollente.  Il cancelletto protegge l’operaio dalla macchina: se è chiuso la linea gira, se è aperto la linea si blocca.  Spesso purtroppo il cancelletto era rotto e quindi le norme antinfortunistiche andavano a pallino».

Lei comunicava ufficialmente questi rischi?

«Molte volte, ma la riposta arrivava sempre prima dell’arrivo degli ispettori Asl o dell’amministratore delegato tedesco.  Alla fine si sono stufati delle mie segnalazioni e, lo scorso gennaio, m’hanno messo a scaricare i rotoli d’acciaio».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 20/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, AUDISIO EZIO

 

 

Titolo: STRAGE DI TORINO L’INCHIESTA E IL NUOVO LUTTO
La Thyssen
sapeva
dei rischi
Scambio di mail tra Terni e la Germania
“Inadeguati gli standard di sicurezza”

 

 

 

 

Descrizione: STRAGE DI TORINO. L’INCHIESTA E IL NUOVO LUTTO

 


 

ALBERTO GAINO

TORINO

Numerose e-mail scambiate fra i dirigenti tedeschi in Germania e in Italia della ThyssenKrupp, prima della strage del 6 dicembre, rivelano che anche il vertice della multinazionale era al corrente dei rischi che si correvano nello stabilimento torinese per assoluta inadeguatezza degli impianti rispetto agli standard di sicurezza.

La procura torinese ha sequestrato la scorsa settimana a Terni i computer con i file della corrispondenza in inglese fra i manager delle fabbriche italiane, e quella in tedesco fra la direzione del gruppo italiano, a Terni, e gli amministratori della multinazionale.  L’atto giudiziario ha impresso un notevole sviluppo alle indagini: le e-mail in possesso della magistratura costituiscono un supporto documentale tale da far scattare nuove e più gravi (rispetto al disastro colposo) contestazioni nei confronti di amministratori Thyssen di livello superiore ai tre sotto inchiesta, che rappresentano il vertice operativo italiano del gruppo.  Senza dimenticare la responsabilità dell’impresa in sé, in relazione alle scelte di politica industriale.

La prima consapevolezza raggiunta, sulla base di questa corrispondenza, dà corpo e sostanza alle indiscrezioni dei servizi giornalistici apparsi in questi giorni: nelle fabbriche tedesche della multinazionale gli standard di sicurezza sono rispettati; a Terni così così, per non dire peggio; a Torino, stabilimento in lenta dismissione, zero.  Si può parlare di tre livelli di sicurezza, limitatamente a queste realtà e senza conoscere quelle delle fabbriche cinesi e nordamericane.

Molto importante è ritenuto dalla procura il precedente dell’incendio fotocopia di quello torinese: avvenne nello stabilimento tedesco di Krefeld, nei pressi di Düsseldorf, nel 2006.  La linea di lavorazione coinvolta era identica al treno di laminazione ai cui piedi sono morti bruciati sei lavoratori.  Sembra che fosse del tutto simile anche la causa dell’innesco del fuoco.  Non vi furono vittime.  Ciò che conta, per gli atti dell’inchiesta del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso, è che a partire da quel caso negli stabilimenti tedeschi gli standard di sicurezza vennero adeguati.  Prima non lo erano: gli operai se la cavarono scappando.

Il comunicato

Sul sito della Thyssen un comunicato listato a lutto dà conto della strage di lavoratori con una precisazione sulle cause dell’incendio: «Sulla base delle nostre attuali conoscenze, le gravi conseguenze del fuoco sono il risultato di una sfortunata sequenza di eventi...».  Più sotto s’informa che «per quanto la produzione a Torino sia stata ridotta al 30% in vista della chiusura nel settembre 2008, la società ha continuato a investire nella manutenzione».

Più prudente l’avvocato Ezio Audisio, legale torinese di Thyssen: «Gli accertamenti tecnici sugli impianti sotto sequestro sono per ora svolti dai soli consulenti della procura.  Saremo in grado di pronunciarci sull’accaduto quando anche i nostri consulenti potranno mettersi al lavoro.  Della documentazione sequestrata a Terni so soltanto che l’azienda smentisce un calo di attenzione sulla sicurezza a Torino».

Fra Guariniello e il pm Traverso da un lato e i legali italiani della Thyssen dall’altro, vi era già stato un braccio di ferro al tempo del primo processo contro tre dirigenti della multinazionale, condannati in primo grado per un analogo grave incendio scoppiato nel 2002 e domato, per fortuna senza vittime, dopo tre giorni.  In quell’inchiesta emerse la questione dei costi che ora si ripropone: i consulenti tecnici della procura e i vigili del fuoco calcolarono che sarebbe occorso un miliardo e mezzo di euro per risistemare l’intero stabilimento.  Thyssen adeguò il solo reparto interessato dal rogo.  Infatti nei tre giorni di sopralluogo gli ispettori Asl avrebbero rilevato tantissime violazioni alle norme di sicurezza.

Fra i documenti sequestrati a Terni vi sono anche i report di quanto si sarebbe dovuto investire in sicurezza e quanto invece è stato speso.

 

 

Data_Inserimento: 20/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: ARGENTINO CIRO, CAFUERI COSIMO, ESPENHAHN HARALD, MARZO ROCCO, POLETTO SEVERINO, SCHULTZ EKKEHARD

 

 

Titolo: “Avete le mani
sporche di sangue”
Rabbia contro l’azienda ai funerali di Rocco Marzo

 

 

 

 

Descrizione: STRAGE DI TORINO. L’INCHIESTA E IL NUOVO LUTTO

 


 

il caso

GRAZIA LONGO

TORINO

Una corona di rose e orchidee bianche, all’ingresso della chiesa San Giovanni Maria Vianney, con una parola stampata di traverso: «ThyssenKrupp».  L’operaio sindacalista Fiom Ciro Argentino si avvicina e con un unico scatto strappa il nastro. «Si dovrebbero vergognare, vengono al funerale di Rocco con le mani sporche di sangue».

Nulla può coprire il dolore, ma il dolore non riesce a soffocare l’ira.  Sta per arrivare la bara di Rocco Marzo - morto a 54 anni insieme con altri cinque colleghi, per le ustioni riportate nell’inferno della Thyssen due settimane fa - e Ciro Argentino non regge la tensione.  Come lui molti altri compagni di lavoro, «è uno scandalo, in Senato hanno detto che le norme di sicurezza in fabbrica erano rispettate.  Bugie, falsità, la stessa ipocrisia che manifestano oggi con la loro presenza».

Parole dettate dal dolore per l’addio a Rocco, il caposquadra «che per noi era come un padre».  Dal ricordo troppo recente dei funerali delle altre quattro vittime, Antonio, Bruno, Roberto, Angelo.  Dalla notizia che circola sul sagrato: ieri mattina è morto, a soli 26 anni, anche Rosario Rodinò, ricoverato a Genova.  Dolore e ira si confondono, ma è questione di una manciata di minuti, poi la polemica si placa e l’attenzione si sposta sul feretro che sta per entrare in chiesa, preceduto da un lungo applauso.  Lo portano in spalla sei colleghi tra cui c’è Giovanni Pignalosa, uno dei primi a soccorrere i compagni.  Dietro, volti di pietra animati solo dalle lacrime, la moglie di Rocco Marzo, Rosetta, i figli Alessandro e Marina, 22 e 26 anni, con i rispettivi fidanzati.

Ad accoglierli c’è il cardinale Severino Poletto.  Anche lui non riesce a nascondere la commozione. «Siamo tutti uniti nel dolore, vorrei che si sentisse che è una città intera a soffrire e che c’è un vescovo che soffre».  L’arcivescovo non risparmia critiche sul problema della sicurezza che definisce un’emergenza nazionale: «Mi auguravo di concludere con le esequie in cattedrale la scorsa settimana invece continuiamo anche oggi e ci prepariamo a fare un altro funerale, quello dell’operaio deceduto a Genova.  La solidarietà della città per questa tragedia è grande, ma non basta, perché ci vuole un sussulto di responsabilità nel Paese.  Ormai le morti sul lavoro sono un’emergenza nazionale».  Tra i celebranti anche il parroco Ester Rolando e Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele.

Il pianto di Rosetta Marzo, silenzioso e trattenuto, ha un sussulto quanto il cardinale Poletto, dopo la lettura del terzo capitolo del Libro della Sapienza sui Giusti, definisce «Rocco un uomo che siederà tra i Giusti, ha fatto il suo dovere al di là del dovuto».  Come caposquadra non avrebbe dovuto trovarsi sul luogo dell’incendio, è accorso per aiutare i compagni.  La chiesa è gremita di parenti, amici, colleghi di lavoro.  Nei primi banchi il sindaco Chiamparino, la presidente della Regione Bresso, quello della provincia Saitta, il prefetto Russo.  In decima fila i vertici tedeschi della ThyssenKrupp, tra cui l’amministratore delegato Harald Espenhahn.  Al termine viene letto un messaggio di solidarietà scritto da Cosimo Caroppo, sindaco di Alezio (Lecce) paese natale di Rocco.  Ancora applausi e ancora nervosismo.  Sul sagrato Ciro Argentino intravede il responsabile della sicurezza dello stabilimento torinese, Cosimo Cafueri, e dice: «Chiedetegli se ha il coraggio di ripetere quello che ha detto in Senato sul rispetto delle norme di tutela del nostro lavoro».  Ieri l’azienda ha chiesto scusa al sindaco.  In una lettera firmata dal presidente, Ekkehard Schultz, riconosce «il ritardo nel dare un segnale simbolico forte di partecipazione al terribile lutto della città di Torino e delle famiglie».

 

 

Data_ultima_pubbl.: 20/12/2007

Pagina_ultima_pubbl.: 60

 

 

Data_Inserimento: 20/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: DEMASI ROSINA, DEMASI GIUSEPPE

 

 

Titolo: “Mio figlio sta resistendo
e tornerà a sorridere”
“Ma ho un grande rimpianto
dovevo dirgli di licenziarsi”  
La speranza della mamma di Demasi

 

 

 

 

 


 

Colloquio

GRAZIA LONGO

Non si arrende.  Suo figlio, Giuseppe Demasi, 26 anni è l’unico sopravvissuto, tra i 7 feriti gravi, all’incendio alla ThyssenKrupp.  Ricoverato all’ospedale Cto, ha ustioni sul 90% del corpo e sta disperatamente lottando per non morire.  Ma lei non si arrende.  Rosina Demasi si aggrappa con tutto l’amore che ha alle poche probabilità che il suo primogenito possa salvarsi.

«Lo so i casi di guarigione sono rari, rarissimi.  Ma perché mio figlio non potrebbe essere uno di questi?  In fondo sono passate già due settimane e lui sta reagendo alle cure.  Io ci credo.  Voglio continuare a credere che Giuseppe possa tornare a sorridere».  La sua tenacia si nutre di tutta la dedizione che una madre può nutrire per il sangue del suo sangue. «Cosa crede? È solo per questo che mi reggo ancora in piedi, perché spero che le cure preziose dei medici lo possano salvare».

Operatrice socio-sanitaria all’ospedale Mauriziano, Rosina Demasi è abituata a convivere con il dolore di chi soffre. «Ma un conto è il lavoro, un altro tuo figlio.  Certo, in ospedale si vede tanta disperazione e questo ti fa male anche se sono persone che non conosci, ma quando a passare le pene dell’inferno è tuo figlio è un peso enorme, che ti può schiacciare».

Insieme al marito Calogero e alla figlia Laura, 22 anni, maestra d’asilo, Rosina è quasi sempre al Cto. «Ormai questa è la mia seconda casa.  Purtroppo sto di qua dal vetro, solo così posso vedere il mio Giuseppe, ma ci sto tutte le volte che posso.  Farei qualsiasi cosa pur di aiutare mio figlio».

Anche Giuseppe Demasi, che lavorava alla ThyssenKrupp da poco più di 3 anni, aveva raccontato a casa dei pericoli a causa del mancato rispetto delle norme di sicurezza. «Me ne aveva parlato diverse volte, diceva che lì non erano al riparo dal rischio infortunio.  E se c’è una cosa di cui mi pento è proprio quella di non averlo convinto a licenziarsi. “Aspetta che la società chiuda e poi ti trovi un altro lavoro” gli dicevo, perché mi pareva importante che non diventasse disoccupato.  Ah, se gli avessi consigliato di licenziarsi.  Il guaio è che l’azienda non li ha protetti per niente».  Socievole e disponibile con tutti, Giuseppe è chiamato «Mase» dai compagni.  E sono tanti quelli che, oltre ai parenti, fanno avanti e indietro dal Cto, come prima avevano fatto davanti al Maria Vittoria dove il giovane era stato ricoverato subito dopo il rogo.  Rosina - calabrese, come il marito - ha sempre una parola gentile per tutti. «Mi spiace molto non aver potuto partecipare ai funerali degli altri operai, ma dovevo stare accanto a mio figlio».

Giuseppe - in coma farmacologico e sottoposto a dialisi - oggi sarà sottoposto a un nuovo intervento chirurgico.  Entrerà in sala operatoria stamattina, come già per le gambe, l’operazione consisterà nell’asportazione della pelle ustionata del torace e delle braccia, per sostituirla con cute da donatore.

Le sue condizioni restano gravi, ma stabili. «Ce la può fare - conclude la mamma -, io prego notte e giorno perché Giuseppe possa vincere questa battaglia.  Io non mollo, non deve farlo neppure lui».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 23/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: PRODI ROMANO, RODINO' ROSARIO, GUARINIELLO RAFFAELE

 

 

Titolo: I DATI DELL’ISPEZIONE DELLA ASL. IERI IL FUNERALE DEL SESTO OPERAIO
Alla Thyssen 115 violazioni sulla sicurezza
Gli operai gridano al premier: “Mai più”
Prodi con Flavia assicura: ”Ve lo prometto”

 

 

 

 

 


 

ALBERTO GAINO GRAZIA LONGO

TORINO

«Presidente, me lo deve giurare.  Mai più morti come questa di mio figlio.  Guariniello deve andare fino in fondo: chi ha sbagliato deve pagare.  Me lo deve promettere».  Il funerale di Rosario Rodinò, morto a 26 anni per il rogo alla Thyssenkrupp, non è ancora finito e il padre si avvicina a Romano Prodi per rivolgergli la preghiera.  La risposta, con un abbraccio, non si fa attendere: «Lo prometto, lo prometto».

La rassicurazione però non arriva a tutta la folla: qualcuno fuori dalla chiesa Maria Regina della Pace, quartiere popolare di Barriera di Milano, non regge la tensione e riversa sul presidente del Consiglio tutto il proprio dolore. «Non è accettabile perdere un figlio così, ce l’hanno ammazzato, bruciato vivo come un pollo», urla Nino Santino, il padre di Bruno, un’altra delle sei vittime della Thyssen.  E ancora, mentre Prodi si dirige verso l’auto, c’è chi lo insegue con un sonoro «Bel regalo di Natale ci avete fatto».  Chi gli urla «vai a casa».  Chi invoca «un po’ d’orgoglio italiano, siamo nelle mani delle multinazionali straniere».  Solo tre casi isolati, per il resto non ci sono polemiche ma dolore e richiesta di giustizia.  Come ha fatto il padre della vittima invocandola in chiesa poco prima.  E sulla quale sta lavorando il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello.  Il sopralluogo dei tecnici Asl in fabbrica si è concluso con l’accertamento di un imponente numero di violazioni di legge in materia di sicurezza: 115.  E le indagini sul «versante assicurativo» sembrano aprire un importante squarcio sulle responsabilità del vertice tedesco della multinazionale.

Prodi, accompagnato dalla moglie Flavia, durante la messa celebrata dal cardinale Severino Poletto ha parole di conforto per i genitori della vittima, mentre replica con fermezza ai vertici tedeschi della ThyssenKrupp che, davanti all’altare, si avvicinano a stringergli la mano. «Mi hanno fatto le condoglianze e li ho ringraziati - racconta il premier -, ma ho risposto che loro devono farsi carico di quello che è successo anche in futuro.  Non basta essere presenti solo in questi drammatici momenti».

Attenzione e rassicurazioni, invece, per gli operai dell’acciaieria.  Quando gli dicono che saranno in 160 a rimanere a casa, Prodi garantisce che «sarà avviato un tavolo di trattative con l’azienda per ricollocare il personale».  Poi, si rivolge al sindaco Sergio Chiamparino e aggiunge: «In una città come Torino, in questo momento, non dovrebbero esservi difficoltà a sostenere questi operai».  Il capo del governo, assente alle esequie delle altre cinque vittime perché impegnato all’estero, ha modificato la sua agenda per essere presente ieri mattina. «Era mio dovere» dice prima di rientrare a Roma, per poi ripartire alla volta di Kabul per fare gli auguri natalizi ai militari italiani impegnati in Afghanistan.

L’inchiesta sta procedendo velocissima e non si fermerà il giorno di Natale: Guariniello e i pm Laura Longo e Francesca Traverso sono in possesso di documenti e testimonianze del management e di tecnici Axa (la compagnia di assicurazioni che ha stipulato i contratti più importanti con Thyssen sul rischio incendi) da cui emerge che la strage del 6 dicembre sarebbe stata evitabile.  La corrispondenza sequestrata dà conto che l’assicuratore aveva indicato prove antincendio sulla «linea 5» dello stabilimento torinese, quella dov’è scoppiato l’incendio.  L’azienda rispose che le avrebbe fatte eseguire quando quel «treno di laminazione» fosse stato trasferito a Terni.

Questo passaggio della trattativa fra la compagnia assicurativa e Thyssen appare il più agghiacciante, ma un po’ tutta la documentazione sequestrata sulla trattativa in corso fra alti dirigenti in Germania della multinazionale e Axa sembra un tiramolla sugli standard di sicurezza da adottare: la compagnia per garantirsi dai propri rischi, Thyssen per mantenere la copertura assicurativa.  Si è vicini a una svolta che potrebbe coinvolgere il management della multinazionale in Germania.

 

 

Data_Inserimento: 23/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, LANTERMO ANNALISA, LONGO LAURA, TRAVERSO FRANCESCA

 

 

Titolo: Quei 115 chiodi
sulle bare dei martiri
della ThyssenKrupp
Tutte le violazioni nei reparti di corso Regina

 

 

 

 

 


 

L’inchiesta

ALBERTO GAINO

Le 115 violazioni di legge in materia di sicurezza sul lavoro riscontrate dal dirigente Asl Annalisa Lantermo e dai suoi collaboratori per conto della procura restituiscono il senso di tante cose intorno alla strage di operai, il 6 dicembre, in uno stabilimento in lenta dismissione: la chiusura è prevista dall’azienda a settembre 2008.

Il resto lo chiarisce l’inchiesta del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso: l’intero primo piano del palazzo di via Pietro Micca, dove già sono stipate le 220 mila pagine dell’«indagine Eternit», è stato riempito con i documenti sequestrati nella sede della direzione italiana della ThyssenKrupp.  I magistrati e i loro consulenti dovranno compiere un grande sforzo per vagliare in tempi brevi l’imponente materiale.  Ma un salto di qualità delle accuse è già stato assicurato dalle e-mail scambiatesi dai massimi dirigenti della multinazionale fra Germania e Italia e in particolare dal carteggio fra il vertice tedesco del gruppo e le compagnie di assicurazione, a cominciare da Axa, la più esposta sul rischio incendi.

Dopo l’incendio di Krefeld, in Germania, nel 2006, Axa ha rimesso in discussione i rapporti contrattuali con Thyssen cercando di imporre condizioni più gravose.  Non solo sui costi delle polizze.  La compagnia voleva tutelare la propria scommessa assicurativa sul rischio di incendi nelle acciaierie del gruppo garantendosi con misure più adeguate agli standard di sicurezza.  La trattativa era ancora in corso alla data del 6 dicembre, la notte del rogo a Torino, e tutto fa ritenere che se il management Thyssen avesse dato retta alle richieste dell’esperto Axa in misure di sicurezza, un ingegnere, la strage di quella notte sarebbe stata evitabile.

Guariniello ha per le mani importanti tracce documentali di quella incompiuta trattativa e le testimonianze dei suoi protagonisti di parte Axa.  Il resto sembra diventare materia di dettaglio: le imponenti violazioni di legge riscontrate imporranno nei prossimi giorni l’invio all’azienda, da parte dell’Asl, di numerosissime prescrizioni per decine di milioni di euro di contravvenzioni.  Qualora Thyssen intendesse riavviare, sia pure parzialmente la produzione a Torino, dovrebbe mettersi prima in regola per i reparti interessati, riducendo il processo penale a sanzioni amministrative pari al 40 per cento delle somme che le verranno contestate nei prossimi giorni.  Ma pure in caso contrario dovrà onorare le contravvenzioni previste.

 

 

 

 

Data_Inserimento: 27/12/2007

 

 

 

 

Titolo: “La Thyssen ci ha rubato il Natale”
Una giornata con i parenti
A tavola lacrime e silenzi: perché papà non torna?
Una giornata con i parenti

 

 

 

 

Descrizione: TRAGEDIA THYSSEN KRUPP

 


 

Padre nostro che sei nei cieli...» perché ti hanno e ci hanno traditi.   Tra le pareti di questi appartamenti operai, tra questi figli della fierezza operaia, la preghiera e l’omelia in Duomo del cardinale Poletto si trasfigurano, nel giorno di Natale, in invocazione a un padre - e marito - che era ossa e carne, rigore, fiducia e complicità, ora bruciato al cielo.

Nel nome di Rocco Marzo e di Angelo Laurino, ci hanno accolti alla cena e al pranzo.   Non della festa, come ogni altro anno: della memoria, della commemorazione che scandisce se stessa, come dopo un brodo caldo a fine funerale.   Ventiquattro ore in famiglie dove la tavolata della tradizione per amore vorrebbe resistere e dove ogni resistenza è battuta, lacerata dalle luci di quella notte, parentesi che gridano in una giornata di silenzio.

Sabina Laurino, 38 anni, con i figli Noemi, 14 anni, e Fabrizio, 11 anni, hanno fatto come sempre: «Dividevamo vigilia e Natale tra genitori e suoceri».   Rituale sopra i pensieri veri.   Anche questa sera del 24 sono con i nonni dei ragazzi.   Ci sono i regali, quelli della ThyssenKrupp ai figli dei dipendenti, quelli «che ha mandato Fiat», quelli dei parenti.   E quelli che con sofferente tenacia ha comprato Sabina perché Natale 2007 non diventi per i figli una giornata simbolo, lutto su tutti i calendari a venire: «Sono stata sempre io a sceglierli, perché conoscevo le loro aspettative, ma Angelo ci teneva a venire con me a comprarli».   (TyssenKrupp, 6 dicembre, ore 0,45, meno quindici allo scoppio: «Angelo, allora con che cosa li fai felici quest’anno i piccoli?». «Dirà Sabina»).

Eccoci qua.   Noi, loro, i regali.   Noemi che li guarda, è delicata nel riporli via.   Fabrizio confuso, attratto e disorientato.   Tanto che la sera va a dormire dalla zia, si stacca con un viso di nebbia dalla madre perché se dormisse a casa potrebbe rischiare di svegliarsi e sentir dire che «papà non torna», papà è morto.   Se è successo qui, in un altro posto non può accadere.

E a dormire si va, si va tutti, magari senza prendere sonno, buio, pensieri, lampi e schegge che ti risvegliano: «Perché?   Andava a lavorare, non in guerra.   E come, come è successo?», chiede Alessandro Marzo, 21 anni, il figlio di Rocco, il caposquadra, padre a casa («anche le cazzate giovanili gli confidavi, perché era l’aiuto») e padre dei giovani in acciaieria.   Alessandro seduto con la fidanzata, la sorella Monica, 25 anni, il fidanzato di lei, intorno a Rosetta, madre e vedova, in un ingresso-salotto delicato di semplicità e accogliente di buon gusto, il grande divano bianco d’angolo dove insieme si progettavano piccole cose, cose grandi.   Rosetta: «Sempre tutto insieme.   E lui con quel sorriso, quella forza d’animo, il lavoro non soltanto pane e dovere, no, era dignità di marito e papà, esempio istintivo.   Il 29 gennaio avremmo festeggiato trent’anni di matrimonio e la sua pensione: dove andiamo Rocchino, che viaggio facciamo noi che non abbiamo neanche fatto quello delle nozze che ci hanno così legati?» (ThyssenKrupp, ore 0,50, meno dieci allo scoppio: «Capo, hai deciso dove da vecchietto porti in viaggio di nozze Rosetta?»).

25 dicembre 2007, sesto piano, luci su tre balconi della via.   I Marzo a tavola come in un qualunque giorno festivo in cui papà fa il turno all’ora di pranzo.   Ma stanno zitti perché non lo aspettano.   Poi, perché non lo aspettano più, parlano di lui.   Alessandro: «Mi ha portato più volte a vedere dove lavorava.   Pensavo si potesse anche fare male.   Come a un incrocio infelice, però».   Ricordi, parenti che stringono o baciano senza torcere ancor di più il dolore.   E il Natale di Rocco viene dalle parole del figlio all’inizio di un pomeriggio di niente: «Sai un ricordo che me lo restituisce come forza e esempio?   Quando mi sono diplomato: non ha detto nulla di speciale, non mi ha fatto regali, come quelli che ti comprano la macchina usata.   Ha sorriso appena, ma un sorriso che non finiva più.   E poi... poi camminò in un modo diverso, agile, leggero».

25 dicembre 2007, primo piano, il cagnolino che dalla sua nicchia abbaia a chi sfiora la porta.   (ThyssenKrupp, ore 0,55, meno cinque allo scoppio: «Angelo, come va Fabrizio a scuola?   E’ sempre lui l’uomo della biblioteca?»).   Pranzo a casa Laurino.   La sorella di Sabina ha cucinato, ha portato piatti pronti, accompagnata da Fabrizio, qualcosa prepara ancora qui.   A tavola.   Angelo, Angelo che mangiava divertito quando lei lo sgridava: «Morire per morire, meglio a pancia piena».   Angelo, Angelo, Angelo.   Non si può così.   La sorella di Sabina tenta spiragli di dialogo, inventa spunti che non siano un rosario, per lei e per i bambini.   Sabina: «Io penso a lui».   Non segue un mondo nella mente e uno dolcemente virtuale.   Si alza delicata e va a letto, «né a dormire né a riposare, a pensarlo senza sforzarmi di seguire due cose».   Noemi e Fabrizio giocano a carte con gli zii mentre fuori fa buio e qui si accende una luce. È un lampadario, non l’albero che per la prima volta non c’è.

Chissà a casa dei vertici ThyssenKrupp.   Che stando dicendo ai figli, adesso?   Casa Marzo.   Alessandro punta occhi negli occhi, appena muove le labbra come nelle due foto del padre accanto all’ingresso: «Niente.   Non devono dirgli niente.   Almeno quei bambini facciano Natale sereni».   Casa Laurino, Noemi: «Mamma, non mi importa niente ormai.   Non vado più a scuola». «Ci devi andare.   Sai che cosa è la tua vita da qui in poi?   Non è tanto quello che faresti per tuo padre, è quanto senti tuo padre in te, che cosa fate insieme».   Ci pensa sola, nella stanza: «Hai ragione».

(ThyssenKrupp.   Due giorni dopo l’indignazione dei giornali per il silenzio: «Partecipiamo...»).   Sabina Laurino, Rosetta Marzo, due case agli spigoli opposti della città: «La verità, la giustizia, nient’altro».   Natale è come riguardare un’immagine al computer: rianimazione, camici gentili, bende fresche, silenzio, e i corpi.   Rosetta che ripete: «Chiedevo di poter almeno abbracciare e baciare i piedi, unico lui fuori dal disastro».   Marina Marzo, con il pianto frenato: «Là dentro non c’era papà».

(ThyssenKrupp, ore 1: «Aiuto, aiutatemi, aiutatemi ho dei figli, aiuto...»).

 

 

 

 

Data_Inserimento: 27/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, TRAVERSO FRANCESCA, LONGO LAURA

 

 

Titolo: LA TRAGEDIA MAI SPESI I SOLDI PER GLI IMPIANTI ITALIANI
“Thyssen più sicura ma solo in Germania”

 

 

 

 

 


 

ALBERTO GAINO

Che peso aveva la sicurezza dei lavoratori ThyssenKrupp per il vertice della multinazionale?  Grandissimo, a parole, ma nei fatti era il contrario, e lo dimostra l’inchiesta del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso: le e-mail interne e gli altri documenti sequestrati a Terni, migliaia di pagine; la trattativa con Axa sulle misure da adottare per avvicinarsi a standard di sicurezza accettabili e accontentare la compagnia di assicurazioni; i quasi 2,5 milioni di euro spesi per interventi in tal senso a Krefeld, lo stabilimento tedesco dove si era verificato un preoccupante incendio nel 2006, e la delibera di spesa per analoghi importi per quelli di Terni e Torino, cui però non sono seguiti i fatti.

Di più: i consulenti dei magistrati hanno già fotografato lo stato di abbandono dell’ambiente di lavoro, a Torino, dove, in base alla decisione di dismettere l’impianto, ma lentamente (a settembre 2008), la manutenzione era stata affidata a imprese esterne, «esternalizzata» (con quale tempestività di intervento?).  Per non parlare della riduzione al lumicino della squadra antincendi interna rispetto al 2002, quando, in occasione di un precedente serio incendio, si verificarono gravi disfunzioni, ma non del livello riscontrato il 6 dicembre.

Dalla Germania vi era l’ordine di ridurre le spese negli stabilimenti italiani: la delibera, ma non l’effettivo investimento per dotare le linee gemelle di laminazione a Torino e Terni di impianti automatici di spegnimento del fuoco rientrava in questa politica industriale?  Dai siti Internet tedesco e italiano della multinazionale sono scomparsi i trionfali annunci sull’attenzione per la sicurezza del gruppo.  Ed è stata interrotta anche la distribuzione dell’ultimo numero della rivista aziendale - «Inside» - dal titolo: «Sicurezza, inizia la campagna».

Il nuovo mensile «Però» ne ha divulgato alcune pagine via Internet.  Interessante è che Jürgen Fechter, presidente del consiglio di amministrazione ThyssenKrupp Stainless AG (una delle quattro società di vertice) e membro del board della multinazionale, dichiari ad Inside: «Lavoriamo continuamente con diversi progetti per evitare incendi e ridurre i danni.  Particolare attenzione viene rivolta non solo alle norme tecniche, ma anche ai comportamenti dei dipendenti.  I nostri provvedimenti hanno due mete: evitare il più possibile gli incendi e ridurre al massimo i danni.  E’ per questo che istruiamo i nostri dipendenti in tutto il mondo».

L’articolo prosegue con l’elencazione dei «punti focali dei diversi training per i dipendenti: conoscenza e uso dei tubi di gomma dei pompieri; uso delle maschere di ossigeno, apprendimento delle funzioni dei segnalatori di fuoco e degli estintori, conoscenza dei diversi tipi di estintore, gestione di materiali pericolosi».  Non un solo cenno agli indispensabili impianti automatici di spegnimento del fuoco.  Installati solo in seguito a processi (in un reparto torinese) o a pressioni dell’assicurazione (in Germania).

Eppure, dichiara Jörg Beïndorf, altro dirigente di vertice, «Ci dobbiamo ricordare che il rischio di incendi nei nostri impianti è sempre presente.  Nessuno può abbassare la guardia...».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 29/12/2007

 

 

Personaggi_Principali: CREMASCHI GIORGIO, DOMINIONI ORESTE, GUARINIELLO RAFFAELE, MADDALENA MARCELLO, RONCO MAURO, SPAGNOLO COSMANO

 

 

Titolo: Thyssen, l’ipotesi
della strage dolosa
Quali capi d’imputazione per i manager?

 

 

Tabella: T. A FAVORE «Secondo alcune testimonianze l’azienda avrebbe evitato di adeguare le norme di sicurezza per risparmiare su una linea che stava per essere smontata. L’azienda conosceva i pericoli ai quali erano esposti gli operai e aveva accettato consapevolmente il rischio che alcuni di essi potessero morire. Si  tratta di un caso evidente di dolo eventuale». CONTRO «Provare al di là di ogni ragionevole dubbio che l’imputato ha percepito il rischio di morte conseguente alle sue azioni è molto difficile. E’ per questo motivo che il dolo eventuale viene contestato Raramente in aula: nel timore di non riuscire a dimostrare ciò, e a sostenere l’accusa, le procure di solito si accontentano dell’imputazione per colpa».

 

 

 


 

Dibattito

RAPHAËL ZANOTTI

TORINO

Non ci sono iscrizioni per omicidio volontario», dichiara netto il procuratore capo di Torino Marcello Maddalena. «Le imputazioni non si toccano», conferma il suo aggiunto Raffaele Guariniello.  Preoccupati per eventuali fughe in avanti che potrebbero invalidare pezzi importanti dell’inchiesta e che sarebbe difficile da dimostrare in un’aula di tribunale, i magistrati torinesi hanno deciso di smentire le voci su una svolta giudiziaria nelle indagini sul rogo della ThyssenKrupp.

Nessuna modifica delle ipotesi nei confronti dei vertici della multinazionale tedesca.  Per ora s’indaga solo, ed esclusivamente, per disastro, omicidio e lesioni colpose.  In mancanza di prove l’idea di un dolo eventuale, dimostrabile attraverso le carte sequestrate in questi giorni allo stabilimento di Terni, per adesso resta un’ipotesi di scuola.  Che tuttavia ha animato un dibattito tra tecnici e non.

Tra le righe del Codice

Decisamente a favore di una contestazione così grave sembra essere Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom: «Se verrà dimostrato che i vertici della ThyssenKrupp facevano lavorare gli operai in totale assenza delle più elementari regole di sicurezza, è giusto che l’incriminazione sia pesante.  Appoggeremo questa tesi per ribadire che per noi l’incendio del 6 dicembre non è da considerarsi un evento esterno e imprevedibile, ma vede precise responsabilità da parte dell’azienda».

Più smussata la posizione di Cosmano Spagnolo, segretario nazionale della Fim, secondo cui «colpa o dolo non hanno importanza, non è compito del sindacato stabilire quale sia l’ipotesi più aderente alla realtà», ma di certo il sindacato legato alla Cisl è convinto di due cose: «Bisogna far rispettare le leggi che già esistono ed è necessario raggiungere la certezza della pena».

La discussione diventa più articolata quando intervengono gli addetti ai lavori, consapevoli che una contestazione sul dolo eventuale può diventare una trappola per l’accusa, costretta a dimostrare che nei loro ragionamenti gli imputati si erano prefigurati la morte degli operai.

Per il professor Oreste Dominioni, docente di Procedura penale all’Università statale di Milano e presidente dell’Unione camere penali italiane, «è il reato colposo quello che tipicamente viene contestato nei casi di disastri». È avvenuto in tutti gli incidenti ferroviari, per esempio.  Ciò non significa che un reato doloso non possa trovare applicazione. «Penso ad esempio all’articolo 473 del Codice penale - dice Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino -.  Si tratta di un reato già in passato contestato dal procuratore aggiunto Guariniello, che lo ha riportato in auge dopo un periodo in cui era finito nel dimenticatoio».  Il reato in questione punisce chiunque ometta di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, oppure li rimuove o li danneggia. «In questo caso, però, ci troviamo di fronte a una situazione diversa - riprende il professor Dominioni - non si contesta più un’azione omissiva, ma una azione attiva, ovvero all’imputato si contesta di aver agito per creare quella situazione».  Un’ipotesi dolosa, con il vantaggio di non dover passare attraverso le forche caudine della psicologia degli imputati.  Anche la pena prevista è alta: reclusione da 6 mesi a 5 anni, nella norma.  Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da 3 a 10 anni.

 

 

 

 

Data_ultima_pubbl.: 31/12/2007

Pagina_ultima_pubbl.: 51

 

 

Data_Inserimento: 31/12/2007

 

 

 

 

Titolo: È morto anche Giuseppe
l’ultimo martire Thyssen Demasi non ce l’ha fatta: era ricoverato da  24 giorni al Cto

 

 

 

 

 


 

Penultimo giorno dell’anno, l’ultimo della sua vita.  Ieri se n’è andato anche Giuseppe Demasi, 26 anni.  In silenzio come gli altri sei operai che l’inferno della ThyssenKrupp, il 6 dicembre, aveva trasformato in torce umane.  Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò.  Dalle 13.40 di ieri, anche Giuseppe Demasi.

Sette partigiani del lavoro.  Sette vite spezzate.  Sette morti annunciate da sistemi di sicurezza inadeguati.  Sette famiglie che li piangono e non riescono darsi pace. «Non potrò mai perdonare - dice con un filo di voce la madre del giovane, Rosina Demasi -.  E non chiedo neppure giustizia perché nessuna giustizia potrà mai restituirmi il mio raggio di sole.  L’unica soluzione possibile è che chi ha sbagliato muoia bruciato come il mio adorato Giuseppe». È una mamma disperata che parla, una donna che finora si era aggrappata alla fede, pregando ogni giorno dietro il vetro che lo separava dal figlio ricoverato al Cto, e che ieri è crollata. «Ci ho creduto fino alla fine, convinta che poteva essere uno dei casi rari che si salvano nonostante le ustioni sul 90 per cento del corpo.  Ora non credo più in niente.  Me l’hanno portato via.  Per sempre».  Il marito Calogero non si stanca mai di consolarla, l’accarezza con lo sguardo.  Fatica a trattenere l’emozione e le lacrime, si fa forza quando stringe l’altra figlia, Laura, 22 anni, maestra d’asilo e quando abbraccia Carmela la fidanzata di Giuseppe, Mase come lo chiamavano gli amici.

L’appartamento è pieno di parenti e di amici, saturo di dolore e sconforto.  Piangono tutti.  Laura no.  E il suo volto di pietra commuove e spaventa più di tutte le altre lacrime.  Non dice una parola, lo sguardo perso e fisso. «Mi resta solo questa figlia - racconta Rosina - erano molto legati, Giuseppe voleva bene a tutti noi come un figlio d’altri tempi».  I giovani amici e compagni di lavoro di Mase stazionano sotto casa.  Non lo hanno abbandonato mai, nemmeno in uno di questi 24 lunghissimi giorni di agonia.  Prima davanti all’ospedale Maria Vittoria dov’era stato trasformato subito dopo l’incendio all’acciaieria, poi al Cto.  Ieri sotto casa.  Molti di loro avevano sfilato anche durante la fiaccolata di venerdì organizzata dai colleghi e dal sindacato.  Come Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto all’esplosione dentro la fabbrica della morte.  Al momento dello scoppio era distante appena un metro dalla linea 5.  Quel metro gli ha salvato la vita, ma gli ha tolto il sonno e la gioia di andare avanti.  La notizia della morte di Giuseppe sconvolge anche lui. «Mase non doveva morire - sbotta - non doveva morire nessuno, certo, ma visto che lui era riuscito a tirare avanti tutti questi giorni, almeno lui doveva salvarsi.  Altrimenti che senso ha la mia vita?  Perché mi sono salvato solo io?».  Il funerale non è stato ancora fissato e la famiglia rivolge una preghiera alla magistratura: «Ce lo lascino così com’è, evitino di fargli l’autopsia.  Ha già sofferto abbastanza.  Vogliamo solo seppellirlo in pace».  I vertici della ThyssenKrupp, intanto, assicurano ai parenti «tutto il supporto umano e finanziario necessario». «Ma io - conclude Rosina - rivoglio indietro mio figlio».

Il dramma della famiglia Demasi è lo stesso delle altre sei famiglie.  Ma anche dell’intera città.  Non a caso il sindaco ha annullato i festeggiamenti in piazza. «È un bel gesto, che rispetta il nostro lutto - dicono Sabina Laurino e Rosetta Marzo - e che conferma come Torino sia vicina al nostro dolore».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 04/01/2008

 

 

Personaggi_Principali: MAZZINI GIORGIO

 

 

Titolo: La maledizione della Thyssen
Torino, il capo del corpo dei vigili del fuoco stroncato da malore in procura
Fatalità e coincidenze

 

 

 

 

 


 

La storia

ALBERTO GAINO

TORINO

Il comandante generale dei Vigili del fuoco, Giorgio Mazzini, è morto in una stanza del Palazzo di giustizia torinese mentre si celebravano le esequie del settimo operaio divorato dal fuoco, la notte fra il 6 e il 7 dicembre, nello stabilimento torinese della ThyssenKrupp.  L’ingegner Giorgio Mazzini, 67 anni, a tre mesi dalla pensione dopo quarant’anni di servizio nel corpo, era da una mezz’ora nella stanza di uno stretto collaboratore del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello per lo stesso motivo: la Thyssen e quegli operai morti uno ad uno.  L’ultimo, Giuseppe Demasi, Mase per i compagni, uno dei più giovani (26 anni) che se ne va dopo 24 giorni di agonia, quattro operazioni e l’attesa di un trapianto di cute.  Ce n’è abbastanza perché si parli di «maledizione della Thyssen».

La suggestione di metterla giù così è forte, ed è sufficiente a rafforzarla la notizia della morte della mamma di Antonio Boccuzzi, scomparsa pure lei ieri: soffriva molto a causa di un tumore al fegato che l’aveva colpita nei mesi scorsi.  Il figlio ne aveva parlato il giorno prima, sotto casa, in Borgo San Paolo: «E’ un anno maledetto, questo.  Oggi sono a pranzo dalla mia mamma per tenerla un po’ su».  Boccuzzi è il superstite della squadra di operai della «linea 5»: si era allontanato di qualche metro per prendere la manichetta dell’acqua: «L’estintore non funzionava, e la pompa dell’acqua non sono riuscito ad aprirla in tempo.  C’è stata prima quell’onda anomala di fuoco che si è portata via i miei compagni».

Anche chi come Bruno Santino non era del reparto e quella notte, in quei minuti fatali, era lì per avvertire il capoturno che era arrivato in ritardo.  E lo stesso capoturno, Rocco Marzo, che dal suo ufficetto era corso dai compagni alla prima avvisaglia dell’incendio.  Per dare una mano.  Come tutti.  Per generosità o perché così, in ogni caso, prevedeva la procedura aziendale, ultimo rovello dell’inchiesta giudiziaria del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso.

Fossero scappati, gli otto operai.  Come i colleghi dell’incendio del 2002, o di quello del giugno 2006, a Krefeld, Germania: «Maledizione della Thyssen?», si può chiamare così il rischio periodico di gravi incendi risoltisi sino all’inizio dello scorso dicembre senza vittime perché nessun operaio si era fermato, comunque generosamente, per affrontare con inutili estintori il fuoco che avanzava?

L’inchiesta galoppa.  Si è pure scoperto, La Stampa ne ha già dato notizia, che la ThyssenKrupp non ha il certificato prevenzione incendi né per la fabbrica di Torino né per quella di Terni.  Semplicemente non l’aveva richiesto, e in corso Regina Margherita, in quel monumentale complesso industriale che lambisce la più grande area verde torinese, da un paio d’anni la vigilanza doveva essere persino più severa: a causa di un grosso stoccaggio di acido fluoridrico, la fabbrica era ricaduta sotto la «legge Seveso».  Varata dopo uno dei grandi disastri italiani.

L’ingegner Mazzini era stato convocato da Guariniello per aiutarlo a districarsi nella giungla di procedure e autonomie dei vari enti di controllo esistenti in Italia.  Giunto in mattinata da Roma, il dirigente generale dei Vigili del Fuoco sedeva nell’ufficio accanto alla segreteria di Guariniello, per rispondere alla domande del magistrato, quando si è improvvisamente accasciato sulla scrivania che aveva di fronte.

In una stanza attigua il pm Laura Longo ha udito distintamente un tonfo secco: le pareti di cartongesso sono come tende.  Un secondo dopo uno dei magistrati più noti d’Italia si affacciava dalla porta: «Si sente male, non c’è un presidio medico nel palazzo?».  La faccia di Guariniello sembrava di cera.  Scoccavano le dodici.  Pressoché inutile l’intervento del 118: il comandante dei vigili del fuoco è riuscito ad indicare un forte dolore al fianco sinistro, e ha perso conoscenza.  E’ spirato poco dopo.  Non è riuscito a completare un’informazione importante: a Terni i pompieri avevano diffidato la Thyssen da avviare la linea gemella a quella del rogo prima del certificato prevenzione incendi.

Nel pomeriggio l’autopsia eseguita dal dottor Roberto Testi rivelava che da almeno 24 ore l’ingegnere si portava la morte dentro: nel suo corpo si era spezzato un aneurisma dell’aorta addominale.  E’ stato un caso che sia morto da Guariniello.  O è stata la «maledizione delle Thyssen», quella che ieri ha colpito anche Boccuzzi, il superstite, il miracolato del 6 dicembre?

 

 

 

 

 

Data_Inserimento: 08/01/2008

 

 

Personaggi_Principali: CHIAMPARINO SERGIO, GRAGLIA BARBARA, LAURINO ANGELO, LAURINO SABINA, MARZO ROCCO

 

 

Titolo: “Assumo in Comune la vedova Laurino”   Il sindaco Chiamparino: “L’avevo promesso dopo la strage
adesso verificherò le richieste delle altre famiglie”

 

 

 

 

 


 

Lavoro o una casa ai parenti delle vittime della Thyssenkrupp.  Il sindaco l’aveva promesso a poche ore dalla tragedia del 6 dicembre, e ora passa dalle parole ai fatti. «Ci stiamo attivamente impegnando - annuncia Sergio Chiamparino - a risolvere le esigenze delle famiglie, nel totale rispetto della loro dignità e delle norme che regolano assunzioni o assegnazioni di appartamenti».

Dopo aver spedito una lettera ai familiari dei sette martiri del lavoro, inghiottiti dall’inferno dell’accieria di corso Regina, invitandoli ad un colloquio in un municipio, il sindaco ha iniziato ad incontrarli. È chiaro quanto siano dilanianti e immensi il dolore e il vuoto lasciato dalla morte assurda e violenta dei 7 operai Thyssen.  Ma altrettanto evidente è la difficoltà economica in cui si trovano oggi queste sette famiglie.  Un disagio mai sbandierato da vedove, padri e fratelli disperati, ma reale.  Così tanto da indurre il sindaco a rassicurarli personalmente nell’imminenza del lutto e a provvedere concretamente a un mese di distanza.

Ieri pomeriggio Chiamparino ha ricevuto Sabina Laurino, 39 anni, moglie di Angelo, morto il 7 dicembre a 43 anni, e mamma di due ragazzini di 12 e 14 anni, Fabrizio e Noemi. «Niente e nessuno potrà mai restituirmi mio marito - racconta Sabina - ma la generosità del sindaco mi ha profondamente commosso, perché si è dimostrato sensibile al mio bisogno di un lavoro part time che mi consenta di stare accanto ai miei bambini».  Un’attenzione e una disponibilità sulle quali Chiamparino non vorrebbe i riflettori accesi, «la nostra apertura non punta a grandi proclami ma a fatti concreti che dovrebbero avvenire con discrezione.  Proprio nel rispetto della sofferenza dei parenti.  Faremo il possibile per aiutarli ad affrontare meglio le loro vite e cercheremo anche di raggiungere questo obiettivo in tempi non lunghissimi, per questo abbiamo già individuato una persona del nostro staff che segua le varie e diversificate necessità delle famiglie».

Il compito è stato affidato alla dottoressa Barbara Graglia, impegnata a individuare le singole urgenze da affrontare.  Non sono poche.  Raccontano scampoli di vita in cui si accavallano sacrifici e privazioni.  Ogni caso è un caso a sé.  Non ha un’occupazione Immacolata Schiavone, moglie di Antonio (soprannominato Ragnatela dai colleghi per il tatuaggio sul gomito), morto subito, a 36 anni, durante l’esplosione alla linea 5, che ha tre figli piccoli l’ultimo di appena 2 mesi.

E non lavora neppure Egla Scola, albanese poco più che ventenne, moglie di Roberto morto il 7 dicembre e madre di due bimbi di 17 mesi e 3 anni.

Bruno Santino morto il 7 dicembre, a soli 26 anni, ha lasciato un padre, Antonino e un fratello, Luigi, entrambi disoccupati (quest’ultimo tra l’altro lavorava anche lui alla Thyssenkrupp e solo per un caso la notte dell’incendio non era presente).  Il Comune si occuperà anche della famiglia di Rocco Marzo, il caposquadra della linea 5, spirato il 16 dicembre a 53 anni, e anche di quelle di Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi, che se ne sono andati ad appena 26 anni, dopo una lunga agonia, il 19 e il 30 dicembre.

Ogni situazione verrà affrontata dal Comune, come ribadisce il sindaco, «con grande riguardo verso le famiglie e la piena conformità alle leggi inerenti sia l’assunzione in Enti locali, sia la destinazione delle case di edilizia popolare».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 10/01/2008

 

 

Personaggi_Principali: SCHIAVONE TINA, TRICARICO ROBERTO

 

 

Titolo: ROGO ALLA THYSSEN
Cooperativa
offre casa
alla vedova
Schiavone

 

 

 

 

 


 

GRAZIA LONGO

Potrebbe arrivare dal privato la soluzione per trovare una casa ai parenti delle vittime Thyssen che ne hanno necessità.  Ieri pomeriggio l’assessore comunale Roberto Tricarico ha incontrato Tina Schiavone, moglie di Antonio, il primo operaio a morire, a 36 anni, nel rogo all’acciaieria di corso Regina.

«È stato molto gentile e comprensivo - racconta Tina, 34 anni, mamma di 3 figli, l’ultimo di appena due mesi - perché ha capito che, senza mio marito, senza un lavoro e con tre bimbi da crescere non posso vivere in provincia di Cuneo.  Ho bisogno di abitare a Torino, vicino ai miei genitori e ai suoceri».  L’ipotesi prospettata è un appartamento dei palazzi nuovi in via Livorno. «Mi ha già fissato un altro appuntamento per definire meglio la situazione».  Domani Tina Schiavone riceverà la proposta direttamente da una cooperativa della Lega delle cooperative, incline a cedere gli alloggi con affitti a prezzo inferiore. «Mi è stata ventilata la possibilità di spendere 350 euro per un appartamento di 3 stanze, valuterò bene anche perché io sono disoccupata.  Anche se devo dire che il Comune si sta attivando anche per aiutarmi a trovare un lavoro».

L’assessore alla casa Tricarico ribadisce «la disponibilità dell’amministrazione comunale a sostenere le famiglie dei 7 operai morti dopo l’incendio alla ThyssenKrupp.  Per gli alloggi è prioritaria, almeno per ora, la strada della soluzione privata grazie all’intervento offerto da alcune cooperative».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 13/01/2008

 

 

Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, LONGO LAURA, TRAVERSO FRANCESCA, BOCCUZZI ANTONIO

 

 

Titolo: Thyssen salvata
dalle Olimpiadi
La chiusura rinviata per ragioni d’immagine
Documenti sequestrati dai magistrati

 

 

 

 

 


 

Retroscena

ALBERTO GAINO

Non ci sarebbero stati 7 operai bruciati vivi alla ThyssenKrupp se quegli uomini non avessero dovuto adoperarsi per spegnere le fiamme con gli estintori.  La magistratura ha sequestrato i «piani di emergenza» per Torino e Terni: in Umbria i lavoratori «non possono» toccare il fuoco, «devono» soltanto saper utilizzare gli estintori per operazioni come quelle di saldatura (a rischio di continue scintille) e unicamente in una logica di prevenzione.  Tocca alla «squadra» di emergenza intervenire sul fuoco.  A Torino la procedura aziendale era molto diversa.

A Torino i lavoratori della linea interessata a un principio di incendio dovevano intervenire: «Se la persona è istruita al servizio antincendio deve attivarsi immediatamente con l’attrezzatura posta in prossimità dell’evento».  Cioè gli estintori, quei 32 estintori della linea 5 che non hanno funzionato; i vigili del fuoco, da domani, verificheranno perché.

Prosegue il documento sequestrato: «Tutti i capiturno dovrebbero essere istruiti».  A quelli della manutenzione era demandata la gestione degli interventi, ma da un anno non c’erano più in azienda, a causa della riduzione di personale.  Il compito era passato ai capiturno della produzione, nel caso particolare al povero Rocco Marzo che non aveva ricevuto alcuna «istruzione» antincendio.  La procedura aziendale prevedeva ancora a Torino: «Se l’incendio appare più grave chiamare la sorveglianza e attendere la squadra di primo intervento (ridotta al minimo negli ultimi mesi, ndr) e/o l’ambulanza».

I vigili del fuoco?  Soltanto successivamente «richiederne l’intervento, tramite la sorveglianza, in caso di incendio di palese gravità o di sua evoluzione».  Così è andata la notte della strage: il centralino della fabbrica chiamò i vigili del fuoco che, 30 secondi dopo, ricevettero una seconda telefonata dal 118, molto più dettagliata: «C’è stata un’esplosione, con morti e feriti».

Questo piano di emergenza è datato 2006: il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e i pm Laura Longo e Francesca Traverso hanno sequestrato a Terni documenti riservati da cui si evince che la multinazionale aveva deciso di chiudere la sede torinese molto prima dell’estate scorsa.  La decisione risale al 2005, poi rinviata «a causa» delle Olimpiadi invernali.

Una scelta di immagine?  Pare di sì, con l’attenzione di tutti i media del mondo concentrata in quei mesi su Torino.  Ai pm servirà a metter in chiaro che la multinazionale era orientata da tempo alla dismissione dell’impianto e che si era attivata di conseguenza.  In ogni caso, il budget dell’anno fiscale 2006-2007 prevedeva ancora investimenti a Torino per 1,5 milioni di euro.  Mai nemmeno messi in cantiere.

Antonio Boccuzzi, il superstite della strage, conferma la lunga ritirata dell’azienda nei fatti: «Dovevi minacciare lo sciopero e il blocco della linea 5, la nostra linea, per fare lavori per la sicurezza.  Loro si limitavano a far stendere il nastro per segnalare il pericolo e ti raccontavano: “Abbiamo organizzato una fermata in occasione di un cambio di lavorazione”.  Cercavano di prendere tempo».

La manutenzione? «Da almeno un anno era ridotta ai minimi termini».  Risulta anche alla magistratura.  La causa dell’esplosione è stata ormai individuata nella rottura della tubazione flessibile che conteneva olio ad alta pressione.  Boccuzzi incalza: «Sarebbe interessante sapere quando è stata l’ultima volta che quel flessibile è stato sostituito».

 

 

 

 

 

Data_Inserimento: 14/01/2008

 

 

Personaggi_Principali: BOCCUZZI ANTONIO, DAMIANO CESARE, ESPENHAHN HARALD, GUARINIELLO RAFFAELE

 

 

Titolo: LE CONTROMOSSE DELLA MULTINAZIONALE DI DÜSSELDORF
La Thyssen contro il sopravvissuto “Lo denunceremo”
Memorandum segreto dei vertici dell’acciaieria
“Rogo colpa degli operai: non dovevano distrarsi”

 

 

Tabella: T.: NEL MIRINO DELLA THYSSEN KRUPP il sopravvissuto Antonio Boccuzzi e il ministro Cesare Damiano

 

 

Descrizione: TRAGEDIA ALLA THYSSEN KRUPP

 


 

ALBERTO GAINO

TORINO

Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto della squadra arsa viva alla ThyssenKrupp di Torino, è nel mirino dell’azienda.  In un documento sequestrato dalla Finanza all’amministratore delegato del gruppo italiano, il tedesco Harald Espenhahn, si scrive con nettezza che l’operaio «va fermato con azioni legali».  Perché, in tv, sostiene accuse sempre più pesanti nei confronti della Thyssen. «Pesanti e false» per l’autore della nota (non firmata) che sostiene che la colpa dell’incendio è da attribursi agli operai, i 7 morti e il superstite: «Si erano distratti».

Il documento doveva rimanere riservato e servire al vertice aziendale come memorandum sul da farsi, a partire dalla «difficile situazione ambientale» torinese annunciata all’inizio della scorsa estate sul giornale interno («Inside») come una delle ragioni per cui ThyssenKrupp aveva deciso di chiudere l’impianto.  Il documento è una lista dei cattivi: va dalla magistratura torinese rompiscatole, Guariniello in primis, con le sue inchieste «impossibili» (lo è pure questa?), al ministro del Lavoro, il torinese Cesare Damiano.

Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello non era uno sconosciuto per i manager Thyssen.  Nel 2004, in seguito a un disastroso incendio nello stabilimento torinese, per fortuna senza vittime, era riuscito a far affermare in tribunale la responsabilità colposa di 5 dirigenti tra cui il predecessore italiano di Espenhahn (primo dei nuovi indagati).  Anche se l’anonimo notista, con qualche fonte torinese, ora sembra vendicarsi e scrive di lui che le sue inchieste «non vanno da nessuna parte».

Il riferimento al ministro del Lavoro è lapidario: non si può far pressione sul governo italiano perché c’è lui, visto malissimo per essere schierato apertamente dalla parte dei lavoratori.

Adesso si capisce che cosa intendesse l’azienda per «difficile situazione ambientale torinese».  Tanto più dopo la strage del 6 dicembre, con quell’unico sopravvissuto e testimone oculare finito in cima alla lista dei cattivi. «Ma non lo si può attaccare pubblicamente», precisa l’autore delle 7 pagine: l’operaio è diventato un simbolo, circondato da simpatia e solidarietà in una città in cui i comunisti e i sindacati «sono più organizzati e forti» che altrove.

Incredulo

Boccuzzi riempie d’incredulità la prima reazione: «Ci mancava pure questa».  Si prende una breve pausa e aggiunge: «Ho semplicemente raccontato le cose per come erano andate, senza acrimonia.  Ero choccato, lo sono ancora, può immaginare come va avanti la mia vita».  L’accusano di divismo televisivo, in realtà di essere diventato con la sua faccia il simbolo di questa strage annunciata da troppi segnali. «Mettendola così, capisco che possano prendersela con me.  Se vado in tv e sono disponibile con voi giornalisti è per testimoniare come ho visto morire i miei compagni, e delle volte che avevamo minacciato di bloccare la linea 5 perché facessero lavori per la sicurezza».

Boccuzzi va avanti di slancio: «Sono diventato scomodo.  Se fossi morto assieme ai miei compagni non avrei potuto raccontare del telefono interno che non funzionava e di come non si potè dare immediatamente l’allarme, né degli estintori vuoti...».

Nel documento si ribalta la responsabilità dell’incendio sugli operai.  La difesa della multinazionale potrebbe davvero diventare questa?  In una nota pubblicata sul sito di ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni il 12 luglio 2007 si magnifica l’attenzione del gruppo per la sicurezza, partendo da una considerazione che ora pare interessare la magistratura: «L’incendio, che nel 2006 ha gravemente danneggiato alcuni impianti dello stabilimento di Krefeld della ThyssenKrupp Nirosta, dimostra quanto serio sia il rischio di simili eventi all’interno di realtà come le nostre, dove le potenziali cause d’incendio sono moltissime».

Il documento le elenca: «Da quelle elettriche alle esplosioni, sino alla distrazione umana».  Qui scatta il possibile aggancio col memorandum segreto: «Gli operai si sono distratti».

 

 

Data_Inserimento: 14/01/2008

 

 

 

 

Titolo: La storia I lavoratori e un futuro in bilico Lacrime e debiti La Spoon River degli scampati

 

 

 

 

 


 

Invisibili.  Hanno sfilato a cortei e fiaccolate.  Hanno pianto sulla bara dei loro 7 compagni inghiottiti dalla fabbrica.  Hanno urlato ai microfoni di radio e tv la loro rabbia contro i vertici aziendali.  Ma più il tempo passa, più l’immagine dei 150 operai della ThyssenKrupp appare sbiadita, fino quasi a renderli, appunto, invisibili.

E invece dietro ognuno di loro c’è il dramma di un lavoro che non esiste più.  Lo spettro della cassa integrazione.  L’esigenza di vendere l’alloggio per l’impossibilità di pagare il mutuo.  Il senso di impotenza di fronte a un futuro così incerto.

A casa di Giovanni Coppola sono in due a ritrovarsi a spasso.  Lui, 37 anni, da 12 alla Thyssen, «sono stato assunto il 13 novembre del '97, lo stesso giorno di Antonio Schiavone, il primo a morire nel rogo», era addetto ai forni.  Lei, Antonella Defeudis, 35 anni, lavorava alla mensa.  Hanno un figlio, Nicola, 5 anni, e un altro in arrivo. «A Terni non ci possiamo andare per via dei bambini - dicono -, ma finora qui non abbiamo ricevuto proposte alternative».  La ditta di Antonella gliel'ha detto chiaro e tondo che a Torino non hanno altri appalti e quindi non possono aiutarla.  Giovanni sta facendo il giro delle agenzie interinali suggerite dalla stessa Thyssen «ma l'unica proposta seria che mi hanno fatto è un posto da operaio specializzato a Cuneo: spenderei buona parte dei guadagni in benzina e non ci staremmo più nelle spese, così ho rifiutato».

Almeno quella era una prospettiva a tempo indeterminato, ma spesso le offerte sono limitate a un periodo determinato. «Come si fa ad accettarle?» domanda retorico Nicola Schingaro, 30 anni, entrato all’acciaieria 10 anni fa, una moglie, Emanuela con un lavoro part time di 450 euro mensili, e due bambine di 7 mesi e 6 anni, Sofia e Vanessa, da mantenere. «Mi toccherà vendere l’appartamento che avevamo comprato a suon di sacrifici - aggiunge - perché non posso permettermi il mutuo.  La rata è di 995 euro al mese, lo stipendio della cassa integrazione si aggira intorno ai mille.  Prima di luglio, quand’è stata annunciata la dismissione, facevo tanto straordinario e arrivavo anche a 1.800 euro, ma oggi il mutuo è un cappio al collo.  Lo stipendio di mia moglie ne copre a malapena la metà».

Situazione quasi fotocopia di Salvatore Pappalardo, 32 anni, moglie casalinga, Manuela, che da una settimana si è messa a lavorare come colf e tre bambine di 2, 7 e 8 anni. «Le vede queste bollette non pagate? - chiede agitando una busta su cui c’è scritto 4.035 euro, mentre Aurora, Sarah e Francesca gli salgono sulle ginocchia -, sono obbligato a non saldare i debiti, perché devo pagare la rata del mutuo e quella del camper.  L'alloggio l’abbiamo comprato un anno fa, quando nessuno ci aveva mai ventilato l'ipotesi della dismissione della fabbrica.  Come avremmo potuto immaginare che saremmo arrivati a questo punto?».  Oggi l’unica alternativa concreta per Salvatore, Totò, come lo chiamavano i colleghi, sono 800 euro al mese come carrellista in una ditta metalmeccanica. «A questo punto è meglio la cassa integrazione.  Al limite venderemo la casa.  Ne stavamo parlando proprio quella notte maledetta dell'incendio: poco prima che scoppiasse io m'ero avvicinato ai compagni della linea 5, Schiavone e Laurino mi dicevano che se la Thyssen non ci avrebbe aiutato a trovare un altro posto saremmo finiti presto sul giornale.  Certo nessuno di noi poteva pensare che la nostra storia sarebbe finita sì sui media, ma per una tragedia così».

Sta cercando lavoro anche Alfonso Errichiello, 32 anni, che convive con un’infermiera delle Molinette. «Dal punto di vista economico sto meglio di altri, ma la frustrazione di essere mantenuto non la auguro a nessuno.  Antonio De Masi, l'ultimo a morire, era uno dei miei migliore amici.  Per quasi un mese sono andato a trovarlo tutti i giorni in ospedale e ora faccio lo stesso al cimitero.  Quando sono di fronte alla sua fotografia e a quella degli altri 6 colleghi, sento salire la disperazione.  Noi siamo vivi, è vero, ma a quale prezzo?».

Il miraggio della pensione è l’unico appiglio a cui si aggrappa Giosuè Gianbruno, 47 anni, operaio da quando ne aveva 15, separato e padre di due ragazze, Veronica e Concetta, di 17 e 22 anni. «Per andare in pensione avrei bisogno che la Thyssen mi riconoscesse ancora 21 mesi del periodo in cui lavoravo all’acciaieria in presenta dell’amianto.  Tirare a campare coi mille euro della cassa è impossibile: devo versare ogni mese 400 euro alla mia ex moglie, che ha voluto separarsi, e 600 per l’affitto.  Alla mia età trovare un’occupazione è ancora più difficile e l’idea di tornare a vivere con i miei genitori mi mortifica un po’».

 

 

 

 

Data_Inserimento: 16/01/2008

 

 

Personaggi_Principali: GUARINIELLO RAFFAELE, LONGO LAURA, TRAVERSO FRANCESCA

 

 

Titolo: L’ULTIMA SCORRETTEZZA DELLA MULTINAZIONALE TEDESCA
Alla Thyssen
depistaggio
con gli estintori
Fatti sostituire di notte dopo la strage
Un tecnico confessa: me l’hanno ordinato

 

 

 

 

 


 

ALBERTO GAINO

TORINO

Un dirigente torinese della ThyssenKrupp ha ordinato alla «Cma sistemi antincendio», fornitrice dell’azienda, di sostituire gli estintori in dotazione dello stabilimento.  Si era nei primissimi giorni dopo il rogo e la strage di operai: gli estintori, grazie alla testimonianza dell’unico superstite, Antonio Boccuzzi, erano finiti subito sotto accusa.  Vuoti, semivuoti, non funzionanti.  L’incaricato della Cma è riuscito a sostituirli tutti tranne i 32 della «linea 5», quella dove le fiamme si sono portate via le vite di 7 lavoratori.

Presentatosi una prima volta ai cancelli dello stabilimento, il dipendente della Cma era stato bloccato con il suo furgoncino dalla reazione dei lavoratori che presidiavano l’ingresso, diventato in quei primi giorni dalla strage un punto di riferimento per loro e per la solidarietà della città.  Il tecnico, solitamente addetto alla ricarica degli estintori, fu pure ripreso da una troupe televisiva e intervistato.  Smentì qualsiasi intenzione truffaldina.  Ma il giorno successivo era di nuovo là e, per più volte, andando e tornando, riuscì nell’intento di sostituire gran parte dei 300 estintori in dotazione alla fabbrica.

L’operazione fu condotta prima che la magistratura ponesse sotto sequestro i mezzi antincendio, e per questo motivo il tecnico non è stato indagato.  Chi lo ha chiamato e lo ha incaricato della sostituzione è noto e se non è stato ancora iscritto nel registro degli indagati lo sarà inevitabilmente nelle prossime ore o giorni.

Il tecnico Cma, sentito dai pm, ha rivelato ogni cosa e, a conferma delle sue dichiarazioni, vi sono i tabulati delle telefonate ricevute da lui, comprese quelle dalla sede torinese della ThyssenKrupp.  E poi la rapida ed efficace indagine ha consentito al procuratore aggiunto Raffale Guariniello e ai pm Laura Longo e Francesca Traverso di sequestrare una relazione del tecnico al suo committente in cui si dà conto, con una certa meticolosità, estintore per estintore, quali erano funzionanti e quali no, scarichi o difettosi.  In pratica, ha fatto lui il lavoro per la procura, dopo che qualcuno, alla Thyssen, si era così tanto adoperato per sottrarre gli unici mezzi antincendio che disponeva la linea investita dall’ondata di fuoco.  Una controbeffa.

Altra grave novità, sempre nei rapporti Thyssen-Cma, è emersa ieri in commissione parlamentare, in occasione dell’audizione dei dirigenti italiani dello stabilimento torinese e del titolare di Cma.  E’ stato quest’ultimo a rivelare ai senatori presenti di aver segnalato alla Thyssen che «gli impianti di spegnimento erano migliorabili con una modica spesa, 500 mila euro».  Si era a settembre scorso e, a quanto pare, non se n’è fatto nulla.  Lo riferisce Bruno Tibaldi, vicepresidente della commissione del Senato sugli infortuni.

Non è dato di sapere se fra i dirigenti torinesi della Thyssen presentatisi in Senato vi fosse anche l’esecutore del truffaldino piano di sostituzione degli estintori.  In ogni caso, precisa Tibaldi, «hanno tutti ribadito di aver agito secondo le norme e il dottor Arturo Ferrucci, il capo del personale, sul documento segreto di cui si parla da giorni, ha appena detto di non esserne a conoscenza».  Gli altri dirigenti ascoltati sono Raffaele Salerno, direttore dello stabilimento, e Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza.

Si può ancora parlare di doppiezza o solo di crescente imbarazzo della ThyssenKrupp ai vari livelli?  Nel pomeriggio il sindaco di Torino ha ricevuto una telefonata da Ralf Labonte, direttore generale del gruppo.  A Sergio Chiamparino il top manager ha detto che il memorandum segreto sequestrato dalla magistratura non rispecchia il pensiero della ThyssenKrupp e che è stato redatto prima della «venuta a Torino del presidente Ekkehard Schultz, il 19 dicembre scorso per partecipare ai funerali del capoturno Rocco Marzo».

Labonte si è impegnato con il sindaco a lavorare per la ricollocazione degli operai rimasti senza lavoro.

 

 

 

 

Data_Inserimento: 23/02/2008

 

 

Personaggi_Principali: ESPENHAHN HARALD, GUARINIELLO RAFFAELE, LONGO LAURA, PRIEGNITZ GERALD, PUCCI MARCO, TRAVERSO FRANCESCA

 

 

Titolo: L’inchiesta è finita: omicidio volontario

 

 

 

 

 


 

ALBERTO GAINO

TORINO

L’inchiesta sulla strage della ThyssenKrupp è finita.  A tempo di record, come era stato promesso dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, dopo l’immane fatica di raccogliere 40 mila pagine di documenti, analisi, testimonianze che hanno composto un quadro di tragedia annunciata.  Talmente annunciata che avrebbe potuto verificarsi in qualunque momento.  Vi erano tutte le condizioni: dall’abbandono della manutenzione al ripetersi di piccoli incendi con getti di olio nebulizzato sino a dieci metri di distanza.  Emerge un quadro sempre più grave che fa pensare che anche l’inchiesta di Guariniello e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso schizzi verso l’alto, verso contestazioni di carattere doloso, persino la più importante: l’omicidio volontario nella forma del dolo eventuale.

Non per tutti gli indagati.  Responsabilità gerarchiche ben definite in azienda, graduate anche nell’inchiesta giudiziaria fra chi poteva decidere di più e chi meno, lungo la catena di comando.  A sei giorni dalla notte della strage i magistrati avevano iscritto nel registro degli indagati l’amministratore delegato del gruppo italiano, Harald Espenhahn, e i consiglieri delegati Gerald Priegnitz e Marco Pucci.  Non è detto che vi siano restati tutti, ed è molto più probabile che, vista l’ampiezza delle carenze, quel numero sia raddoppiato e che siano comparsi fra gli indagati anche dirigenti dello stabilimento torinese.  Ma rispetto al vertice tedesco della multinazionale?  La «scalata» sin lassù è più dura.

Di uno scenario di omicidio volontario i magistrati avevano discusso nelle scorse settimane.  Ora, ragionando a procura blindata («Sto ancora riflettendo» ripete Guariniello, «non vogliamo anticipare nulla» gli fanno eco i suoi pm) diventa realistico un quadro di accuse che dalle responsabilità colpose evolva verso quelle dolose.  Concentrandosi, per almeno una parte degli indagati, sull’ipotesi di «omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro»: il reato scolpisce le responsabilità di chi è consapevole dei rischi che fa correre a chi ha alle sue dipendenze e non vi provvede. «Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena della reclusione può salire da tre a un massimo di 10 anni».

Cos’è successo alla ThyssenKrupp di Torino è nella memoria di tutti: 7 operai bruciati vivi, in seguito all’esplosione di una tubazione che trasferiva olio bollente.  E, sotto la macchina, un tappeto di carta e olio che fuoriusciva dal sistema idraulico.  

 

 

 

 

Data_Inserimento: 14/03/2008

 

 

Personaggi_Principali: ARGENTINO CIRO, BOCCUZZI ANTONIO

 

 

Titolo: Ciro e Antonio dividono parenti e colleghi
“Dovevano rimanere in fabbrica”. “A Roma porteranno la voce degli operai”
Le candidature Thyssen viste come «sciacallaggio sui nostri morti»

 

 

 

 

Descrizione: ELEZIONI POLITICHE 2008

 


 

GRAZIA LONGO

Nel momento del dramma, tre mesi fa, erano uniti, compatti, solidali.  Oggi, con le candidature di Antonio Boccuzzi e Ciro Argentino, il fronte parenti e lavoratori ThyssenKrupp si spacca.  Da una parte c’è chi fa il tifo e sostiene Boccuzzi, sindacalista Uilm e unico sopravvissuto al rogo, e il suo collega Fiom Argentino.  Dall’altra chi boccia la loro discesa in politica «emblema della strumentalizzazione e dello sciacallaggio sulla pelle dei nostri morti».

Graziella Rodinò, madre di Angelo, non ha un attimo di esitazione. «Io manco vado a votare - taglia corto -.  I due candidati sono tutti e due sindacalisti: beh, dovevano impegnarsi prima, dovevano.  Per proteggere chi lavorava lì dentro, dovevano darsi una mossa prima, non adesso».  Critici anche Nino e Luigi Santino, rispettivamente padre e fratello di Bruno (anche lui vittima del rogo ad appena 26 anni). «Facciano pure quello che vogliono - sbottano -, ma almeno abbiano il coraggio di non dire che lo fanno per noi».  Luigi aggiunge: «Hanno intravisto una porta aperta e fanno bene ad entrarci.  Non ce l’ho personalmente con loro, però non vengano a fare tanti discorsetti sul loro impegno in Parlamento per la difesa di noi operai.  Dopo la strage di quella maledetta notte, la faccia di Boccuzzi e di Argentino ha fatto il giro di tutte le televisioni e loro adesso ci guadagnano l’elezione sicura».

Piovono critiche anche dai colleghi dell’acciaieria di corso Regina.  Non nasconde perplessità e amarezza Alfonso Errichiello, che salva in zona Cesarini solo Antonio Boccuzzi. «Almeno lui ha ammesso subito che la candidatura gli pareva una mossa giusta - racconta - per farsi portavoce delle esigenze di sicurezza sui posti di lavoro.  Ciro, invece, non appena ha saputo che l’altro si sarebbe impegnato ha detto che “non poteva speculare sulla vita di 7 compagni morti in fabbrica” e poi invece s’è candidato pure lui».  Polemico è anche Giovanni Pignalosa (uno dei primi a soccorrere i 7 operai la notte tra il 5 e il 6 dicembre scorso): «La classe politica italiana ha dato prova di un brutto sfruttamento d’immagine, di uno sciacallaggio vero e proprio, nel candidare Boccuzzi e Argentino.  Entrambi hanno deciso di accettare questo brutto gioco, ma bisognerà vedere se saranno in grado di giocare nella melma dove nuotano i nostri politici.  Corrono davvero il rischio di affogare».

Ottimista è invece Sabina Laurino, moglie di Angelo. «Conosco meglio Antonio e sono sicura che a Roma potrà fare valere le ragioni di tutti gli operai.  Perché in Italia si parla tanto di sicurezza sul lavoro e poi non cambia nulla.  La sua elezione potrebbe contribuire a dare una svolta al sistema».  Apprezzamenti per la scelta politica anche da parte di Tina Schiavone (suo marito Antonio è stato il primo a morire quella notte): «Se può servire a qualcosa, ben venga la loro candidatura: il nostro Paese è troppo concentrato sul profitto e troppo poco sulla sicurezza.  Quello di Boccuzzi e Argentino è quasi un passo dovuto in onore ai nostri morti».

 

 

                                                                           

 

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